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Exseat: come la passione per le auto guida la moda verso la sostenibilità

Italiano/English below

Puoi ascoltare qui l’intervista in diretta: Moda, auto e sostenibilità 

La storia di Exseat ci dà la possibilità di riflettere su due settori, quello delle auto e quello della moda, e su come possano essere ripensati e integrati per una filiera produttiva che miri ad allungare il ciclo di vita dei prodotti.
Da una parte l’industria delle auto. In generale con un forte impatto ambientale nelle sue fasi pre, durante e post produzione. Circa 1 milione di autovetture sono state demolite nel 2019 in Italia (dato UNRAE, Unione Nazionale Rappresentanti Autoveicoli Esteri). L’impatto ambientale che deriva dalle operazioni di trattamento dei veicoli fuori uso riguarda i consumi energetici, le emissioni in atmosfera, il consumo di acqua e di scarichi liquidi, le emissioni di rumori e la produzione di rifiuti. La demolizione dei veicoli fuori uso infatti dà origine a una considerevole varietà di rifiuti, anche pericolosi (rottami ferrosi e non, metallici, marmitte, vetri, pneumatici, plastiche, batterie, oli esausti, ecc.).
Dall’altra parte l’industria della moda, di cui nei nostri articoli, nei corsi e nelle altre iniziative raccontiamo l’impatto ambientale e sociale pre, durante e post produzione. La creazione di nuovi tessuti ha conseguenze sulle risorse idriche del pianeta, sulle emissioni di CO2, sull’inquinamento chimico, sul consumo di risorse energetiche, sull’utilizzo del suolo, sulla deforestazione.
Questa storia ci racconta dell’integrazione di due settori con l’obiettivo della sostenibilità.
Non solo, questa storia racconta anche come una passione, come quella per le auto, possa essere trasformata in un prodotto sostenibile.

Abbiamo intervistato in diretta Alice Cococcioni, che insieme ad Alessandro Venturini, ha fondato Exseat. Alice e Alessandro hanno la passione per i viaggi in mezzo alla natura e hanno deciso di avviare un progetto legato alla sostenibilità notando posti minacciati dall’inquinamento, specie animali che spariscono e altri impatti negativi dell’uomo sull’ambiente. “Il pianeta si ribella a noi e al modo in cui lo viviamo, mentre noi siamo ospiti. Volevamo dare un contributo in prima persona”. 

Alice, di cosa ti occupavi prima di iniziare il progetto Exseat?

“Lavoravo nell’area commerciale di un’azienda calzaturiera, perché nella zona in cui vivo (nelle Marche) ogni casa ha il suo laboratorio e ci sono tantissime aziende specializzate nelle calzature”.

Cosa volevi cambiare della produzione di moda?

“Volevo staccarmi dai meccanismi di spreco che non riuscivo più a capire, mi toglievano entusiasmo e motivazione. Volevo evitare lo spreco assurdo a livello di campionario. Infatti si produce e produce senza sapere quale siano i bisogni reali del consumatore finale: una quantità infinita di campionari (e di energia), si va molto veloci in fase di prototipia, c’è tantissima paura di sbagliare perché il mercato è saturo. E alla fine almeno un terzo del campionario è buttato via. Invece la ricerca di ciò che desidera il consumatore dovrebbe essere fatta a monte per evitare costi e sprechi inutili”. 

Qual è stata la molla che a un certo punto ha fatto scattare in te il desiderio di cambiare questo approccio tradizionale nel settore?

“Già da tempo Alessandro e io pensavamo di creare un nostro progetto. La mia famiglia ha un’azienda calzaturiera da oltre 40 anni e dato che stanno per andare in pensione ho pensato che fosse il momento giusto per iniziare questo progetto”.

Raccontiamo del progetto, Alice, cosa propone Exseat e perché avete fatto questa scelta?

“Recuperiamo vecchie tappezzerie e cinture di sicurezza, quindi  materiali totalmente al di fuori del mondo della moda, ma che in realtà possono essere ben impiegati in questo settore per una collezione di borse, zaini, accessori e tanti altri usi come complementi d’arredo, calzature ecc.”.

Alice non aveva neppure 10 anni quando d’estate usciva a giocare nel laboratorio calzaturiero dei genitori sotto casa. “Ho iniziato facendo braccialetti intrecciati con i fili degli scarti di lavorazione che trovavo per terra. E nell’orario lavorativo cercavo di venderli ai dipendenti. Mi piaceva guardare cosa facevano. All’età di 11 anni ero in grado già di assemblare tutta la parte interna di una scarpa, era il mio gioco estivo preferito. La passione per l’artigianato è nata presto, me ne sono distaccata altrettanto presto con il desiderio di fare altro, ma alla fine mi sono riavvicinata”.

