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La preoccupante situazione dei diritti umani e dei lavoratori in Cambogia: 20 aziende di abbigliamento e calzature scrivono al primo ministro

Italiano/English (see below)

20 aziende di abbigliamento e calzature che si approvvigionano in Cambogia, tra cui Adidas, Nike, Gap, Fruit of the Loom, Esprit, Levi Strauss & Co. e New Balance, hanno scritto una lettera (vedi foto più sotto) al primo ministro cambogiano Hun Sen all’inizio di maggio esprimendo preoccupazione per le violazioni dei diritti umani e dei lavoratori nel paese.

“Siamo preoccupati che la situazione dei diritti umani e dei lavoratori in Cambogia rappresenti un rischio per le preferenze commerciali per la Cambogia”, hanno scritto i firmatari della lettera, facendo presente le misure adottate dall’Unione Europea per rivedere i benefici fiscali delle esportazioni cambogiane nel mercato europeo e le analoghe misure nel mercato statunitense. 

Le aziende fanno leva nella lettera sull’impatto economico che avrebbero tali provvedimenti fiscali, evidenziando che le relazioni commerciali con i fornitori cambogiani hanno contribuito nel 2018 ai 9,5 miliardi di dollari di esportazioni di abbigliamento, calzature e articoli da viaggio, pari al 43% del PIL del paese. Se le aziende del settore, perdendo i benefici fiscali, fermassero quindi l’approvvigionamento dalla Cambogia, l’economia del paese ne risentirebbe in modo significativo. Ma non è la prima lettera che le aziende scrivono al governo cambogiano, senza ricevere alcuna risposta.

Nel 2018, la Cambogia è risultato il 6° maggiore fornitore di abbigliamento e il 4° fornitore di calzature per il mercato degli Stati Uniti. Inoltre, per il mercato europeo il 5° maggiore fornitore di abbigliamento e di calzature. Ciò che preoccupa è la situazione relativa ad aspetti come la garanzia dei diritti del lavoro, la dignità dei lavoratori, il salario minimo adeguato, i meccanismi di protezione per i lavoratori domestici, la violenza sulle donne, lo sfruttamento, il traffico di esseri umani, la schiavitù, la violenza domestica, gli straordinari eccessivi (che causano affaticamento e svenimenti sul posto di lavoro). La repressione dei lavoratori del settore tessile e dei sindacati indipendenti  si è intensificata. I dirigenti delle società non sono disposti a rispettare i diritti dei lavoratori, gli scioperi sono diventati violenti, la vita lavorativa di coloro che fanno parte dei sindacati è dura (dall’isolamento alla discriminazione al licenziamento). 

Video: Stop the violence against Cambodian garment workers

Nel paese ci sono circa 1.200 fabbriche di abbigliamento e calzature, che impiegano circa 800.000 cambogiani, di cui l’80%  sono donne, che si sono spostate in città per trovare lavoro nell’industria.

Guarda con quale pacifica determinazione manifestano queste donne per i loro legittimi diritti:  Video Central Cambodia org   (per i sottotitoli in inglese, seleziona Captions On nelle impostazioni)

Per le donne cambogiane, le molestie sessuali rimangono un grave problema. “Licenzieranno le donne anziane e recluteranno ragazze giovani perché vogliono che belle ragazze lavorino nella loro fabbrica”, ha spiegato Louk Saven, una dipendente cambogiana nel settore dell’abbigliamento. Srey Mao annuisce. Racconta di avere 52 anni, ma di dire ai suoi datori di lavoro che ne ha solo 37. “La direzione sceglie ragazze carine come supervisori in modo che possano avvicinarsi a loro”, ha affermato Kong Sak. “Spesso le ragazze sono intimidite perché sanno che saranno licenziate se non acconsentono (a prestazioni sessuali)”. Riguardo lo stipendio, racconta Louk: “Solo il costo del cibo per me è di $150 al mese. Salto sempre la cena per me“. Anche altre donne hanno raccontato di non poter permettersi di cenare (fonte: Aljazeera). 

Negli ultimi anni, i lavoratori cambogiani hanno combattuto per un salario di $160 al mese. Sotto la pressione dei sindacati e delle aziende, il governo cambogiano ha aumentato il salario minimo mensile da $128 a $140, non arrivando all’importo richiesto dai sindacati.

Cosa possiamo fare?

