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1 bikini al prezzo di un caffè – La “rapid” fashion

Italiano/English

Missguided, il brand di Manchester, ha lanciato nella scorsa settimana una campagna promozionale per festeggiare 10 anni di empowerment delle donne, proponendo un bikini a 1 sterlina (= 1,1 euro).
Le reazioni, come si può immaginare, da parte di ambientalisti, attivisti impegnati a fermare il fenomeno fast fashion e di persone sensibili alle tematiche green e sociali sono molteplici e forti. Il costume consiste in un sopra a triangolo e un sotto con laccetti ed è all’85% in poliestere (un tessuto derivato del petrolio, accusato di rilasciare microfibre nel lavaggio in lavatrice) e al 5% in elastan (fibra sintetica di poliuretano, usata per dare elasticità ai tessuti). Come può un bikini essere proposto a un prezzo così basso? Come è stato prodotto? Dove? Da chi? Sono le domande che chi si impegna a vestire in modo più responsabile si pone.
Dopo il contraccolpo mediatico, Missguided ha rilasciato una dichiarazione in risposta: “Abbiamo lanciato il ‘bikini £ 1’ come oggetto promozionale per festeggiare i 10 anni di empowerment delle donne per avere un bell’aspetto e sentirsi bene senza andare in bancarotta”.
Da un prezzo da bancarotta a una spesa pari a quella di un caffè c’è nel mezzo un oceano. Chi paga per questo nostro vantaggio?
“Ci è costato più di £ 1 per produrlo e stiamo assorbendo i costi per offrirlo ad un prezzo incredibile come regalo ai nostri clienti. Non c’è stato alcun compromesso con questo bikini – è stato acquistato secondo gli stessi standard elevati come tutti gli altri nostri prodotti”. Quali sono questi standard elevati? Dove si sa qualcosa della produzione? E se anche fosse così, resta una riflessione da fare: quanto è responsabile e sostenibile proporre un costume a una cifra così bassa? Perché spingere a non riflettere su tutto il processo che porta alla realizzazione di un indumento, di qualsiasi tipo sia? Quanto contribuisce una campagna di questo tipo ad alimentare il diffuso impulso a comprare di più a meno, in un’epoca caratterizzata da cifre spaventose di tonnellate di rifuti tessili incenerite? E perché festeggiare l’empowerment femminile spingendo a comprare un costume a prezzo basso, prodotto in un settore in cui prevalentemente lavorano donne, molte delle quali sottopagate e impiegate a condizioni non dignitose?

Il prezzo di un prodotto dovrebbe riflettere il rispetto del valore di tutta la catena produttiva, soprattutto del rispetto del valore del contributo delle risorse coinvolte nel processo produttivo. Durante la promozione, ogni riassortimento di bikini a 1 sterlina era sold out dopo 45 minuti, in tutte le taglie, questo era il problema su cui Missguided si è concentrato nel lancio. C’è ancora tanto da fare per chi si occupa di far conoscere gli effetti della fast fashion a basso prezzo. Missguided sostiene che meglio della fast fashion è la “rapid” fashion, con 1.000 nuovi prodotti sul sito ogni settimana: gli abiti partono da £ 8 e si possono acquistare un paio di di jeans e una maglietta con circa £ 20.

Ma chi paga il prezzo di tutto ciò?
Cosa c’è dietro il costo di un capo? Puoi leggere qui qualche articolo:

Ingiustizia ambientale e sociale: chi paga i costi della nostra possibilità di acquistare più vestiti a prezzi bassi

In Bangladesh hanno bisogno di noi

Le aziende non forniscono prove di pagare salari dignitosi a chi lavora per loro


English: A bikini at the price of a coffee – The “rapid” fashion

Missguided, the brand based in Manchester, launched a promotional campaign last week to celebrate 10 years of women’s empowerment, offering a 1 pound bikini (= 1.1 euros).
The reactions, as can be imagined, by environmentalists, activists committed to stopping the fast fashion phenomenon and people sensitive to green and social issues are many and strong. The swimsuit consists of a triangle top and a tie bottom and is 85% polyester (a petroleum-derived fabric, accused of releasing microfibres in the washing machine) and 5% elastane (synthetic polyurethane fiber, used to give fabrics elasticity). How can a bikini be offered at such a low price? How was it produced? Where was it produced? By who? These are the questions that those who commit themselves to dress in the most responsible manner arise.
After the media setback, Missguided issued a statement in response: “We launched the £ 1 bikini as a promotional item to celebrate 10 years of the empowerment of women to look and feel good without breaking the bank”.

From a bankruptcy price to a price equal to the one of a coffee there is an ocean in the middle. Who pays for our benefit?
“It cost us more to produce than £1 and we’re absorbing the costs so we can offer it at an incredible price as a gift to our customers. There has been no compromise with this bikini – it is sourced to the same high standards as all of our other products”. What are these high standards? Where can we know anything about the production process? And even if this were the case, there is still a reflection to be made: how responsible and sustainable is it to offer such a low cost swimsuit? Why pushing to not reflect on the whole process that leads to the creation of a garment of any kind? How much does a campaign of this type contribute to fuel the widespread impulse to buy more for less, in an era characterized by dreadful figures of tons of incinerated textile waste? And why celebrating female empowerment by pushing to buy a low-priced costume, produced in a sector where women predominantly work, many of whom are underpaid and employed on undignified conditions?

The price of a product should reflect respect for the value of the entire production chain, above all respect for the value of the contribution of the resources involved in the production process. During the promotion, each reassortment of the 1 pound bikini was sold out after 45 minutes, in all sizes, this was the issue on which Missguided focused on launching. There is still a lot to do for those involved in raising awareness of the effects of fast fashion at a low price. Missguided claims that “rapid” fashion is better than fast fashion, with 1,000 new products on the site every week: dresses start at £ 8 and you can buy a pair of jeans and a t-shirt with around £ 20.

But who pays the price for all this?
What’s behind the cost of a garment? You can read some articles here:

Environmental and social injustice: who pays the cost of our opportunity to buy more clothes at low prices

In Bangladesh they need us

Companies do not provide any evidence of paying living wage to their workers

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