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Cosa rispondono le aziende a uno studio di settore in cui emerge che non forniscono prove di pagare salari dignitosi a chi lavora per loro

Italiano/English

L’edizione 2019 della studio internazionale Tailored Wages, realizzato da Clean Clothes Campaign, analizza 20 aziende nell’industria dell’abbigliamento. L’85% dei marchi risulta dichiarare di essersi impegnato in qualche modo a garantire che i salari fossero sufficienti a sostenere le necessità di base dei lavoratori, ma nessun marchio lo ha messo in pratica per nessun dipendente nei paesi in cui viene prodotta la maggior parte dell’abbigliamento. Nessuna azienda è stata in grado di fornire prove per mostrare che i loro fornitori attualmente stanno pagando salari dignitosi.

Lo studio riguarda Adidas, Amazon, C & A, Decathlon, Fast Retailing, Fruit of the Loom, GAP, G-Star RAW, Gucci, H&M, Hugo Boss, Inditex, Levi Strauss & Co., Nike, Primark, Puma, PVH, Tchibo, Under Armour e Zalando. Le aziende sono consapevoli che i salari pagati ai lavoratori dovrebbero essere sufficienti a soddisfare le necessità di base. Tuttavia i dipendenti e le loro famiglie rimangono in assoluta povertà. Dallo studio: l’industria dell’abbigliamento ha continuato in tutto questo tempo a utilizzare la manodopera a basso costo dei lavoratori per realizzare profitti di massa. Il loro cosiddetto ‘impegno’ a garantire che i salari siano sufficienti ha fatto poca o nessuna reale differenza. I salari da povertà rimangono un problema critico. Il diritto a un salario di sussistenza potrebbe essere una chiave per determinare un cambiamento globale e la soluzione a cascata di altri problemi correlati come gli straordinari eccessivi, gli alloggi miseri, la cattiva alimentazione, i rischi per la salute, il lavoro minorile e altro ancora. Il focus di questo studio su cosa i marchi stanno facendo, in merito agli stipendi nelle reti di fornitori, è quindi un indicatore essenziale di quanto ogni azienda stia contribuendo o no a offrire un lavoro dignitoso alle persone che fanno i nostri vestiti.

Quasi ogni marchio su cui sono stati raccolti i dati non era in grado di affermare che tutti i lavoratori nella loro catena di approvvigionamento sono pagati con un salario di sussistenza. Inditex utilizza una nuova metodologia di controllo da cui risulta che 3.532 delle loro fabbriche pagano un salario di sussistenza ai lavoratori. Tuttavia non hanno un salario di sussistenza come punto di riferimento e nessuna prova o dettagli che consentirebbero di valutare questa affermazione, nonostante siano state ripetute richieste di chiarimenti. Pertanto non è chiaro su cosa si basi questa affermazione. Inoltre Gucci (Kering Group) sostiene che il 95% della sua produzione sia realizzato in Italia da fornitori che rispettano il CCNL. Gucci sostiene che gli stipendi stabiliti dal CCNL siano salari giusti. “Abbiamo confrontato il dato del CCNL più basso rispetto con i livelli di povertà assoluta per una famiglia definiti dall’Istituto nazionale italiano di statistica e con il dato di Wage Indicator Foundation”, si legge nello studio. “Il salario netto da CCNL non arriva alle soglie di povertà assoluta per una famiglia nel Nord e nel Centro d’Italia, ma non nel Sud. È più scarso di poche centinaia di euro rispetto all’indicatore del salario Wage Indicator Foundation per una famiglia in tutte le località. Gucci non ha rivelato la lista dei fornitori, difficile valutare il numero di fornitori in cui potrebbe essere pagato un salario di sussistenza. Oltre a ciò, permangono notevoli difficoltà con il monitoraggio e l’esecuzione del pagamento del CCNL in Italia, con accordi peggiorativi (chiamati anche accordi pirata), con sottoquotazione del pagamento dei livelli minimi in alcuni punti”.

