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Storie di brand che decidono di fare la differenza – Be The Change Awards (1)

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26 aprile 2019, è la settimana dedicata alle iniziative per cambiare l’industria della moda ed evitare gravi incidenti come quello di Rana Plaza (Fashion Revolution Week). Siamo a Londra per la cerimonia di premiazione dei vincitori della prima edizione di Be The Change Awards. 

Il progetto è nato come una collaborazione tra il marchio di abbigliamento etico Where Does It Come From? di Jo Salter e la comunità online di Sian Conway, Ethical Hour. “Abbiamo collaborato in precedenza in eventi, diventando sempre più consapevoli di quanto i marchi più piccoli lottino per essere visibili sul mercato”, racconta Jo. “Loro/noi lavoriamo così duramente per apportare benefici positivi alle comunità e all’ambiente e semplicemente non abbiamo il tempo o il budget di marketing per diffondere ampiamente il loro messaggio. Abbiamo pensato che questi eroi non celebrati avessero bisogno di una piattaforma per aiutarli a farsi conoscere e celebrare il loro impatto positivo”. 160 i progetti inviati nelle diverse categorie (più sotto l’elenco dei finalisti). Dress Ecode ha partecipato come giudice nella sezione Moda.

Perché abbiamo deciso di aderire e sostenere questa iniziativa? “Sostenere progetti che possono cambiare il nostro impatto su persone, animali e/o sulla natura è fondamentale per noi. Abbiamo bisogno di nuovi modi per produrre e consumare, iniziative così incoraggianti che propongono questi nuovi modi sono cruciali e necessari per il benessere di tutti gli abitanti della terra e della terra stessa. Beneficeremo tutti di questi progetti innovativi. È anche un modo per fare un’altra piccola azione individuale per aiutare a cambiare il mondo verso la sostenibilità. Se orientiamo le nostre scelte verso aziende, organizzazioni, marchi, professionisti che danno valore a scopi sostenibili, possiamo davvero cambiare positivamente il mondo”. Raccontiamo di più in questa intervista: Meet the judges – Be The Change Awards

Abbiamo intervistato i marchi finalisti nella sezione Moda. Ognuno è collegato ad obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Ascoltando le storie di brand che desiderano fare la differenza, ti accorgi di come spesso questi progetti nascano dall’aver visto con i propri occhi l’impatto dei nostri vestiti, nel lavoro svolto in precedenza o durante esperienze di volontariato. Questo è il filo conduttore nelle storie raccolte che vi riportiamo qui, in due puntate. Al progetto Bushbells dedicheremo un articolo a parte. Per conoscere invece la storia di Where Does It Come From? potete leggere qui: Intervista a Jo Salter

Y.O.U UNDERWEAR – Vincitore 2019 della categoria Moda

Intimo per uomo e donna in cotone biologico (5% elastam), con spedizione in tutto il mondo. Sarah Jordan ha avviato nel 2017 questo progetto dopo le sue esperienze di volontariato in Uganda. “Sono rimasta scioccata dal numero di donne e bambini che ho incontrato che non avevano accesso a qualcosa che diamo per scontato ogni giorno – biancheria intima. Di conseguenza, venivano esclusi dalla scuola, dal lavoro e persino dalle loro comunità, specialmente durante le mestruazioni. Ora, non è giusto. In effetti, mi ha fatto davvero arrabbiare”. Ecco perché ha creato Y.O.U Underwear secondo un modello di business ‘buy-one-give-one’: ogni volta che si compra un indumento Y.O.U, viene fornito un paio di slip a Smalls for All, il partner di beneficenza che raccoglie e distribuisce intimo a donne e bambini in tutta l’Africa (quando possibile i capi donati sono realizzati localmente, favorendo lo sviluppo dell’economia locale).

Il cotone biologico è prodotto in India, così come gli articoli, realizzati in uno stabilimento etico e sostenibile, con le certificazioni GOTS, Fair Trade (assicurando un trattamento salariale adeguato dei lavoratori) e Peta Approved – Vegan. Il packaging in cotone biologico è riciclato e riutilizzabile, con l’intento di non produrre scarto. Inoltre tengono molto a veicolare messaggi che promuovano un rapporto di autostima e positività con il proprio corpo. 

Le sfide che affronta: Sarah racconta degli acquisti fraudolenti on line che hanno comportato perdite di denaro non irrilevanti per il brand. Inoltre cercare di proteggere legalmente il marchio richiede energie, tempo e denaro. Infine, è una sfida la sensazione di non fare abbastanza, il desiderio di voler essere sostenibili ed etici sotto tutti gli aspetti da subito, che si scontra con l’oggettiva necessità di procedere passo per passo.

Prossimi passi: Sarah sta per partire per l’India, nello stabilimento che produce per loro, con l’obiettivo di migliorare  ancora di più la qualità dei prodotti, ampliare la gamma di colori e gli stili da proporre. Ha in programma anche di rivedere il sito. In futuro vorrebbe produrre anche in Africa. Infine, il suo obiettivo è di donare 23.000 paia entro il 2023. 

Obiettivi di sviluppo sostenibile: 1, 4, 5 e 12.