Da una parte, Alice, la passione per l’artigianato, dall’altra quella per l’ambiente e poi mi hai raccontato della tua passione per le auto d’epoca, da cosa nasce?

“Seguo gli eventi del settore di cui non mi affascina tanto la parte meccanica o industriale, quanto l’universo di ricordi che evocano epoche belle per l’Italia. Per me la Fiat 500 è l’emblema di tutte le auto d’epoca, rappresentando la realtà di un’Italia che rifiorisce dopo la guerra, in cui si danno tutti da fare, si poteva solo risalire, una rivincita del popolo italiano. Quest’auto inoltre ha accompagnato Alessandro e me durante il nostro percorso, ha anche una valenza affettiva”.

L’attenzione per il recupero dei materiali fin da piccola, il desiderio di cambiare i meccanismi della moda tradizionale e la passione per le auto: come hai messo a un certo punto insieme tutti i pezzi di questo puzzle?

“Ci serviva un materiale da recuperare, perché eravamo focalizzati sull’idea del recupero,  perché un prodotto creato con materiale già vissuto è ancora più significativo, si carica di altre valenze di una storia precedente, è più avvincente. Il fatto di allungare la vita di un materiale è per noi molto affascinante. Abbiamo pensato ‘Perché non quei tessuti robusti versatili che possono essere rigenerati visto che sono resistenti?’. Spesso le tappezzerie sono ancora intatte nelle auto da dismettere, ce ne sono in tante fantasie e colori, tessuti vintage o tecnici, ci si può sbizzarrire. Abbiamo unito il tutto e, dopo un anno e mezzo per la messa a punto dei modelli, la collezione è nata”.

Parliamo appunto dei materiali, Alice. Non tutti sappiamo forse di quali materiali è fatta un’auto: mediamente il 60% è acciaio (fonte MATREC, Material Recycling), il secondo materiale più utilizzato è la plastica (circa il 10% pari a circa a 100 kg per una vettura di 1.000 kg), poi ghisa, gomma e altri materiali tra cui quelli tessili (intorno all’1%). Se andiamo a guardare la tappezzeria, i principali componenti sono poliuretano, polipropilene e PVC. Infatti tra i rifiuti plastici non troviamo solo paraurti, plance, serbatoi, vaschette, ma anche le imbottiture dei sedili e la tappezzeria: di quel 10% di plastica un 2% si trova in sedili e tappezzeria, tanto quanto nelle guarnizioni interne (fonte dei dati: Isprambiente).
Quando ci siamo confrontate sui temi dell’intervista, mi hai accennato alla Direttiva (2000/53/CE) dell’Unione Europea del 18 settembre 2000, trasposta nel nostro ordinamento con un decreto legislativo (24.6.2003, n. 209). Secondo cui, è obbligatorio per tutti i veicoli fuori uso il reimpiego e recupero di almeno il 95% del peso medio per veicolo e per anno.

Cosa può essere recuperato da un’auto destinata alla demolizione? Le tappezzerie rientrano in quel 95%?

“Non rientrano, con il nostro progetto infatti riusciamo così ad aumentare ancora questa percentuale di recupero. La tappezzeria e il materiale tessile viene accartocciato insieme alla carcassa delle auto. Tutte le altre componenti come le batterie, il piombo, gli pneumatici, il materiale elettrico ed elettronico, l’acciaio e l’alluminio, il vetro possono essere recuperati. Da questo punto di vista il mondo delle auto è molto virtuoso, perché quando la vettura arriva al cimitero delle auto, come lo chiamo io, tolto ciò che può inquinare tutti i pezzi non danneggiati sono rivenduti, hanno seconda vita e il resto viene recuperato. I materiali tessili fanno parte invece di quella percentuale che non può essere recuperata, perché i tessuti derivati dal petrolio sono difficili da smaltire”.  

Ecco, ci immaginiamo Alice e Alessandro che vanno dal demolitore, o dal cimitero delle auto come lo chiami tu Alice, fanno la spesa prendendo di qua e di là i pezzi, tornano a casa e li assemblano. Ma in realtà non è esattamente così. Come diventano borse e zaini questi materiali recuperati?

