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Amorilla: sulle onde della moda sostenibile di Camilla Mendini. La sua storia, la sfida plastic free e i racconti d’amore per le tradizioni tessili

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Bella, come lo è nei suoi video, così al naturale, incontro Camilla Mendini in stazione a Verona, in agosto. È in vacanza in Italia, partita da New York dove abita da più di quattro anni. Questa è un’intervista speciale e carica di emozioni, perché Camilla è stata per me una delle molle che hanno fatto scattare l’avventura di Dress Ecode. I suoi video, pieni di idee, di spunti e di creatività, mi hanno accompagnata in un momento particolare della vita, regalandomi l’energia giusta per iniziare questo progetto.

Davanti a un cappuccino e a un infuso di erbe (entrambe abbiamo puntato su qualcosa di molto estivo!), risponde amabilmente alle domande raccontandosi e raccontando di Amorilla, il brand da lei creato proponendo una moda responsabile. Adoriamo le onde di Amorilla, disegnate da Camilla, la scelta dei colori per i capi, l’attenzione ai materiali sostenibili, l’approccio slow e artigianale alla produzione.

Come hai iniziato con la moda sostenibile? C’è stato un momento in cui è cominciato tutto?
Ho iniziato nella moda sostenibile perché ho visto il documentario The True Cost. Nasce un po’ tutto da mio marito. Non ha mai avuto la smania di comprare, i suoi pochi acquisti sono di cose di qualità. Ha sempre ricercato la qualità e l’artigianato. Compravo da Zara, da H&M, pur non essendo una compratrice folle vengo da quel mondo e mio marito mi ha suggerito di guardare il documentario. Grazie al suo appoggio e grazie anche alla mia famiglia (mia mamma ha sempre cucito tantissimo e a mio papà piace molto creare, respiravo il mondo dell’artigianato) è scoccata la scintilla, dove c’era già terreno fertile.

Vorrei raccontassi del tuo brand, Amorilla. Partiamo dal nome che hai scelto, come lo hai creato?
Il mio lavoro è sempre stato quello di designer, questo è il mio mondo: creare il marchio, lo story telling. Quando però lavori per te stesso, sei il cliente peggiore che puoi trovare! Perché sei pieno di dubbi, sei tu che ti devi dare il briefing ma sei tu che ti devi anche dare la soluzione. Quindi è difficile essere soddisfatti di ciò che si fa per se stessi. Prima ho fatto una ricerca di nomi che avessero a che fare con la sostenibilità, con i valori del marchio. Però non lo sentivo abbastanza mio. Mi sono chiesta: come mi conoscono le persone? Come Camilla e come Carotilla*, quindi volevo un’assonanza con questi nomi. In più, il mio approccio alla moda sostenibile è proprio un atto di amore: tutta la storia collegata ad Amorilla è un racconto di amore. Ci sono le love story, non ci sono le collezioni: seguo la logica autunno/inverno e primavera/estate, ma non è detto ci siano sempre tutte le collezioni. Non è un marchio che vuole avere la sua presenza a ogni stagione: una linea deve nascere da un colpo di fulmine e mostrare una storia d’amore verso una tradizione tessile, verso una ricchezza culturale di qualche angolo del mondo.

Cotone biologico, lana di yak, canapa… Come scegli i tessuti? Da dove parti? Dal tipo di tradizione tessile/tessuto e successivamente cerchi un produttore sostenibile?
Studio, faccio ricerche, trovo un paese con una tradizione che mi piace, così nasce il colpo di fulmine e inizio quindi a studiare la tecnica grazie agli artigiani locali. Mi chiedo: ‘Come posso mettere la mia creatività in questa tecnica?’. Creo il disegno, dò le indicazione dei vestiti, dei colori, delle onde di Amorilla, che sono il simbolo del marchio (cerco sempre di metterle anche solo in un dettaglio, come l’etichetta). Personalizzo la tecnica e poi mi rivolgo al paese della tradizione che mi ha colpito.

