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Ingiustizia ambientale e sociale: chi paga i costi della nostra possibilità di acquistare più vestiti a prezzi bassi

Italiano/English

Un team di ricercatori dell’Università di Washington a St. Louis ha presentato uno studio sull’ingiustizia ambientale e sociale della fast fashion.

Il modello di business della “moda veloce” è ormai ampiamente adottato a livello globale. “Veloce” perché rapidamente arrivano dal design alla vendita indumenti che rispondono alla costante richiesta di stili sempre più diversi in breve tempo. La catena di fornitura è internazionale, spostando altrove la produzione di fibre, la creazione di tessuti e l’assemblaggio di capi di abbigliamento in aree con manodopera a costo inferiore. La moda fast è prontamente disponibile e conveniente.

Se da una parte ha consentito la democratizzazione della moda, permettendo a tutte le classi di consumatori di indossare gli ultimi trend, dall’altra le esternalità negative della fast fashion hanno creato un caso di ingiustizia ambientale e sociale a livello globale: la nostra ossessione per gli abiti a poco prezzo ha un costo significativo pagato da altre persone e dall’ambiente. I costi consistono in “tutte le perdite dirette e indirette subite da terze persone o dalla popolazione in generale a seguito di attività economiche incontrollate, ossia danni:

  • all’ambiente 
  • alla salute umana
  • ai diritti umani”.

I primi due derivanti dalla filiera produttiva, inclusa la tintura, e dallo smaltimento dei rifiuti tessili. Gli ultimi collegati invece a condizioni dei lavoratori, tutele relative alla sicurezza, salari minimi, discriminazioni e sfruttamento minorile.

Posso comprare più vestiti a meno, ma sono le persone che lavorano o vivono nelle vicinanze di impianti di produzione tessile a pagarne il prezzo: un onere sproporzionato di rischi per la salute.

Inoltre, l’aumento dei modelli di consumo ha creato milioni di tonnellate di rifiuti tessili in discariche e in contesti non regolamentati. Chi subisce maggiormente le conseguenze? Le persone che vivono nei paesi a reddito medio-basso, perché gran parte di questi rifiuti finisce nei mercati dell’abbigliamento di seconda mano. Questi paesi a medio-basso reddito spesso mancano dei supporti e delle risorse necessarie per sviluppare e far rispettare le salvaguardie ambientali e occupazionali per proteggere la salute umana.

A livello globale, ogni anno vengono acquistati 80 miliardi di nuovi capi di abbigliamento, che si traducono in 1.200 miliardi di dollari l’anno per l’industria della moda mondiale. La maggior parte di questi prodotti è assemblata in Cina e in Bangladesh. Gli oneri sociali e ambientali della produzione e dello smaltimento di massa dei paesi ad alto reddito sono spostati dall’industria tessile e dell’abbigliamento alle comunità con scarse risorse nei paesi a medio-basso reddito.

Lo studio vuole discutere del ruolo dell’industria, dei responsabili delle politiche, dei consumatori e degli scienziati nel promuovere la produzione sostenibile e il consumo etico in modo equo.

Noi consumatori abbiamo “un ruolo da svolgere nel sostenere le aziende e le pratiche che riducono al minimo il loro impatto negativo sull’uomo e sull’ambiente. Mentre le certificazioni cercano di elevare gli standard del settore, i consumatori devono essere consapevoli del greenwashing e devono essere critici nel valutare quali aziende effettivamente assicurano un livello elevato di standard rispetto a quelli che fanno affermazioni ampie e radicali sulle loro pratiche sociali e sostenibili”.

Il modello della fast fashion si basa sull’idea di “più a meno” (more for less), ma il vecchio adagio “meno è più” (less is more) deve essere adottato dai consumatori se si vogliono affrontare questioni di giustizia ambientale nel settore della moda.


English: Environmental and social injustice: who pays the cost of our opportunity to buy more clothes at low prices

A team of researchers at the University of Washington in St. Louis has just presented a study on the environmental and social injustice of fast fashion.

The business model of the fast fashion is now widely adopted globally. “Fast” because quickly come from design to sale garments that respond to the constant demand for increasingly different styles in a short time. The supply chain is international, moving elsewhere the production of fibers, the creation of fabrics and the assembly of clothing in areas with lower labor costs. Fast fashion is readily available and convenient.

If on the one hand it has allowed the democratization of fashion, so that wearing the latest trends is affordable for all classes of consumers , on the other, the negative externalities of fast fashion have created a case of environmental and social injustice on a global level: our obsession with cheap clothes have a significant cost paid by other people and the environment.

The costs consist of “all direct and indirect losses suffered by third parties or the general population as a result of uncontrolled economic activities, ie damages:

  • to the environment
  • to the human health
  • to the human rights“.

The first two deriving from the production chain, including dyeing, and from the disposal of textile waste. The latter are linked to workers’ conditions, safeguards, minimum wages, discrimination and child exploitation.

I can buy more clothes for less, but it is people who work or live near textile production plants to pay the price: a disproportionate burden of health risks.

Furthermore, the rise of consumption patterns have created millions of tons of textile waste in landfills and in unregulated contexts. Who suffers the consequences most? People living in low/middle-income countries because much of this waste ends up in second-hand clothing markets. These low/middle-income countries often lack the necessary supports and resources to develop and enforce environmental and occupational safeguards to protect human health.

Globally, 80 billion pieces of new clothing are purchased each year, translating to $1.2 trillion annually for the global fashion industry. The majority of these products are assembled in China and Bangladesh. The social and environmental costs of mass production and disposal of high-income countries have shifted from the textile and clothing industries to communities with scarce resources in low/middle-income countries.

The study aims to discuss the role of industry, policymakers, consumers, and scientists in promoting sustainable production and ethical consumption in an equitable manner.

We consumers have a “role to play in supporting companies and practices that minimize their negative impact on humans and the environment. While certifications attempt to raise industry standards, consumers must be aware of greenwashing and be critical in assessing which companies actually ensure a high level of standards versus those that make broad, sweeping claims about their social and sustainable practices”.

The fast fashion model thrives on the idea of more for less, but the age-old adage “less in more” must be adopted by consumers if environmental justice issues in the fashion industry are to be addressed. 

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