“All’inizio era proprio come lo hai descritto! Però era un po’ pericoloso, perché bisognava lavorare in un ambiente pieno di rifiuti, con gli operatori che trasportano i veicoli da una parte all’altra anche sopra la tua testa. Quando siamo riusciti a instaurare un rapporto di fiducia con gli operatori, hanno accettato di occuparsene loro per noi, è stato un passo avanti. Una volta presi i tessuti e le cinture, ognuno ha imbottiture diverse, sottili o spesse. Non potevano essere lavorati così com’erano. Una volta presi bisogna togliere ciò che c’è dietro, l’imbottitura. Quando resta solo la parte tessile, questa va al lavaggio, in una lavanderia industriale che sanifica con un detergente che riesce ad agire già a basse temperature per igienizzare (a 30° gradi). Dopo il lavaggio, asciughiamo all’aria aperta. Successivamente inseriamo di nuovo l’imbottitura”.  

Un bel lavoro, non ci si immagina tutto il processo che c’è dietro!

“In realtà non mi immaginavo neanche io, prima di iniziare, che ci fosse un lavoro così grande! Ma c’è la necessità di fare tutti questi passaggi per poter avere prodotti standardizzati per spessore e lavorabilità, abbiamo visto che i primi tentativi sono falliti senza tutto questo processo”.

A proposito di tentativi falliti, avete incontrato o incontrate difficoltà in questo progetto sostenibile? Se sì quali?

“Sì, ci sono state diverse difficoltà. Una è stata quella dei materiali, come gestirli, come lavorarli. Poi la difficolta nel convincere chi doveva lavorare con noi, i demolitori o i fornitori di accessori che abbiamo dovuto ordinare, tutti personalizzati perché non c’è nulla di standard. Convincerli a collaborare con una piccola realtà che sta nascendo e che non può garantire quantitativi elevati. Un’altra difficoltà è che i tessuti recuperati hanno grandezze molto ridotte, un sedile per le auto è al massimo 50 cm x 50 cm. Dobbiamo spezzare il tessuto in tante parti. Un altro aspetto, mi spiace dirlo, è nella commercializzazione. Purtroppo c’è ancora poca informazione sul mondo dell’upcycling. Si pensa che recuperando un materiale che ha perso il suo valore iniziale ed è un rifiuto, si debba pagare pochissimo il prodotto. Vedo che da una parte ci sono consumatori attenti, che capiscono il lavoro che c’è nella produzione. Dall’altra parte però altri, meno attenti alla sostenibilità e a una filiera corretta, non apprezzano”.

Hai un sogno professionale, Alice? E se sì qual è?

“Sì, ho un sogno da quando ho deciso di lasciare il lavoro precedente. Non solo la volontà di intraprendere un percorso verso la sostenibilità, ma anche di riavvicinare nuove generazioni all’artigianato e all’artigianato sostenibile. Perché anche qui da noi fino a qualche anno fa sotto ogni casa tutti avevano un laboratorio artigianale. Adesso invece c’è una moria di aziende e i giovani se ne sono totalmente disinteressati. Il problema si sentirà tra qualche anno, quando l’attuale generazione finirà di lavorare e queste realtà moriranno. È importante far rientrare i giovani nell’artigianato. Non è vero che bisogna oggi laurearsi e scegliere un lavoro impiegatizio. Sono laureata e avevo un lavoro impiegatizio ma ho deciso di lasciarlo per impegnarmi in una realtà artigianale. È una bella sfida ma dà grande soddisfazione. Una volta cresciuto il brand, il mio sogno è di fare consulenze per aiutare i giovani e le piccole realtà che desiderano intraprendere questo percorso. La bellezza dell’Italia è che ogni piccolo centro ha la sua specializzazione, per esempio Montegranaro produce scarpe da uomo, Ponte Sant’Elpidio da donna. È un peccato perdere tutte queste conoscenze”. 

Questa tua idea di creare supporto un domani per i giovani mi piace molto. Poi integrandolo con nuove conoscenze e innovazione per ridurre l’impatto ambientale, pensando soprattutto alle conseguenze del settore della pelletteria, delle concerie.  È bellissima questa possibilità che stai mostrando tu, Alice, di come sia fattibile portare avanti la tradizione con l’innovazione attenta al futuro e alla sostenibilità. 

“Sì, migliorando anche l’aspetto della commercializzazione, dove secondo me c’è qualcosa che non va. Se prendiamo un prodotto artigianale e lo ricarichiamo, con il mark up di grossisti e rivenditori, si arriva a cifre esorbitanti che il consumatore finale non è disposto a pagare. Quindi anche pensando a trovare canali di vendita diretti per poter proporre un prezzo sostenibile per il consumatore”.

