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Il tessuto perfetto: le nostre scelte lungo il cammino sostenibile

Italiano/English below

Abbiamo imparato qualcosa riguardo l’impatto dei vestiti sull’ambiente, abbiamo letto articoli o libri, abbiamo visto documentari che ci hanno aperto gli occhi sull’industria della moda. E dal momento in cui abbiamo acquisito consapevolezza si affollano nella nostra testa domande come “Cosa posso fare per evitare di contribuire a disastri ambientali e sociali?”, “Cosa compro?”, “Dove compro?”. Uno dei quesiti principali che leggiamo e che ci vengono posti è… “Ma quale tessuto è sostenibile?”.

Ogni volta che nei forum, nelle chat, nei commenti si parla di un tessuto spuntano aspetti negativi: “Viene da lontano!”, “Usa troppi prodotti chimici!”, “Distrugge le foreste!”, “Richiede troppa acqua!”, “Non si può riciclare alla fine del ciclo di vita!”, “Per produrlo si utilizza troppa energia!”, “È trasformato in fabbriche in paesi dove si sfruttano i lavoratori!”, “Danneggia gli animali!” ecc. ecc.

Così arriva la sconforto, perché se tanto in ogni modo continuo a produrre impatto negativo per quale ragione mai dovrei sforzarmi di comprare in modo alternativo? Il rischio quindi è di rinunciare a fare qualcosa.

Questo tema ci sta particolarmente a cuore. Non esiste al momento il tessuto perfetto. Ma aspettate di leggere fino in fondo, perché c’è un lieto fine.

Le nostre vite hanno conseguenze sulla natura e sugli animali, perché ogni nostra azione umana è un’interazione con l’esterno e comporta effetti e modifiche. Pure il nostro respiro è un’interazione con l’ambiente circostante. Come altri aspetti della nostra vita da essere umani, mangiare, spostarsi, abitare, anche vestirsi produce un impatto.

È impossibile annullare del tutto le nostre orme umane su questo pianeta. L’impatto “zero” non può essere il nostro obiettivo: troppo difficile, con il rischio di abbandonare provando frustrazione e abbattimento. Possiamo invece mirare a inserire armoniosamente la nostra esistenza umana all’interno di un ecosistema rispettando tutte le altre forme di vita e in sintonia con animali e vegetali. L’attività umana dovrebbe cercare di causare il minore impatto possibile ad altre specie e al pianeta in sé.

Preso atto di ciò, cosa possiamo allora fare? Decidere con buon senso e responsabilità la tipologia di impatto che desideriamo avere (positivo/negativo), su che cosa (ambiente e/o persone e/o animali) e il livello (il massimo che posso fare/il minimo sforzo/impegno crescente). Piccoli miglioramenti da parte di milioni di persone hanno un impatto davvero significativo, più di quello di cento persone perfettamente sostenibili. 

Inoltre, per produrre risultati duraturi e significativi il percorso verso una vita più sostenibile non dovrebbe essere pieno di ansia, al contrario: dovrebbe essere intrapreso gioiosamente, visto il nobile obiettivo e le meravigliose conseguenze che comporta su noi, sugli altri, sugli animali, sul pianeta! No stress.

Ma torniamo ai tessuti. La produzione di manufatti è un processo impattante, non è possibile creare qualcosa senza “disturbare” il contesto esterno… Il punto è quanto impatta. Non è una questione di fibre buone o cattive. “Compro tutto in bambù e in cotone organico, sono a posto!”. Non è che una maglietta in bambù sia automaticamente migliore di una in cotone tradizionale. L’impegno del produttore durante tutto il ciclo di vita del prodotto tessile è ciò che fa la differenza, sia dal punto di vista ambientale sia sociale. Se la maglietta in bambù è prodotta tramite un processo altamente chimico di trasformazione della corteccia in cellulosa, inquinando acque e suolo circostante la fabbrica alimentata da combustibili fossili, se è sbiancata o colorata con tinte fortemente inquinanti, se è prodotta (per risparmiare) in paesi in cui non ci sono adeguati controlli di condizioni di sicurezza per i lavoratori né garanzie di salari dignitosi, se viaggia da una parte all’altra del mondo senza la minima attenzione alla produzione di CO2 di tutti gli spostamenti, non è detto che sia una scelta più sostenibile rispetto a una maglietta in cotone tradizionale, magari prodotta da un’associazione di artigiani locali in India dove è presente la piantagione, trasformata attraverso un processo alimentato da energie rinnovabili, colorata con tinte naturali secondo un’antica tradizione del posto e inserita in un progetto di riciclo alla fine del suo utilizzo, per cui è possibile riconsegnarla al produttore una volta lisa, rovinata o inutilizzata.

