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Come la prassi di rimandare indietro i vestiti sta distruggendo il pianeta

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Fashion Revolution Belgio ha lanciato una campagna, intitolata Highway Fitting, sul costo ambientale della politica del “reso gratuito” applicata dai marchi di abbigliamento (in calce all’articolo, il link al video). La necessità di sensibilizzare i consumatori sull’argomento nasce dal dato emerso da recenti studi sulla percentuale di restituzione degli indumenti comprati on line: il 40% degli acquisti viene rinviato al rivenditore.

In uno studio presentato da Barclaycard in giugno 2018*,  risulta che l’acquisto di abiti on line sta alimentando l’aumento dei “serial returner”: quasi la metà della somma spesa dai consumatori finisce per essere rimborsata dai rivenditori. Un terzo degli acquirenti acquista vestiti on line aspettandosi che gli articoli siano inadatti prima ancora che li abbiano provati. Due su cinque consumatori (40%) dicono di restituire i vestiti acquistati on line perché gli articoli non si adattano come previsto.

Per risolvere il problema delle taglie incoerenti tra diversi marchi, un acquirente su dieci ha iniziato a comprare più misure dello stesso articolo restituendo quelle che non si adattano.

A ciò si aggiunge anche la tendenza a pubblicare su Instagram il proprio outfit con hashtag come #ootd (#outfitoftheday), acquistando indossando e poi restituendo al rivenditore: quasi 1 persona su 5, tra i 35 e i 44 anni, ammette di aver indossato vestiti una sola volta per pubblicarli sui social media.

L’impatto ambientale della diffusione della politica del reso gratuito non è da sottovalutare. Chloé Mikolajczak, coordinatore nazionale di Fashion Revolution Belgio spiega: “Invece del percorso andata/ritorno di un furgone che ti consegna un pacchetto, ora deve tornare di nuovo a casa tua per restituirlo al rivenditore. Significa che i furgoni delle consegne impiegano più tempo a trasportare i vestiti perché non ti piace quello che hai ordinato. Su scala globale, questo ha un impatto enorme sull’ambiente e sul traffico“.

L’impronta ambientale del settore della moda è già troppo importante per permetterci di aumentarlo.

Cosa si può fare per ridurre l’impatto? 4 consigli di Fashion Revolution.

1) Il primo passo è ovviamente quello di ridurre il consumo. «Acquista di meno, scegli bene, fai durare» non è mai stato più rilevante secondo Vivienne Westwood, soprattutto sapendo che prolungare la vita di un capo di abbigliamento di 9 mesi può ridurre di circa il 20-30% le impronte di carbonio, rifiuti e acqua!

2) Se quello che stai cercando può essere trovato solo on line, assicurati che sia davvero quello che vuoi e che la dimensione si adatti. Controlla le recensioni su internet sulle taglie del marchio.

3) Seleziona sempre l’opzione di invio raggruppato se ordini diversi articoli. Anche se questo significa attendere un po’ più a lungo l’arrivo, potrebbe evitare inutili viaggi in furgone per consegne diverse poiché i vari prodotti potrebbero essere disponibili separatamente.

4) Cerca di non mandare indietro. Se davvero non ti piace il tuo ordine o le dimensioni non sono adatte, perché non darlo ad un amico o parente o venderlo come un oggetto di seconda mano? Risparmierai CO2 e renderà sicuramente qualcuno felice!

Possiamo fare qualcos’altro come consumatori?

Sì, chiedere alle aziende di fornire più informazioni sui prodotti, per esempio le misure esatte, foto più dettagliate e chiare, mostrando  il capo indossato. Possiamo scrivere e chiedere i dettagli del prodotto prima di comprare. Possiamo chiedere un uso più ampio della tecnologia on line, come la “realtà aumentata”, per aiutarci a visualizzare in che modo i prodotti appariranno quando indossati.

Se siamo #outfitoftheday dipendenti, perché non considerare alternative come: indossare abiti e accessori prestati da familiari e amici, essere originali e creare outfit abbinando con sapienza ciò che si ha nell’armadio, considerare il noleggio che si sta diffondendo (ne abbiamo parlato qui Infiniti abiti, zero ingombro )?

Possiamo inoltre mettere a conoscenza altre persone dell’impatto dei resi, a volte semplicemente non ci si pensa.

*Realizzata elaborando le transazioni con carte di credito e debito nazionali in UK.

ENGLISH: How the practice of clothes free return is destroying the planet

Fashion Revolution Belgium has launched a campaign, entitled Highway Fitting, on the environmental cost of the free return policy applied by the clothing brands (below the article, the link to the video). The need to raise consumer awareness on the topic arises from the data emerging from recent studies on the percentage of return of clothes bought online: 40% of purchases are returned to the retailer.

In a study presented by Barclaycard in June 2018 *, it appears that the purchase of online clothes is fueling the rise of the “serial returner”: almost half of the amount consumers spend ends up being refunded by retailers. One third of shoppers buy clothes online expecting that items will be unsuitable before they’ve even tried them on. Two in five consumers (40 per cent) say they return clothing bought online because items don’t fit as they expect them to.

To solve the problem of inconsistent sizes between different brands, one in ten buyers started buying more measures of the same item and returning those that did not fit.

In addiction to this, there is the trend of publishing on Instagram the own outfit with hashtag like #ootd (#outfitoftheday), buying, wearing and then returning to the retailer: almost 1 in 5 people, between 35 and 44 years old, admits to having worn clothes only once to publish them on social media.

The environmental impact of the spread of the free return policy is not to be underestimated. Chloé Mikolajczak, National Coordinator of Fashion Revolution Belgium explains: “Instead of the two-way drive of a delivery van bringing a package to you, it now has to drive back to your house to return it to the retailer. It means delivery vans are spending more time transporting clothes because you didn’t like what you ordered. On a global scale, this has a massive impact on the environment and traffic“.

The environmental footprint of the industry is already too significative to afford increasing.

What can we do to reduce the impact? 4 suggestions from Fashion Revolution

a) First step is obviously to reduce consumption. «Buy less, choose well, make it last» has never been more relevant according to Vivienne Westwood, especially knowing that extending the life of a piece of clothing with 9 months months would reduce carbon, waste and water footprints by approximately 20-30% each!

b) Then if what you are looking for can only be found online, be sure it’s really what you want and that the size will fit. Check out reviews on the internet on the brand’s sizes.

c) Always select the grouped package if you are ordering several items. Even if this means waiting a little bit longer for your order to arrive, it could avoid unnecessary van journeys for different deliveries as the various products become available separately.

d) Try not to return. If you really do not like your order or the size doesn’t fit, why not give it to a friend or relative or sell it as a second-hand item ? Saves CO2 and will definitely make someone happy!

Can we do anything else as consumers?

Yes, we can ask companies to provide more information about products, for example exact measurements, more detailed and clear photos, showing the garment worn. We can write retailers to have more details about the products before purchasing. We can ask for wider use of technology online, such as augmented reality, to help us visualise how products will look when worn.

If we are #outfitoftheday addicted, why don’t think about other options like: wearing clothes and accessories borrowed  from relatives and friends, being original by creating outing through masterfully matching of what we have in the closet, considering renting (we have talked about that here Infiniti abiti, zero ingombro )?

Moreover, we can make other people aware of the impact of returns, sometimes we simply do not think about it.

*Made by analysing transactions with national credit and debit cards in the UK.

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