Sito: https://exseatbag.com


English – Exseat: how the passion for cars drives fashion towards sustainability

The story of Exseat gives us the opportunity to reflect on two sectors, the automotive and the fashion ones, and how they can be rethought and integrated for a production chain that aims to extend the life cycle of products.
On the one hand, the automotive industry. In general with a strong environmental impact in its pre, during and post production phases. About 1 million cars were demolished in Italy in 2019 (data from UNRAE, National Union of Foreign Vehicle Representatives). The environmental impact that derives from the treatment operations of end-of-life vehicles concerns energy consumption, emissions into the atmosphere, consumption of water and liquid discharges, noise emissions and the production of waste. The demolition of end-of-life vehicles in fact gives rise to a considerable variety of waste, including hazardous waste (ferrous and non-ferrous scrap, metal, mufflers, glass, tires, plastics, batteries, waste oils, etc.).
On the other hand, the fashion industry: we talk in our articles, courses and other initiatives about the environmental and social impact before, during and after production. The creation of new fabrics has consequences on the planet’s water resources, on CO2 emissions, on chemical pollution, on the consumption of energy resources, on land use and on deforestation.

This story tells us about the integration of two sectors with the goal of sustainability.
Not only that, this story also tells how a passion, like that for cars, can be transformed into a sustainable product.
We interviewed Alice Cococcioni, who founded Exseat together with Alessandro Venturini. Alice and Alessandro have a passion for travel in the nature, and have decided to start a project linked to sustainability by noting places threatened by pollution, animal species that disappear and other negative impacts of man on the environment. “The planet rebels against us and the way we live it, while we are guests. We wanted to make a personal contribution”.

Alice, what did you do before starting the Exseat project?

“I worked in the commercial area of a shoe company, because where I live (in the Marche) each house has its own laboratory and there are many companies specializing in footwear”.

What did you want to change from fashion production?

“I wanted to detach myself from the waste mechanisms that I could no longer understand, they took away my enthusiasm and motivation. I wanted to avoid the absurd waste at the sample level. In fact, it is produced and produced, without knowing what the real needs of the final consumer are: an infinite quantity of samples (and energy), going very fast in the prototyping phase, are created and there is a great deal of fear of making mistakes because the market is saturated. And in the end at least a third of the sample is thrown away. Instead, the search for what the consumer wants should be done upstream to avoid unnecessary costs and waste”.

What was the impetus that at some point brought the desire to change this traditional approach in the sector?

“For some time now Alessandro and I have been thinking of creating our own project. My family has had a shoe company for over 40 years and since they are about to retire I thought it was the right time to start this project”.

Let’s talk about the project, Alice, what does Exseat propose and why did you make this choice?

“We recover old upholstery and seat belts, therefore materials totally outside the fashion world, but which in reality can be well used in this sector for a collection of bags, backpacks, accessories and many other uses as furnishing accessories, footwear etc.”

Alice was not even 10 when she went out to play in her parents’ footwear workshop in the summer. “I started making bracelets woven with the threads of the manufacturing waste that I found on the ground. And during working hours I tried to sell them to employees. I liked watching what they did. At the age of 11, I was already able to assemble the entire inside of a shoe, it was my favorite summer game. The passion for craftsmanship was born early, I detached myself just as soon with the desire to do something else, but in the end I got closer again”.

On the one hand, Alice, the passion for craftsmanship, on the other that for the environment and then you told me also about your passion for vintage cars: where does it come from?

“I follow the events of the sector, which I am not fascinated by the mechanical or industrial part as much as the universe of memories that evoke beautiful eras for Italy. For me, the Fiat 500 is the emblem of all vintage cars, representing the reality of an Italy that flourishes after the war, in which everyone is working hard, where you could only go back, it was a revenge of the Italian people. This car also accompanied Alessandro and me on our journey, it has an emotional value”.

Attention to the recovery of materials from an early age, the desire to change the mechanisms of traditional fashion and the passion for cars: how did you put all the pieces of this puzzle together at a certain point?

“We needed a material to recover, because we were focused on the idea of ​​recovery, because a product created with material already lived is even more significant, it is full of other values ​​of a previous story, it is more compelling. The fact of extending the life of a material is very fascinating for us. We thought, ‘Why can’t those versatile sturdy fabrics be regenerated since they are resistant?’. The upholstery is often still intact in the cars to be discarded, there are many patterns and colors, vintage or technical fabrics, you can indulge your taste. We put it all together and, after a year and a half for the development of the models, the collection was born”.

