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Storie di brand che decidono di fare la differenza – Be The Change Awards (2)

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Continuiamo a raccontarvi le storie dei marchi finalisti di Be The Change Awards 2019, le loro motivazioni, le sfide, i prossimi passi. Se avete perso la prima puntata, potete trovarla qui: Prima puntata 

Wess

Abbigliamento donna, per comporre un guardaroba “capsula”. Spediscono ovunque nell’Unione Europea. Marine Vicenzotti e Rebecca Parienti avviano Wess nel 2017, in origine come un negozio on line di abbigliamento etico, sostenibile e vegano, creando guardaroba capsula. Alla fine del 2018, decidono di smettere di rivendere altri marchi e di creare il proprio. “Aveva senso perché volevamo davvero proporre un consumo minimalista attraverso il concetto di guardaroba capsula, sviluppando la nostra di idea di 5 pezzi che possono essere mischiati e abbinati per creare 30 differenti outfit, così come la nostra linea di pezzi base di moda con elementi basilari co-progettati. L’idea dietro il concetto di vendita di guardaroba capsula è nata quando abbiamo iniziato a cambiare il nostro modo personale di consumare moda e renderci conto che uno dei problemi principali nel settore della moda è il consumo eccessivo. Volevamo mostrare alle donne che non è necessario avere un guardaroba sovraccarico per sentirsi bene ed essere eleganti“, racconta Rebecca. “All’epoca lavoravo nel settore della moda e quando Marine e io decidemmo di lanciare Wess, volevamo utilizzare questa esperienza della moda per aiutare altre donne. A quei tempi, vivevamo entrambi a Londra come coinquiline e discutevamo spesso di moda etica. Il progetto di Wess è apparso abbastanza rapidamente. Marine è un imprenditore nato e quello che personalmente immaginavo come hobby secondario per noi era una società praticabile per lei. Un giorno al pub tra due gin tonic abbiamo deciso di creare Wess. Volevamo utilizzare tutta questa energia, abilità che avevamo imparato da qualche altra parte per lavorare verso qualcosa in cui credevamo e aiutare altre donne a fare il salto verso la moda etica“.

“Durante l’anno, in nessun momento particolare, lanciamo elementi basilari di moda di cui tutti abbiamo bisogno nel nostro guardaroba (la camicia bianca, l’abito da giorno a notte, il top bretone così chic …). Per questi elementi chiediamo alla nostra community di votare su tutti gli aspetti per pochi mesi e poi avvalersi del prodotto in una campagna di pre-ordine. Quando i pre-ordini vengono eseguiti produciamo l’indumento in modo etico, sostenibile e vegano. Questo è quello che abbiamo fatto con il nostro primo prodotto: il maglione reversibile bretone. Siamo stati molto contenti dei risultati”. Inoltre aggiungono consigli personali sugli abiti spediti (per esempio, su cosa indossare insieme o come personalizzarlo), “così quando qualcuno lo compra, c’è più possibilità che lo si ami e indossi il più possibile. Sempre per combattere il consumo eccessivo”.

Per ora utilizzano solo cotone biologico, etichettato GOTS, prodotto da diversi partner in India con cui collaborano da anni. La produzione dei vestiti è realizzata in India da una cooperativa di donne delle baraccopoli di Mumbai, che possono lavorare con un vero stipendio e con condizioni di lavoro sicure e piacevoli. “Nella cooperativa ci sono anche una scuola, un asilo nido e un programma di sponsorizzazione per le donne che invitano i bambini a mandarli all’università. C’è anche un centro medico, un fondo comune e così via. È un vero progetto sociale che va ben oltre la produzione di abiti“. Come packaging utilizzano grandi buste riciclabili. 

Le sfide che affrontano: La principale è legata al costo molto elevato nello sviluppo di un business sostenibile (materie prime, fabbriche, imballaggi…). Inoltre, il costo finale dei prodotti è, naturalmente, più alto di quello della fast fashion. “A volte le persone non comprendono il perché, dopo che per così tanto tempo i prezzi sono stati alterati. Quindi c’è anche il ruolo dell’informazione”. L’altra sfida è trovare i partner giusti per essere sicuri che siano coinvolti nella sostenibilità quanto loro.

Prossimi passi: Stanno lavorando per un packaging più sostenibile. Vogliono sviluppare di più il sistema di pre-ordini, al fine di produrre quantità il più vicino possibile alla domanda. Per le nuove collezioni stanno esplorando altri materiali come Tencel e fibre riciclate. Desiderano espandere le vendite in altri paesi.

Obiettivi di sviluppo sostenibile: 5, 12.