Uno studio analogo è stato realizzato da Labour Behind the Label, con focus in UK, dove le aziende analizzate sono 32. Di queste, 31 non hanno potuto fornire prova di pagare i lavoratori che producono i loro articoli un salario di sussistenza ovunque nel mondo. A breve distanza dalla pubblicazione di quest’ultimo, Just-Style ha deciso di chiedere un riscontro alle aziende coinvolte. Alcune hanno sostenuto di non aver ricevuto il report, altre hanno commentato che lo studio ha adottato un approccio generale, senza riconoscere gli sforzi individuali compiuti o ancora che i marchi principali sono attualmente sulla strada per affrontare la questione. H&M, Levi’s, Amazon, Asos, Primari, Hugo Boss rispondono a Just-Style in questo articolo:

https://www.just-style.com/analysis/global-brands-respond-to-living-wage-criticism_id136379.aspx

“Se i marchi sono genuinamente impegnati a pagare un salario dignitoso, devono smettere di parlarne e pagarlo. Scegli un benchmark credibile, comunica ai fornitori e rendi pubblici i dati sui salari per dimostrare che sta davvero accadendo. Non è così complicato. Basta pagare di più le persone”, afferma Anna Bryher, l’autrice del report di Labour Behind the Label.


English – What companies respond to a sector study in which it emerges that they do not provide evidence of living wages paid to those who work for them

The 2019 edition of the international Tailored Wages study, produced by Clean Clothes Campaign, analyzes 20 companies in the clothing industry. 85% of the brands claim to have committed themselves in some way to ensure that wages were sufficient to support the basic needs of the workers, but no brand has put it into practice for any employee in the countries where most of their clothing production is made. No company was able to provide evidence to show their suppliers are currently paying living wages.

The study concerns Adidas, Amazon, C & A, Decathlon, Fast Retailing, Fruit of the Loom, GAP, G-Star RAW, Gucci, H&M, Hugo Boss, Inditex, Levi Strauss & Co., Nike, Primark, Puma, PVH, Tchibo, Under Armour and Zalando. Companies are aware that wages paid to workers should be sufficient to meet basic needs. However, employees and their families remain in absolute poverty. From the study: the clothing industry has continued throughout this time to use low-cost labor for mass profits. Their so-called “commitment” to ensuring that wages are sufficient has made little or no real difference. Wages from poverty remain a critical problem. The right to a living wage could be a key to bringing about global change and the cascading solution to other related problems such as excessive overtime, poor housing, poor nutrition, health risks, child labor and more. The focus of this study on what brands are doing, regarding wages in supplier networks, is therefore an essential indicator of how much each company is contributing or not to offering a decent job to the people who make our clothes.

Almost every brand analysed could not claim that all workers in their supply chain are paid with a living wage. Inditex uses a new control methodology which shows that 3,532 of their factories pay a living wage to workers. However, they do not have a living wage as a reference point and no evidence or details that would make it possible to evaluate this statement, despite requests for clarification. Therefore it is not clear on what this be based. Furthermore, Gucci (Kering Group) claims that 95% of their production is carried out in Italy by suppliers that respect the CCNL. Gucci claims that the salaries established by the CCNL are fair wages. “We compared the CCNL data with respect to the absolute poverty levels for a family defined by the Italian National Institute of Statistics and with the Wage Indicator Foundation data”, it is said in the study. “The net CCNL wage falls short of absolute poverty thresholds for a family in the North and Centre of Italy, but not in the South. It falls a few hundred euros short of the Wage Indicator Foundation benchmark for a family in all locations. Gucci has not revealed the list of suppliers, it is difficult to estimate the number of suppliers in which a living wage could be paid. In addition to this, there remain significant difficulties with monitoring and enforcing payment of the CCNL in Italy, with pejorative agreements (also called pirate agreements) undercutting payment of minimum levels
in some places”.

A similar study was carried out by Labor Behind the Label, with focus in the UK, where the analyzed companies are 32. Of these, 31 could not provide proof of paying workers who produce their articles a living wage anywhere in the world. A short distance from the publication of the report, Just-Style has decided to ask for feedback from the companies involved. Some have claimed not to have received the report, others have commented that the study has taken a general approach, without recognizing the individual efforts made or that the major brands are currently on the road to addressing the issue. H&M, Levi’s, Amazon, Asos, Primaries, Hugo Boss respond to Just-Style in this article: https://www.just-style.com/analysis/global-brands-respond-to-living-wage-criticism_id136379.aspx

“If brands are genuinely commited to paying a living wage, they should stop talking about it and just pay it. Pick a credible benchmark, tell suppliers, and make the payroll records public to prove it is really happening. It’s not that complicated. Just pay people more money”, says Anna Bryher, the report’s author of Labour Behind the Label.

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