Visiti il fornitore sul posto? Come ti accerti che sia davvero sostenibile?
Questa è la parte più difficile, trovare il fornitore. Ci deve essere la bellezza del prodotto, ma dal punto di vista dei valori voglio che sia sostenibile. Per ora mi sono mossa attraverso conoscenze che avevo per essere sicurissima del rispetto dei valori di Amorilla.
L’idea è di andare fisicamente sul posto, conoscere persone e artigiani locali, stringere rapporti umani che mi arricchiscano anche dal punto di vista culturale. Per la Love story ambientata in India, non potevo uscire dagli Stati Uniti per motivi burocratici, quindi è stato tutto uno scambio per posta, e-mail, telefonate. Dato che ero bloccata negli Stati Uniti, sono andati in India i miei genitori, per vedere come producono gli artigiani che avevo scelto: mio padre è stato per tanto tempo fotografo di moda, mia madre da sempre cuce e crea vestiti. Si sono occupati di verificare che tutto fosse a posto e anche di produrre foto e video della produzione, importanti per mostrare il valore dei capi. La realtà artigianale scelta non ha certificazioni, ma è familiare. Sostenibilità può voler dire tante cose. Per me la sostenibilità non è quella delle grandi catene che introducono alcuni capi di cotone bio. Qualcosa di sostenibile per me è creato con una certa qualità e lentezza.

Come hai trovato in questo caso il produttore in India?
In questo caso, quando andavo ogni mattina al liceo qui a Verona passavo sempre davanti a un negozio di stoffe e vestiti indiani. Mi ero fermata a chiedere informazioni e il ragazzo in negozio mi aveva spiegato che suo fratello in India ha azienda che produce. Me ne sono ricordata e mi sono rimessa in contatto con il ragazzo del negozio mentre ero a New York e tramite lui con la sua famiglia di artigiani indiani.

La sfida maggiore che ti trovi ad affrontare portando avanti un marchio sostenibile?
Come trovare i fornitori. Finora mi sono rivolto a persone che conoscevo già, realtà di cui avevo sentito parlare, anche nel caso dei capi prodotti in Italia mi sono orientata nella scelta di sarte e modelliste con cui avevo conoscenze in comune. Ho incontrato le due sarte, donne che sono uscite dalla realtà di un tumore al seno, lavoravano insieme in un’azienda e si sono messe successivamente in proprio. Sono stata la loro prima cliente.
Mi piacerebbe andare in Giappone, per capire l’indigo, in Messico, in Colombia. Il problema è trovare i fornitori di cui essere sicuri che siano sostenibili.
Anche i tempi sono sfida: quelli della moda come la sto creando sono molto lunghi rispetto alla moda tradizionale. Sono più un artigiano, non seguo i tempi delle collezioni. La prossima linea per esempio sarà in primavera/estate.

Ho apprezzato molto che Amorilla abbia ripreso i capi della scorsa primavera/estate nell’ultima collezione, il kimono. Lo trovo in linea con la filosofia slow fashion.
Vedendo che era piaciuto mi è sembrato automatico riportarli in vita, perché vuol dire che sono stati apprezzati, il modello, i colori, come sta bene indosso a diverse corporature. Continuerò a fare migliorie, però vorrei tenere il kimono, mi piacerebbe che diventasse un simbolo. La moda che interessa a me non è quella che crea collezioni con 5 pantaloni, 40 maglie, le giacche, ecc. Non sento il bisogno di mettere sul mercato tante cose.

Cosa influisce di più sul prezzo finale dei tuoi capi? Design, trasporto, materia prima ecc. Spesso viene percepito un capo come ‘caro’ perché non si conosce come è stato prodotto.
Ci sono davvero tante variabili dietro il prezzo di un prodotto, più di quelli citati. L’aspetto che influisce di più è sicuramente la manodopera.

Designer ma anche You Tuber: i tuoi video spiegano tanti aspetti di moda sostenibile in modo chiaro e accurato. Ma non solo moda, ho trovato d’ispirazione anche altri argomenti: cucina (ah le mele caramellate, le ho provate subito!), prodotti beauty, posti da vedere, stralci della tua vita (tra cui viaggi, gite e allenamenti). Spesso fai video sulla vita a New York e sulle differenze tra Stati Uniti e Italia, utilissimi, cosa ti piace di più di questa città?
Di New York mi piacciono la varietà e il senso di libertà. Varietà in tutti i suoi aspetti: di persone, cucine, religioni, ma anche della città di per sé. Dal parco gigantesco come Central Park al grattacielo di fianco, da Soho dell’alta moda a East Village più hippy. C’è posto per tutti, c’è libertà di esprimersi, è uno spazio dove la gente non si cura per esempio di come sei vestito.