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Zola Amour

Abbigliamento da donna, con capi essenziali e di qualità (spedizione in tutto il mondo). Emilie Evans ha deciso nel 2016 di dedicarsi a questo progetto dopo aver lavorato per l’industria della moda, anche per un noto brand di scarpe, colpita da un sistema che arreca danno alle persone, all’ambiente, ai consumatori, dalla spinta a comprare sempre di più. Lavorando si rende conto del numero di collezioni da far uscire, quattro volte all’anno, con prodotti sempre diversi in modo da invogliare a nuovi acquisti. In un viaggio di lavoro a Hong Kong, resta impressionata dallo smog che offusca il cielo, pensando all’inizio si trattasse di semplice foschia. È durante i viaggi che Emilie realizza in modo scioccante l’impronta dell’industria. “Ho immediatamente compreso l’impatto che la fast fashion ha sull’ambiente. Non ho mai visto così tanto inquinamento nella mia vita. Mentre salivamo per una stradina secondaria vicino all’ingresso di una fabbrica, ci trovammo di fronte a un mucchio di pezzi di scarti della recente corsa alla produzione. Gomma, PU, schiuma, polistirene espanso, pelle, poliestere, pannelli sottopiede, solette… ogni cosa che ti viene in mente, era lì. Questa era solo una delle tante montagne di rifiuti abbandonate che avremmo visto durante i nostri viaggi. Tutto ciò contribuisce agli incredibili 12 milioni di tonnellate di rifiuti tessili gettati nelle discariche ogni anno”. Emilie decide di non contribuire a tutto questo. Si licenzia, per un anno lavora in due coffee shop e intanto studia per il suo progetto. Così nasce Zola Amour, che propone abbigliamento da indossare a lungo, semplice, in fibre naturali biodegradabili, certificate: cotone biologico, lino, canapa, bambù. Nella sezione “Trasparenza” del loro sito, sono indicati i fornitori e le certificazioni. Anche il filo è naturale: 100% cotone organico certificato GOTS. Le cerniere sono in poliestere riciclato. I vestiti sono prodotti a mano in UK. Il packaging è in carta velina riciclata e la scatola in cartone riciclato. Gli articoli della collezione sono inseriti pian piano che si presenta l’esigenza di inserire un pezzo base, non ogni stagione più volte all’anno. 

Prossimi passi: In arrivo un top che può essere indossato in cinque modi diversi. Organizzare più pop up store (negozi temporanei), anche in altri paesi (Germania, Olanda per esempio). Trovare uno spazio di vendita fisso. Migliorare il sito, in particolare ancora di più la sezione relativa alla trasparenza. Introdurre appena possibile un programma di beneficenza.

Obiettivi di sviluppo sostenibile: 12.

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Menesthò

Costumi da bagno sostenibili e di lusso (spedizione in tutto il mondo, gratis in Europa). Questo brand non era tra i finalisti, ma desideriamo raccontarvene la storia. Vicki Griva ha studiato e lavorato per un po’ in Italia e possiamo intervistarla nella nostra lingua. Anche lei ha avuto esperienze professionali in aziende di moda, prima di avviare il proprio brand, che l’hanno colpita e spinta a intraprendere qualcosa di diverso.

Mi racconta di due episodi in particolare che sono stati la goccia che fa traboccare il vaso. La prima in un’azienda italiana del settore Moda Lusso: per la nuova collezione autunno/inverno si trova davanti un cincillà intero… Si sente male e da quel momento decide “niente animali, è un’assoluta crudeltà e non è necessario”. La seconda in un marchio fast fashion. È la fine di aprile 2013, è crollato lo stabilimento Rana Plaza in Bangladesh. Il capo dell’azienda convoca i dipendenti e l’unica cosa che tiene a comunicare in quella tragica occasione è “Noi non produciamo in quello stabilimento”. Vicky allora si dice: “Basta, voglio fare qualcosa io”. Con il fratello, Giorgos Grivas, inizia nel 2014 con vestiti (ora non più in catalogo) e costumi, producendo su ordinazione per minimizzare gli sprechi e per accontentare se possibile le richieste dei clienti. Anche nel design applica la filosofia zero waste, limitando al minimo gli scarti di tessuto. Scelgono Vita, un tessuto di Econyl prodotto in Italia dal riciclo di bottiglie di plastica e di reti da pesca recuperate nei mari, creato in modo da minimizzare il rilascio di microfibre. La stampa dei tessuti e la produzione sono in UK. I costumi sono reversibili: se ne acquistano due in uno, potendo sceglierne le combinazioni. Il packaging è in cotone biologico. 

Le sfide affrontate: Ciò che trovano più difficile è far arrivare ai clienti il messaggio che una scelta sostenibile è meglio non solo per il pianeta, ma a lungo andare anche per il loro portafogli. In un mondo dove le aziende producono in massa vendendo a prezzi bassissimi è difficile. Ma comprando articoli di bassa qualità i consumatori dovranno sostituirli in breve tempo, rivelandosi nel lungo periodo una scelta non più economica dell’acquisto da subito di un capo di qualità, fatto a mano, di lunga durata. Un’altra sfida: trovare materiali sostenibili per altri aspetti del business, come cartoleria, spedizioni etc. “La scelta é veramente limitata cosi purtroppo alcune volte dobbiamo procedere con ciò che é a disposizione, anche se non è il meglio dal punto di vista eco-friendly”.

Prossimi passi: Un software che consenta al cliente di valutare meglio in fase di acquisto come starà con il costume che desidera comprare. Stanno pensando anche a un tessuto che possa essere utilizzato di nuovo alla fine del ciclo di vita del prodotto. Prevedono di espandere le collezioni a breve diventando “go to” brand per ogni aspetto relativo all’ “acqua outfit”. Nel lungo termine puntano invece ad aggiungere un programma di ritiro dei costumi usati per riciclarli.  “Ogni giorno puntiamo su fare qualcosa in più verso l’assoluta sostenibilità. L’obiettivo é creare un’azienda che faccia il meno possibile male al nostro ambiente ed al nostro pianeta in generale, mentre cerchiamo di restare economicamente sostenibili”.

Obiettivi di sviluppo sostenibile: 12, 14.

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