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Acquistare negli outlet é una scelta sostenibile?

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È capitato di sentire dire: “L’ho comprato all’outlet, non in negozio! Perciò è più sostenibile!”. Abbiamo voluto quindi ragionare su questo canale di acquisto: è una modalità più responsabile?

“Con il termine ‘outlet’ si vuole indicare l’aggregazione, in uno stesso edificio o su una stessa area gestiti in modo unitario da un unico soggetto, di più punti vendita monomarca (Factory Outlet Store), prevalentemente dei settori dell’abbigliamento e delle calzature, e comunque del settore non alimentare, che commercializzano i propri prodotti a prezzi ribassati rispetto a quelli che vengono venduti mediante la rete del commercio tradizionale, in quanto si tratta di prodotti appartenenti alle collezioni degli anni precedenti rimaste invendute, oppure di prodotti creati appositamente per questo tipo di distribuzione” (da Wikipedia).

Gli outlet, con le caratteristiche odierne, nascono negli Stati Uniti a metà degli anni ’70 (il primo è Vanity Fair, realizzato nel 1974 a Reading in Pennsylvania, USA). In Europa arrivano negli anni ’80 e ‘90, in Italia il primo è realizzato a Saronno (Varese) nel 1995 dalla Fifty Outlet Group.

Chiamiamo outlet sia gli spacci aziendali, sia i centri commerciali specializzati nella vendita di prodotti di marchi famosi invenduti o di precedenti collezioni. La caratteristica distintiva è il fatto che gli articoli sono acquistati dai consumatori a prezzi inferiori, perché il produttore offre ciò che è rimasto invenduto, è passato di moda o è difettoso con uno sconto rilevante sul prezzo originale. Il termine “outlet” richiama il fatto di “gettare, far uscire” (letteralmente la traduzione dall’inglese sarebbe “punto di sbocco, uscita”) richiamando l’idea di trovare un’alternativa a ciò che altrimenti sarebbe buttato*. Alla base c’è quindi l’intenzione sostenibile di tentare ancora di utilizzare un prodotto prima che arrivi a essere rifiuto.

Facendo ricerche in rete, abbiamo trovato una tesi interessante sull’argomento**, incentrata sulla verifica della sostenibilità degli outlet. Attraverso lo studio effettuato su un campione di aziende localizzate nel Canton Ticino, l’autrice rilevano un trend che si discosta dall’intenzione originale dell’outlet: “Secondo il tradizionale funzionamento di un outlet, la merce che si trova in queste strutture dovrebbe essere una rimanenza ossia l’invenduto dei negozi della prima linea. La continua evoluzione delle strutture outlet fa cambiare non solo la filosofia di questi ma anche il target, che si è decisamente ampliato. Se i negozi outlet dovessero vendere solo i capi invenduti dei negozi principali, non avrebbero successo: la collezione presentata al cliente va integrata con taglie e colori mancanti, in base alle esigenze di ogni negozio e spesso va prodotto appositamente per l’outlet. Questo si dimostra anche con i dati raccolti durante le interviste”. 

In alcuni casi le percentuali di articoli prodotti appositamente per il canale outlet (50%, 70% o addirittura 95%) sono significativamente superiori a quelle degli articoli realmente invenduti; nello studio sembra che i marchi del lusso siano quelli più fedeli all’obiettivo dell’outlet, proponendo interamente prodotti non collocati sul mercato.

Nel caso di articoli fabbricati ad hoc per l’outlet, il prezzo proposto è praticamente pieno all’inizio. I prodotti che arrivano dalla prima linea sono invece scontati da subito.

Cosa succede a ciò che non viene venduto?

  • è immagazzinato per essere proposto l’anno successivo.
  • viene riproposto con ulteriori sconti o offerte.
  • è donato (per lo più questa soluzione è esclusa dalle aziende del lusso).
  • è distrutto.

La finalità originaria è quindi apprezzabile, ma sarebbe interessante approfondire il tema con analisi più vaste, per verificare se gli outlet abbiano mantenuto il loro scopo iniziale o se invece si siano trasformati in un canale addizionale di vendita dei grandi marchi per raggiungere un target differente con una produzione ad hoc.

Viene da aggiungere anche una considerazione sull’aspetto sociale degli outlet. Lo spaccio aziendale accanto al luogo di fabbricazione e gestito direttamente dai produttori sembra una tipologia più responsabile rispetto ai luoghi di aggregazione di negozi gestiti dalla grande distribuzione, di solito al di fuori del centro cittadino, in concorrenza con piccoli commercianti e artigiani. Inoltre gli outlet di grandi marchi coinvolti nel mancato rispetto delle condizioni di sicurezza dei lavoratori e/o di salari adeguati restano comunque collegati a queste problematiche.