Lo stile di vita Plastic free è arrivato dopo la moda sostenibile, ad un certo punto ti abbiamo vista cambiare: da cosa hai iniziato? Qual é la sfida maggiore che hai incontrato e in cosa è più difficile essere plastic free?
Il salto verso l’attenzione alla plastica l’ho fatto dopo il video di cui mi parlavi (Nda: video in cui Camilla mostra la spesa fatta al supermercato a NY, in cui molti alimenti erano nella plastica), vedendo i commenti. Mi sono chiesta ‘Cosa posso fare?’. Le critiche di massa mi hanno fatto pensare che stavo sbagliando io.
Ci sono tanti limiti che ti fanno chiedere perché cercare di essere plastic free. Non ci sono mercati nella zona in cui abito a NY e lì costa di più, bisogna andare lontano a fare acquisti. Ma parlando sui social di questi temi ho una responsabilità verso chi mi segue. Mi accorgo che parlo a tante persone, verso cui ho responsabilità, ma a volte non ho tutte le risposte. L’altra difficoltà infatti è avere conoscenza tecnica di tutti i materiali, sapere cosa è più facile da smaltire, cosa inquina meno: è meglio il vetro? Il metallo? Il cartone? Il tetrapak? E come sono prodotti a monte? L’alternativa sfusa sarebbe meglio, ma non riuscendo a comprare sfuso cosa scegliere?
Umanamente mi impegno verso la moda sostenibile, essere troppo integralisti però è difficile o può portare al peggio: non sai come muoverti. Volendo dare ispirazione, non voglio che le persone pensino che se inizi questo percorso devi diventare un bravissimo essere impegnato al cento per cento, se sbagli ti senti in colpa. E non è neppure ciò che serve: se tutti si impegnassero un minimo, se tutti facessero un piccolissimo passo saremmo già molto più avanti. Non serve che siamo tutti bravissimissimissi, basta un poco da parte di tutti. È questo che voglio far passare nei canali social.
Ciò che più mi dà fastidio dove ora vivo è lo smaltimento. In Italia mi posso fidare di più, anche per come vengono divise le cose da smaltire, a NY si butta tutto insieme e non si vede il percorso dei rifiuti: dividi le cose ma poi non sai cosa succede. Vetro, plastica, metallo: scegli il tipo di rifiuto quando lo getti nell’apposito canale condominiale, ma scende in un unico canale appunto, va a finire tutto insieme. ‘Reuse, recycle’, ma poi non si sa bene cosa sia riciclato. In aeroporto, nei posti principali, nelle maggiori attrazioni turistiche in giro trovi i cestini dedicati ai diversi tipi di rifiuti, ma se vai a guardare trovi di tutto, le persone gettano tutto insieme. Anche perché magari non sai dove buttare! Abbiamo scritto in un gruppo e.mail per chiedere di aggiustare il canale guasto dei rifiuti nel condominio per sapere come differenziare. La risposta ricevuta è stata molto vaga, con una semplice indicazione in pratica che è l’impresa che si fa carico di come smaltire successivamente, non compete a noi saperne.
La cosa più difficile è evitare di acquistare plastica. Soprattutto nella frutta e nella verdura. O se sono in giro e ho bisogno di acqua o di caffè trovo la plastica (quando tornerò però penso troverò una NY diversa, perché nel frattempo quella usa-e-getta è stata bandita). Anche per le consegne di cibo è difficile. Quando ordini puoi indicare la scelta di non ricevere cose di plastica, ma puntualmente arrivano lo stesso. Sono andata qualche giorno fa qui in Italia al supermercato e ho trovato le fragole nel cestino di plastica, adagiato nell’involucro di polistirolo, il tutto avvolto dalla pellicola di plastica. In tanti dicono che servono a mantenere l’alimento, per evitare gli sprechi. Nei supermercati a NY magari vedi la frutta e la verdura sfusa avvizzita rispetto a quella avvolta nella plastica, ma la plastica monouso non ha proprio senso.