Photo by Francisco Arnela on Unsplash

In questa non semplice fase di valutazione, sarebbe utile avere strumenti a disposizione che consentano di conoscere una misura oggettiva della sostenibilità di ciò che acquistiamo, senza dover studiare e impegnarci noi ogni volta che compriamo. Un’etichetta che mostri un indice di sostenibilità validamente riconosciuto e attribuito in maniera pulita e onesta. Ci sono soluzioni attualmente allo studio. Nel frattempo ciò che sicuramente ci aiuta, e ha grande valore, è la trasparenza del produttore nel condividere in modo sincero le scelte operate lungo tutto il ciclo di vita del prodotto, dal design alla sua fine o rinascita. Sulla base delle informazioni che abbiamo a disposizione, decideremo noi secondo le scelte personali, come dicevamo prima riguardo la tipologia di impatto che desideriamo avere (positivo/negativo), su che cosa (ambiente e/o persone e/o animali) e il livello (il massimo che posso fare/il minimo sforzo/impegno crescente). Qui trovate una guida degli aspetti da guardare per scegliere un brand sostenibile: https://dress-ecode.com/2018/11/07/15-aspetti-da-guardare-per-scegliere-un-brand-sostenibile-e-responsabile/

Il punto non è essere perfetti, il punto è fare con serenità ciò che ci prefiggiamo nelle nostre possibilità

Il percorso è serenamente fatto di passi, non per tutti di salti acrobatici! L’importante è avanzare su questo sentiero, dimenticandoci della (irraggiungibile al momento) perfezione.

(Foto: in copertina, Ethan Bodnar; Amy Treasure; Francisco Arnela su Unsplash)


English – The perfect fabric: our choices along the sustainable path

We learned something about the impact of clothes on the environment, we read articles or books, we saw documentaries that opened our eyes to the fashion industry. And from the moment we gained awareness, our mind is crowded of questions like “What can I do to avoid contributing to environmental and social disasters?”, “What should I buy? “,” Where should I buy?”. One of the main questions we read and are asked about is… “But which fabric is sustainable?”.

Every time in the forums, in the chats, in the comments we talk about a fabric, negative aspects pop up: “It comes from far away!”, “It uses too many chemicals!”, “It destroys the forests!”, “It requires too much water!”, “It cannot be recycled at the end of the life cycle!”,” To produce it, too much energy is used!”,” It is transformed into factories in countries where workers are slaved!”,” It damages animals!”, etc. etc.

Thus comes the discouragement, because if so much in every way I continue to produce negative impact, for what reason should I ever strive to buy in an alternative way? The risk is therefore to give up doing anything.

This issue is particularly important to us. The perfect fabric does not exist at the moment. But wait until you read to the end, because there is a happy ending.

Our lives have consequences on nature and animals, because every our human action is an interaction with the external context and involves effects and changes. Our breath is also an interaction with the surrounding environment. Like other aspects of our lives, from being human, eating, moving, living, even dressing produces an impact.

It is impossible to completely cancel our human footprints on this planet. The “zero” impact cannot be our goal: too difficult, with the risk of abandoning it by feeling frustration and dejection. We can instead aim to harmoniously insert our human existence within an ecosystem respecting all other life forms and in harmony with animals and plants. Human activity should try to cause the least possible impact to other species and to the planet itself.

Taking note of this, what can we do then? We can decide with common sense and responsibility the type of impact we wish to have (positive/negative), on what (environment and/or people and/or animals) and the level (the maximum I can do/the minimum effort / increasing effort). Small improvements by millions of people have a truly significant impact, more than that of a hundred perfectly sustainable people.

Furthermore, to produce lasting and meaningful results, the path to a more sustainable life should not be full of anxiety, on the contrary: it should be undertaken joyfully, given the noble goal and the wonderful consequences it has for us, for others, for animals, for planet! No stress.

But let’s go back to the fabrics. The production of manufactured goods is an impactful process, it is not possible to create something without “disturbing” the external context… The point is how much it impacts. It is not a question of good or bad fibers. “I buy everything in bamboo and organic cotton, I’m fine!” It is not that a bamboo shirt is automatically better than a traditional cotton one. The manufacturer’s commitment throughout the life cycle of the textile product is what makes the difference, both from an environmental and a social point of view. If the bamboo t-shirt is produced by a highly chemical process of transformation of the cortex into cellulose, polluting the waters and the soil surrounding the factory fuelled by fossil fuels, if it is bleached or coloured with highly polluting colours, if it is produced (to save money) in countries in which there are no adequate control measurement on safety conditions for workers or any guarantees of decent wages, if it travels from one part of the world to another without the slightest attention to the CO2 production of all journeys, it is not necessarily a choice more sustainable than a traditional cotton shirt, perhaps produced by an association of local artisans in India where the plantation is present, transformed through a process powered by renewable energies, coloured with natural dyes according to an ancient tradition of the place and inserted into a recycling project at the end of its use, for which it is possible to return it to the producer once worn, damaged or unused.

In this not simple evaluation phase, it would be useful to have available tools that allow to know an objective measure of the sustainability of what we buy, without having to study and make efforts on researching every time we buy. A label that shows a sustainability index validly recognized and attributed in a clean and honest manner. There are solutions currently being studied. Meanwhile, what certainly helps us, and has great value, is the transparency of the manufacturer in sincerely sharing the choices made throughout the life cycle of the product, from design to its end or rebirth. Based on the information we have available, we will decide according to personal choices, as we said earlier about the type of impact we wish to have (positive/negative), about what (environment and/or people and/or animals) and the level (the maximum I can do/the least effort/increasing effort). Here you can find a guide of the features to look at in order to choose a sustainable brand: https://dress-ecode.com/2018/11/07/15-aspetti-da-guardare-per-scegliere-un-brand-sostenibile-e-responsabile/

The point is not to be perfect, the point is to do with serenity what we aim at in our possibilities.

The path is serenely made of steps, not for everyone made of acrobatic jumps! The important thing is to advance on this path, forgetting about the (unattainable at the moment) perfection.

(Photos: on the cover, Ethan Bodnar; Amy Treasure; Francisco Arnela on Unsplash)

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