Let’s talk about the materials, Alice. We do not all know what materials a car is made of: on average 60% is steel (source: MATREC, Material Recycling), the second most used material is plastic (about 10% equal to about 100 kg per 1000 kg car ), then cast iron, rubber and other materials including textiles (around 1%). If we go to look at the upholstery, the main components are polyurethane, polypropylene and PVC. In fact, among plastic waste, we not only find bumpers, planks, tanks, trays, but also the padding of seats and upholstery: of that 10% of plastic, in fact, 2% is found in seats and upholstery, as much as in the internal gaskets (data source: Isprambiente).
When we discussed the topics of the interview, you mentioned the Directive (2000/53 / EC) of the European Union of 18 September 2000, transposed into our legal system with a legislative decree (24.6.2003, n. 209). According to which, the reuse and recovery of at least 95% of the average weight per vehicle and per year is mandatory for all end-of-life vehicles.

What can be recovered from a car destined for demolition? Do the upholstery fall into that 95%?

“They are not included. In fact, with our project we are able to further increase this percentage of recovery. The upholstery and textile material is crumpled together with the car shell. All other components such as batteries, lead, tires, electrical and electronic materials, steel and aluminum, glass can be recovered. From this point of view, the world of cars is very virtuous, because when the vehicle arrives at the car cemetery, as I call it, having removed what can pollute all the undamaged pieces are resold, have a second life and the rest is recovered. Textile materials are part of that percentage that cannot be recovered, because oil-based fabrics are difficult to dispose of”.

Maybe we imagine Alice and Alessandro going to the auto breaker, or go the car cemetery as you call it Alice, shopping by taking the pieces here and there, then going home and assembling them. But in reality it is not quite so. How do these recovered materials become bags and backpacks?

“At the beginning it was just as you described it! But it was a bit dangerous, because you had to work in an environment full of waste, with the operators carrying the vehicles from one side to the other, even over your head. When we managed to establish a relationship of trust with the operators, they agreed to take care of it for us, it was a step forward. Once the fabrics and belts are taken, each one has different padding, thin or thick. They could not be worked as they were. Once taken, you have to remove what is behind it, the padding. When only the textile part remains, it goes to washing, in an industrial laundry that sanitizes with a detergent that manages to act already at low temperatures to sanitize (at 30° degrees). After washing, we dry in the open air. Then we insert the padding again”.

A nice job, you can’t imagine the whole process behind it!

“Actually I didn’t even imagine, before I started, that there was such a hard job! But there is a need to do all these steps in order to have standardized products for thickness and workability, we have seen that the first attempts have failed without this whole process”.

Speaking of failed attempts, have you encountered or are you encountering difficulties in this sustainable project? If so which ones?

“Yes, there have been several difficulties. One was that of materials, how to manage them, how to work them. Then the difficulty in convincing those who had to work with us, the breakers or accessories suppliers that we had to order, all customized because there is nothing standard. Convince them to collaborate with a small reality that is emerging and that cannot guarantee high quantities. Another difficulty is that the recovered fabrics have very small sizes, a car seat is at most 50 cm x 50 cm. We have to break the fabric into many parts. Another aspect, sorry to say, is in sales. Unfortunately, there is still little information on the world of upcycling. It is believed that by recovering a material that has lost its initial value and is a waste, very little money has to be paid for the product. I see that on the one hand there are attentive consumers, who understand the work that is in production. On the other hand, however, others, less attentive to sustainability and to a correct supply chain, do not appreciate”.

Do you have a professional dream, Alice? And if so what is it?

“Yes, I’ve had a dream since I decided to quit my previous job. Not only the desire to embark on a path towards sustainability, but also to bring new generations closer to crafts and sustainable craftsmanship. Because even here with us until a few years ago, every house had a craft workshop under each house. Now, however, there is a shortage of companies and young people have totally disinterested. The problem will be felt in a few years, when the current generation will stop working and these realities will die. It is important to bring young people back into crafts. It is not true that we must graduate today and choose a white-collar job. I graduated and had a clerical job but I decided to leave it to engage in an artisan reality. It’s a nice challenge but it gives great satisfaction. Once the brand has grown, my dream is to make consultations to help young people and small businesses who want to take this path. The beauty of Italy is that each small center has its own specialization, for example Montegranaro produces shoes for men, Ponte Sant’Elpidio for women. It is a pity to lose all this knowledge”.

I really like the idea of you creating support tomorrow for young people. Then integrating it with new knowledge and innovation to reduce the environmental impact, thinking above all of the consequences of the leather goods sector, of the tanneries. This possibility that, Alice, you are showing is feasible, as it is feasible to carry on the tradition with innovation attentive to the future and sustainability.

“Yes, also improving the aspect of sales, where in my opinion there is something wrong. If we take a handmade product and refill it, with the mark up of wholesalers and retailers, we arrive at exorbitant figures that the final consumer is not willing to pay. So also think about finding direct sales channels to have a sustainable price per consumer”.

Website: https://exseatbag.com

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