Ci sono miti, persone che stimi o che hanno influenzato la tua vitae il tuo lavoro, a cui ti ispiri sia nel lavoro sia nella tua vita in generale?
Più che da persone sconosciute, provo a prendere insegnamenti e qualità da ogni persona cara della famiglia, da loro cerco di prendere i lati positivi. Da mio papà che è una persona molto creativa, ha sempre molte idee, cerco di prendere entusiasmo per trovare soluzioni nuove ai problemi, per riuscirsi a reinventare. Da mia mamma invece la pazienza. Da mio marito che è molto pragmatico, riesce a fare previsioni molto in là nel futuro, cerco di prendere ispirazione per il lato business per essere una brava imprenditrice. Sono le persone della vita di tutti i giorni che mi influenzano, non tanto personaggi su social media o in tv.

Un consiglio personale. Quando dicono “Così fai chiudere negozi, fabbriche, lasciando a casa chi lavora” perché si suggerisce di acquistare meno o a non comprare da marchi non sostenibili, cosa si può rispondere?
Noi consumatori abbiamo l’arma più potente che è non comprare un determinato brand. I lavoratori non lavorano direttamente per i grandi marchi. Non è che se non compri da un determinato marchio li lasci a casa, lavoreranno per altri. Noi consumatori possiamo, comprando o non comprando, far capire di cambiare rotta. Sopratutto se ci battiamo per i diritti di chi produce questi capi, stiamo dando una mano a questi lavoratori, daremo infatti loro molta più forza perché i diritti non siano calpestati. Stiamo facendo loro un favore non comprando da brand che non hanno politiche etiche, perché cerchiamo di far capire a quesì grandi brand che o cambiano oppure non vendono. Il grande brand non chiude, cambia politica.

Un consiglio invece per i lettori. Se dovessi scegliere un suggerimento, il principale, da dare a chi è ancora indeciso se sia davvero il caso di acquistare capi di moda in modo più sostenibile e con dubbi su da dove iniziare quale sarebbe?
Iniziare piano. In tutti i campi, che sia diventare vegetariano o vegano o cambiare la propria vita da consumatore, o ancora voler essere più consapevole, plastic free, sostenibile, ecc. Non bisogna avere la voglia di strafare all’inizio. Anche io l’avevo, penso sia un sentimento abbastanza comune. Più vogliamo fare, più è frustrante. Primo, perché viene da chiederci: “Da dove comincio?”. Effettivamente perché da zero va migliorato ogni aspetto! Secondo, costa tantissimo. Per un armadio sostenibile, consiglio di partire guardando cosa c’è dentro. Senza spendere un soldo, aprire l’armadio e domandarsi: “Cosa mi metto? Cosa mi piace, perché le metto?”. Bisogna capire il perché: lo metto perché mi piacciono i bei colori, la stoffa, il modello? Cosa invece non metto? Tutte le cose che non vogliamo più indossare cerchiamo di venderle o di donarle, di portarle in negozi di seconda mano, di darle ad amici, di scambiarle per ottenere altri vestiti. È un peccato buttare capi che non sono rovinati, ci sono altre soluzioni.
Già avendo quindi capi nell’armadio che ci piacciono di più, che sono quelli che usiamo di più si hanno le idee più chiare.
Solo dopo consiglio di iniziare a pensare: ‘Effettivamente adesso posso fare un nuovo acquisto’. Ma non comprandomi la dodicesima gonna, la quindicesima felpa o il trentesimo paio di jeans! ‘Ho già dodici pantaloni, probabilmente non me ne serve un altro. Cos’è che mi serve realmente?’. Magari quel cappotto caldo per i giorni di freddo intenso. Per questo cappotto farò una ricerca prima per capire dove comprarlo. Per ogni successivo acquisto infatti consiglio di dedicare del tempo, di cercare di non comprare istintivamente qualcosa perché ci piace o va di moda, anzi di rifuggire le mode perché spesso ci fanno fare acquisti sbagliati.
Mi hai chiesto un consiglio e me ne sono usciti più di uno! Il consiglio che riassume tutto è capire come vogliamo realmente il nostro armadio, davvero con ciò che ci piace, non con ciò che pensiamo ci possa stare bene o che pensiamo ci possa piacere perché lo abbiamo visto indossato da qualcun altro su Instagram. È più un percorso psicologico: chi sono io, cosa voglio, come voglio vestirmi. E da lì partire pian pianino.