Le aziende possono far pressione al governo locale, noi possiamo far pressione sulle aziende che operano o si approvvigionano a livello locale, sia per quanto riguarda l’aspetto delle retribuzioni, sia relativamente a quanto pagano i prodotti dai loro fornitori, affinché fermino la “corsa al ribasso” dei costi, che ha causato la depressione dei salari. L’American Apparel & Footwear Association si è pronunciata contro la legge sul salario minimo, i principali produttori in Cambogia come H&M e Adidas hanno espresso il loro sostegno per miglioramenti nel settore dell’abbigliamento nel paese, ma senza aumentare quanto sono disposti a pagare per ogni capo di abbigliamento. Inoltre possiamo partecipare alle petizioni proposte dalle organizzazioni locali dei lavoratori, come questa in cui chiedono al governo reale della Cambogia di agire su 11 problemi prioritari e per migliorare la vita di tutti i lavoratori:

Petizione – Sostieni i lavoratori

Un’azione congiunta, a livello di aziende e di singoli, può portare risultati nella sensibilizzazione del governo per migliorare la vita di chi lavora per produrre ciò che indossiamo.


English: The worrying situation of human and labour rights in Cambodia: 20 apparel and footwear companies write to the prime minister

20 apparel and footwear companies that source from Cambodia, including Adidas, Nike, Gap, Fruit of the Loom, Esprit, Levi Strauss & Co. and New Balance, wrote a letter (see photo above) to the Cambodian prime minister Hun Sen in early May expressing concern about violations of human and labour rights in the country.

“We are concerned that the labor and human rights situation in Cambodia is posing a risk to trade preferences in Cambodia”, the signatories of the letter wrote, pointing out the measures adopted by the European Union to review the tax benefits of Cambodian exports in the European market and the similar measures in the US market.

Companies leverage in the letter on the economic impact that these tax measures would have, highlighting that in 2018 trade relations with Cambodian suppliers contributed to 9.5 billion dollars in exports of garment, footwear and travel goods, equal to 43% of the country’s GDP. If the companies in the sector, losing the tax benefits, then stopped sourcing from Cambodia, the country’s economy would be significantly affected. But it is not the first letter that companies write to the Cambodian government, without receiving any reply.

In 2018, Cambodia was the 6th largest clothing supplier and the 4th largest supplier of footwear for the United States market. Furthermore, for the European market the 5th largest supplier of clothing and footwear. What is worrying is the situation regarding aspects such as the guarantee of labor rights, the dignity of workers, the adequate minimum wage, the protection mechanisms for domestic workers, the violence against women, the human exploitation and trafficking, the slavery, the domestic violence, the excessive overtime (which causes fatigue and fainting in the workplace). The repression of textile workers and independent trade unions has intensified. Company executives are unwilling to respect workers’ rights, strikes have become violent, the working life of those in trade unions is hard (from isolation to discrimination to dismissal).

Video: Stop the violence against Cambodian garment workers

In the country there are about 1,200 clothing and footwear factories, which employ around 800,000 Cambodians, of which 80% are women, who have moved to the city to find work in the industry.

See with what peaceful determination these women demonstrate for their legitimate rights: Video Central Cambodia org  (for English subtitles select Captions On in settings)

For Cambodian women, sexual harassment are still a serious problem. “They will fire older women and recruit young girls because they want pretty girls to work in their factory”, explained Louk Saven, a Cambodian employee in the clothing industry. Srey Mao nods. She says she is 52, but she told her employers that she is only 37. “The management makes pretty girl supervisors so they can get close to them”, claimed Kong Sak. “Often the girl is intimidated because she knows they will fire her if she disagrees (to sex)”. Regarding salaries, says Louk: “Only the cost of food for me is $150 a month. I always skip dinner for myself “. Other women also said they could not afford to dine (source: Aljazeera).

In recent years, Cambodian workers have fought for a salary of $160 a month. Under pressure from unions and companies, the Cambodian government has increased the monthly minimum wage from $128 to $140, not reaching the amount requested by the unions.

What can we do?

Companies can put pressure on the local government, we can put pressure on companies that operate or source locally, both in terms of salaries, and in terms of how much products are paid to their suppliers, to stop the “race downward “of costs, which caused the depression of salaries. The American Apparel & Footwear Association has ruled against the minimum wage law, the main producers in Cambodia such as H&M and Adidas have expressed their support for improvements in the clothing industry in the country, but without increasing how much they are willing to pay for every piece of clothing. We can also participate in petitions proposed by local workers’ organizations, such as this in which they ask the royal government of Cambodia to act on 11 priority problems and to improve the lives of all workers:

Take action – Support the workers

A joint action, at company and individual level, can bring results in pushing the government to improve the lives of those who work to produce what we wear.

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