In aggiunta, resta il dubbio sul ruolo dei factory oulet nella spinta all’odierno approccio consumistico agli acquisti.

 C’è chi cerca di rendere più green il punto vendita outlet come PUMA che ha utilizzato materiali riciclabili e luci a LED (puma-sees-green-with-sustainable-outlet-design-concept).

Cosa ne pensate? È secondo voi una scelta di acquisto sostenibile?

*Il fenomeno degli outlet e l’impatto sul tessuto economico locale derivante dal loro insediamento, quaderno di lavoro di Confcommercio.

** Analisi della sostenibilità nella filiera outlet del settore moda, di Otilia Moraru, tesi di Master presso la Scuola universitaria professionale della Svizzera Italiana, Dipartimento di economia aziendale, sanità e sociale.

(Foto: Charles  , Unsplash)


English – Purchasing at factory outlets is sustainable?

It happened to hear: “I bought it at the outlet, not in the store! Then it’s more sustainable!”. So we decided to think about this purchasing channel: is it a more responsible way?
“With the term ‘outlet’ we aim to indicate the aggregation, in the same building or on the same area managed in a unified manner by a single subject, of several single-brand sales points (Factory Outlet Store), mainly in the clothing sectors and of footwear, and in any case of the non-food sector, which market their products at lower prices than those sold through the traditional trade network, since these are products belonging to the collections of previous years that have remained unsold, or of products created specifically for this type of distribution” (from Wikipedia).
The outlets, with nowaday features, are born in the United States in the mid-1970s (the first is Vanity Fair, built in 1974 in Reading, Pennsylvania, USA). In Europe they arrive in the 80s and 90s, in Italy the first was built in Saronno (Varese) in 1995 by the Fifty Outlet Group.
We call “outlet” both factory outlets and shopping centers specialized in the sale of unsold or previous collections from famous brands . The distinctive feature is the fact that the items are purchased by consumers at lower prices, because the manufacturer offers what has remained unsold, has gone out of fashion or is defective with a significant discount on the original price. The term “outlet” refers to the fact of “throwing out”, recalling the idea of ​​finding an alternative to what would otherwise be wasted*. Basically there is therefore the sustainable intention to try again to use a product before it becomes waste.
By searching on the internet, we found an interesting thesis on the subject**, focused on verifying the sustainability of the outlets. Through the study carried out on a sample of companies located in Canton Ticino, the author notes a trend that differs from the original intention of the outlet: “According to the traditional operation of an outlet, the goods found in these structures should be a remnant that is the unsold of the stores of the first line. The continuous evolution of the outlet structures changes not only the philosophy of these but also the target, which has definitely widened. If the outlet stores were to sell only the unsold clothes of the main stores, would not be successful: the collection presented to the customer must be integrated with missing sizes and colors, according to the needs of each store and often must be produced specifically for the outlet. This is also demonstrated by the data collected during the interviews”.
In some cases the percentages of items produced specifically for the outlet channel (50%, 70% or even 95%) are significantly higher than those of the really unsold items; in the study it seems that the luxury brands are the ones most faithful to the outlet’s objective, offering entirely products not placed on the market.
In the case of items manufactured ad hoc for the outlet, the proposed price is practically full at the beginning. The products that arrive from the front line are instead discounted immediately.
What happens to what is not sold?
• it is stored to be offered the following year.
• is re-proposed with further discounts or offers.
• it is donated (mostly this solution is excluded by luxury companies).
• it is destroyed.

The original purpose is therefore appreciable, but it would be interesting to investigate the topic with broader analyzes, to verify if the outlets have maintained their initial purpose or if instead they have turned into an additional sales channel for the big brands to reach a different target with an ad hoc production.

Also a consideration on the social aspect of the outlets should be added. The company store next to the place of factory and managed directly by the producers seems a more responsible typology compared to the aggregation places of stores managed by large retailers, usually outside the city center, in competition with small traders and artisans. Furthermore, the outlets of major brands involved in not respecting workers’ safety conditions and/or adequate wages remain connected to these problems.

In addition, it remains a doubt about the role of factory outlets in pushing towards the current consumerist approach to purchases.

There are those, like  PUMA,  who try to make the outlet store greener by using recyclable materials and LED lights (puma-sees-green-with-sustainable-outlet-design-concept).

What do you think? Do you consider the outlet a sustainable purchase choice?

* The phenomenon of outlets and the impact on the local economic fabric deriving from their establishment, Confcommercio’s workbook.

** Analysis of sustainability in the fashion industry’s supply chain, by Otilia Moraru, Master’s thesis at the University of Applied Sciences of Italian Switzerland, Department of Business, Health and Social Affairs.

(Photo Charles  , Unsplash)

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