Grazie moltissimo Camilla per la disponibilità e… con molta curiosità restiamo in attesa della prossima Love Story!

Link al sito di Amorilla: https://www.amorilla.com

* È il nome con cui Camilla è presente sul canale You Tube.


English – Amorilla: on the waves of sustainable fashion by Camilla Mendini. Her history, the plastic free challenge and the love stories for textile traditions

Beautiful, as it is in her videos, so naturally, I meet Camilla Mendini at the station in Verona, in August. She is on vacation in Italy, left from New York where she has lived for over four years. This is a special and emotional interview, because Camilla was for me one of the motivation that made the Dress Ecode adventure start. Her videos, full of ideas, inspirations and creativity, accompanied me in a particular moment of life, giving me the right energy to start this project.
In front of a cappuccino and an herbal infusion (we both focused on something very summery!), she answers the questions amiably by telling herself and telling us about Amorilla, the brand she created by proposing a responsible fashion. We love the waves of Amorilla, designed by Camilla, the choice of colors for the garments, the attention to sustainable materials, the slow and artisanal approach to production.

How did you start with sustainable fashion? Was there a time when it all started?
I started in sustainable fashion because I saw the documentary The True Cost. Everything begun from my husband. He never had the urge to buy, his few purchases are of quality things. He has always sought quality and craftsmanship. I used to buy from Zara, from H&M, although I am not a crazy buyer, I come from that world and my husband suggested I watch the documentary. Thanks to his support and thanks also to my family (my mother has always sewed a lot and my dad really likes to create, I breathed the world of craftsmanship) the spark came, where there was already fertile ground.

I would like to tell you about your brand, Amorilla. Let’s start with the name you chose, how did you create it?
My work has always been that of designer, this is my world: creating the brand, the story telling. But when you work for yourself, you are the worst customer you can find! Because you are full of doubts, it is you who must give yourself the briefing but it is you who must also give yourself the solution. So it’s hard to be satisfied with what you do for yourself. Earlier I did a search for names that had to do with sustainability, with the values ​​of the brand. But I didn’t feel it mine enough. I asked myself: how do people know me? As Camilla and Carotilla*, so I wanted a similarity with these names. Moreover, my approach to sustainable fashion is really an act of love: the whole story connected to Amorilla is a tale of love. There are love stories, there are no collections: I follow the logic of autumn/winter and spring/summer, but it is not certain that there are always all the collections. It is not a brand that wants to have its presence at every season: a line must come from love at first sight and show a love story towards a textile tradition, towards a cultural richness of some corner of the world.

Organic cotton, yak wool, hemp… How do you choose fabrics? Where do you start from? From the type of textile/fabric tradition and then looking for a sustainable producer?
I study, I do research, I find a country with a tradition that I like, so love at first sight is born and then I begin to study the technique thanks to local artisans. I wonder: ‘How can I put my creativity in this technique?’. I create the design, I give the indication of the clothes, the colors, the waves of Amorilla, which are the symbol of the brand (I always try to put them even in one detail, like the label). I personalise the technique and then I turn to the country of the tradition that impressed me.

Do you visit the supplier locally? How do you make sure it’s really sustainable?
This is the hardest part, finding the supplier. There must be the beauty of the product, but from the point of view of values ​​I want it to be sustainable. For now I have moved through people that I know to be very sure of the respect of the values ​​of Amorilla.
The idea is to physically go to the place, meet local people and artisans, make human relationships that enrich me even from a cultural point of view. For the Love story set in India, I could not leave the United States for bureaucratic reasons, so it was all an exchange by ordinary mail, e-mail, phone calls. Since I was stuck in the United States, my parents went to India to see how the artisans I had chosen produce: my father was a fashion photographer for a long time, my mother has always sewed and made clothes. They took care to verify that everything was in place and also to produce photos and videos of the production, important to show the value of the garments. The selected artisan reality has no certifications, but is familiar. Sustainability can mean many things. For me, sustainability is not that of the big chains that introduce some organic cotton items. Something sustainable for me is created with a certain quality and slowness.

How did you find the manufacturer in India in this case?
In this case, when I went to high school every morning here in Verona, I always dropped round an Indian textile and clothing store. I stopped to ask for information and the guy in the shop explained to me that his brother in India has a company that produces. I remembered about that and got in touch with the store boy while I was in New York and through him with his family of Indian artisans.