Link al sito

RubyMoon 

Abbigliamento sportivo e da mare per donna, con spedizione in tutto il mondo. Jo-Anne Godden ha intrapreso questo progetto nel 2010. Quando le chiedo di raccontarmi della scintilla che l’ha portata ad agire e a iniziare questo progetto etico ed ecologico, mi dice: “Ho una storia, è lunga, non so se vuoi ascoltarla”. Certo che sì. E ne nasce una profonda conversazione in cui trovo affinità nel modo di vedere la situazione dei nostri consumi, gli interrogativi che viene da porsi, la volontà di fermare la sofferenza di chi produce in condizioni al limite dell’umanità per soddisfare il nostro desiderio di comprare senza sosta ed apparire. Jo-Anne ha lavorato per moltissimi anni nel settore della produzione di lingerie e costumi da bagno. Nella sua esperienza lavorativa internazionale ha avuto modo di vedere come i capi vengono prodotti e quando è rientrata a vivere in UK ha rivisto la sua vita, decidendo prima di lavorare per un marchio etico e poi avviando RubyMoon, l’unica realtà non profit di abbigliamento sportivo nel mondo.

Due libri, che ha letto contemporaneamente, l’hanno spinta a cambiare vita professionale: Half the sky: Turning Oppression Into Opportunity for Women Worldwide, riguardo il modo di sostenere e dare forza alle donne, uno di questi attraverso progetti di microcredito; To Die For: Is Fashion Wearing Out the World?, sulla storia disumana e ambientalmente devastante dietro i vestiti che compriamo e indossiamo senza avere consapevolezza dell’origine.

Accanto alla lettura di questi libri, è un episodio in particolare che le viene in mente pensando a ciò che l’ha spinta a fare qualcosa. Descrive la sua visita a uno stabilimento produttivo di intimo in Cina e mentre racconta mi sembra di essere lì, di vivere con lei quell’esperienza. Nel mezzo di distese di terra coltivate a riso, solo quello e nient’altro, né un paese, né un centro abitato, arriva alla fabbrica: caldo insopportabile fuori, aria condizionata dentro. Un bunker quadrato, intorno nulla. È tutto lindo, moderno, ordinato, le lavoratrici ognuna alla sua postazione con la macchina da cucire. La mensa dove consumano i tre pasti al giorno. I tavoli da ping pong come svago. Al piano di sopra, il loro dormitorio. Condividono in cinque la stanza. Vivono lì. Non c’è nulla intorno. Neanche la possibilità di fare una passeggiata. Niente cinema, niente centro dove passare il tempo. Niente. Solo la consapevolezza di essere fortunate perché hanno un lavoro sicuro che consente di inviare i soldi a casa. Una famiglia lontana, i figli lontani. Jo-Anne chiede al responsabile: “Hanno ferie per andare a casa?”. “Sì, certo, hanno dieci giorni per il capodanno cinese”. E poi scopri che a casa non possono andare in dieci giorni: tre giorni di viaggio per andare e tre per tornare. Sono lì che ascolto e l’immagine di donne in gabbia a lavorare sulla macchina da cucire, per mantenere la famiglia, senza avere una vita libera e normale, lontane dagli affetti mi riempie di sconforto. Le chiedo: “È vita?”. “No, è esistenza…”. Mi pongo le stesse domande di Jo-Anne: “Perché stiamo facendo questo? Perché è ok tutto ciò per noi donne occidentali, fare questo ad altre donne in un’altra parte del mondo, farle vivere in una sorta di schiavitù? Facendo produrre una quantità enorme di intimo, e non tutta verrà indossata?”. 

Ecco perché decide per la creazione di un marchio non profit, RubyMoon (dal nome della nonna da cui ha imparato a cucire), che non dia modo di creare profitto di cui solo in pochi possano beneficiare. Nè che dia soldi in beneficenza, ma che consenta alle donne di avere gli strumenti per essere indipendenti. Attraverso l’associazione Lendwithcare scelgono e finanziano, con il 100% del loro utile, progetti imprenditoriali di donne in paesi in via di sviluppo. 

Un altro aspetto: RubyMoon vuole essere un marchio con prodotti alla portata di tutti, non di lusso, per evitare il contrasto tra chi acquista e chi produce per loro, tra lusso e povertà. 

Non solo l’aspetto sociale. RubyMoon si impegna nella riduzione delle emissioni di CO2 e ad avere un ruolo nell’economica circolare. Utilizza il tessuto ECONYL®, ricavato dalle reti da pesca recuperate in mare, e altri materiali rigenerati in ottica di upcycling, con certificazione Oeko-Tex. Ritirano l’usato, proponendo in cambio uno sconto del 5%, e lo riutilizzano. Desiderano produrre indumenti di qualità che durino a lungo. “Basta produrre nuove fibre, basta creare nuovi materiali. Abbiamo già prodotto così tanto da coprire tutte le nostre necessità per sempre”.  Inoltre, sono coinvolti in progetti di ricerca e sviluppo, sono interessati in soluzioni per riciclare di nuovo il materiale, che al momento riutilizzano. In parternship con Slow Re Purpose si impegna per influenzare i consumatori sul valore dei vestiti e sull’economia circolare. 

Le sfide che affronta: Riuscire a produrre in toto localmente (in UK) in un’economia circolare. Poter arrivare a nuovi clienti, vendendo on line. Infine, una spina nel fianco che raccontano tanti marchi sostenibili: sentire i grandi brand che annunciano un solo cambiamento sostenibile, attraverso un giornalista che ne parla, convincendo così con facilità i consumatori a continuare ad acquistare da loro, cadendo nel greenwashing, è fonte di malessere per chi si impegna in ogni aspetto nella sostenibilità.

Prossimi passi: Stanno valutando un nuovo packaging, in alluminio. 

Obiettivi di sviluppo sostenibile: 1, 5, 8, 10, 11, 12, 13, 14.

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L’intervista

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