The biggest challenge you face in managing a sustainable brand?
How to find suppliers. So far I have turned to people I already knew, a reality that I had heard of, even in the case of the garments produced in Italy I focused on the choice of seamstresses and pattern makers with whom I had a mutual acquaintance. I met the two seamstresses, women who came out of the reality of breast cancer, they worked together in a company and then started their own business. I was their first customer.
I would like to go to Japan, to understand indigo, in Mexico, in Colombia. The problem is finding the suppliers to be sure that they are sustainable.
Even the timing is a challenge: that of fashion as I am creating them is very long compared to traditional fashion. I am more a craftsman, I do not follow the times of the collections. The next line for example will be in spring/summer.

I really appreciated that Amorilla has evoked the last spring/summer garments in the last collection, the kimono. I find it in line with the slow fashion philosophy.
Seeing that they were appreciated, it seemed automatic to bring them back to life, because it means that they have been liked, the model, the colours, they way they are well worn by different body types. I will continue to make improvements, but I would like to keep the kimono, I would like it to become a symbol. The fashion that interests me is not the one that creates collections with 5 trousers, 40 sweaters, jackets, etc. I don’t feel the need to put so many things on the market.

What affects the final price of your clothes the most? Design, transportation, raw material etc. Often a garment is perceived as “expensive” because it is not known how it was produced.
There are so many variables behind the price of a product, more than those mentioned. The most influential aspect is certainly the workforce.

Designer but also You Tuber: your videos explain many aspects of sustainable fashion clearly and accurately. But not only fashion, I also found other topics inspiring: cooking (caramel apples, I tried them immediately!), beauty products, places to see, excerpts of your life (including trips, trips and training). Often you make videos about life in New York and the differences between the United States and Italy, very useful, what do you like most about this city?
In New York I like the variety and the sense of freedom. Variety in all its aspects: of people, cuisines, religions, but also of the city itself. From the giant park like Central Park to the skyscraper next door, from high-fashion Soho to more hyppie East Village. There is room for everyone, there is freedom to express oneself, it is a space where people do not care for example how you are dressed.

The Plastic free lifestyle has arrived after sustainable fashion, at a certain point we saw you changing: what did you start with? What is the biggest challenge you have encountered and what is the greater difficulty in being plastic free?
I made the jump to attention to plastic after the video you were talking about (Nda: video in which Camilla shows the shopping done at the NY supermarket, where many foods were in plastic), seeing the comments. I asked myself ‘What can I do?’. Mass criticism made me think I was wrong.
There are so many limits that make you wonder why to try to be plastic free. There are no markets in the area where I live in NY and it costs more, you have to go far to shop. But talking about these issues on social media I have a responsibility towards those who follow me. I realize that I talk to so many people, to whom I have responsibility, but sometimes I don’t have all the answers. In fact, the other difficulty is to have technical knowledge of all the materials, to know what is easier to dispose of, what pollutes less: is glass better? The metal? The cardboard? The tetrapak? And how are they produced upstream? The loose alternative would be better, but failing to buy in bulk what to choose?
Humanly, I am committed to sustainable fashion, but being too fundamentalist is difficult or can lead to the worst: you don’t know how to move. Wanting to give inspiration, I don’t want people to think that if you start this path you have to become a very good one to be 100% committed, if you make a mistake you feel guilty. And it is not even what is needed: if everyone committed a minimum, if everyone did a very small step we would already be far ahead. We don’t need all of us to be very very very good, it’s enough just a bit from everyone. This is what I want to communicate through social media channels.
What bothers me most where I live now is disposal. In Italy I can trust it more, also for how the things to be disposed are divided, in NY everything is thrown together and you don’t see the waste path: you separate things but then you don’t know what happens. Glass, plastic, metal: you choose the type of waste when you throw it in the specific condominium canal, but it goes down in a single channel, it ends up together. ‘Reuse, recycle’, but then it is not clear what is recycled. At the airport, in the main places, in the major tourist attractions around you will find the baskets dedicated to the different types of waste, but if you go and look, you will find everything, people throw everything together. Also because maybe you don’t know where to throw! We have written in a group e-mail to ask to adjust the broken waste channel in the condominium to know how to differentiate. The response received was very vague, with a simple indication in practice that it is the company that takes care of how to dispose of it later, it is not our responsibility to know.
The most difficult thing is to avoid buying plastic. Especially in fruits and vegetables. Or if I’m around and I need water or coffee, I find the plastic (but when I get back, I think I’ll find a different NY, because in the meantime the disposable stuff has been banned). Even for food deliveries it is difficult. When you order you can indicate the choice not to receive plastic things, but however they arrive on time. I went to the supermarket a few days ago here in Italy and found the strawberries in the plastic basket, placed in the polystyrene wrapper, all wrapped in plastic film. Many say they serve to maintain food, to avoid waste. In supermarkets in NY maybe you see the fruit and vegetables shriveled compared to the one wrapped in plastic, but the disposable plastic doesn’t really make sense.

Are there myths, people who esteem or have influenced your life and your work, which inspires you both in work and in your life in general?
More than from unknown people, I try to take lessons and qualities from every loved one of the family, from them I try to take the positive aspects. From my dad who is a very creative person, he always has many ideas, I try to take enthusiasm to find new solutions to problems, to be able to reinvent myself. Patience from my mother. From my husband who is very pragmatic, he manages to make forecasts very far in the future, I try to take inspiration for the business side to be a good entrepreneur. They are the people of everyday life who influence me, not so much characters on social media or on TV.

A personal advice. When they say ‘so you close shops, factories, leaving home worker’ by suggesting to buy less or not to buy from unsustainable brands, what can you answer?
We consumers have the most powerful weapon that is not buying a particular brand. Workers do not work directly for the big brands. It’s not that if you don’t buy from a certain brand you leave them at home, they will work for others. We consumers can, by buying or not buying, make it clear that we are changing path. Especially if we fight for the rights of those who produce these garments, we are helping these workers, we will give them much more strength so that rights are not trampled. We are doing them a favor by not buying from brands that do not have ethical policies, because we try to make those big brands understand that they either change or don’t sell. The big brand does not close, instead changes policies.

A tip instead for readers. If you had to choose a suggestion, the main one, to give to those who are still in doubt whether it is really the case to buy fashion clothes in a more sustainable way and with doubts about where to start which would it be?
Start slowly. In all fields, becoming vegetarian or vegan or changing one’s life as a consumer, or moreover wanting to be more aware, plastic free, sustainable, etc. You don’t have the desire to overdo it at the beginning. I also had it, I think it’s a fairly common feeling. The more we want to do, the more frustrating it is. First, because we ask ourselves: ‘Where do I start?’. Indeed, from nothing every aspect has to be improved! Second, it costs a lot. For a sustainable wardrobe, I recommend starting out by looking at what’s inside. Without spending a penny, open the wardrobe and ask yourself: ‘What do I wear? What do I like, why do I wear them?’. We need to understand why: I wear it because I like its beautiful colours, the fabric, the model? What instead I don’t wear? All the things we don’t want to wear anymore, we try to sell them or give them, to bring them to second-hand shops, to give them to friends, to swap them for other clothes. It is a pity to throw away items that are not damaged, there are other solutions.
Then, having clothes in the wardrobe that we like best, which are the ones we use the most, we have the clearest ideas.
Only after I suggest to start thinking: ‘Actually now I can make a new purchase’. But not buying the twelfth skirt, the fifteenth sweatshirt or the thirtieth pair of jeans! ‘I already have twelve pants, I probably don’t need another one. What is it that I really need?’. Maybe that warm coat for days of intense cold. For this coat I will do a research first to understand where to buy it. In fact, for every subsequent purchase I suggest you take time, try not to instinctively buy something because we like it or is trendy, or rather avoid fashion trends because they often make us make wrong purchases.
You asked me for one suggestion and I got more than one! The advice that sums it all up is understanding how we want our closet, really with what we like, not with what we think it looks good on us or which we think we might like because we’ve seen it worn by someone else on Instagram. It’s more a psychological journey: who I am, what I want, how I want to dress. And from there start very slowly.

Thank you very much Camilla for the availability and… with great curiosity we look forward to the next Love Story!

Link to Amorilla’s website: https://www.amorilla.com

*It is the name with which Camilla is on the You Tube channel.

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