Companies / Aziende,  Environment/Ambiente,  Fabrics/Tessuti,  Fashion/Moda,  Modern slavery / Schiavitù moderna

L’impatto della pelle e delle concerie: quello che non sappiamo e chi è dentro ha paura a dirci

Puoi ascoltare qui l’articolo: L’impatto della pelle e delle concerie

Quando ho visto il documentario di DW sul lato oscuro della moda-lusso sono stata male per diversi giorni. È un pugno allo stomaco. Volevo scriverne in un articolo, ma per farlo al meglio ho desiderato coinvolgere Francesco Gesualdi che in quel documentario racconta di un report realizzato sulla pelle e le concerie, ostacolato in più modi. Con l’obiettivo di diffondere quanto emerso anche a chi non ha la pazienza di leggere il report fino in fondo, ho chiesto il suo aiuto per ripercorrere i punti più rilevanti, ciò che non possiamo ignorare: è troppo importante per far finta di nulla e andare oltre.

Francesco Gesualdi è un attivista, saggista e coordinatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano (PI) che si occupa di squilibri sociali e ambientali a livello internazionale.  Il Centro svolge anche attività di ricerca sul comportamento sociale ed ambientale delle imprese per informare i consumatori e propone azioni per opporsi ai meccanismi che generano ingiustizia e un malsano sviluppo.

È un tema delicato, quello della pelle. Come lo è quello del consumo alimentare di carne. Ognuno di noi compie scelte personali, anche riguardo alla sostenibilità, e preferiamo utilizzare sempre toni molto pacati, invitando a compiere un passo alla volta. È nostra responsabilità però far conoscere l’impatto di tessuti e materiali e non possiamo non parlare della pelle. Rispettando le scelte di ognuno, abbiamo il compito di informare.

Non è solo una questione di maltrattamento degli animali, di cui con Francesco ripercorriamo i principali aspetti. Ci sono anche altri lati oscuri di un’industria di cui si ha paura a parlare, come ci racconta Francesco che tratta questi temi per cercare di comprendere e far conoscere cosa accade dietro ai prodotti che acquistiamo.

Ho deciso alla fine di lasciare per intero tutto l’intervento di Francesco, senza sintetizzare. Lo ringrazio per la pazienza e la disponibilità a evidenziarci gli aspetti più salienti del report. Abbiamo coinvolto anche Deborah Lucchetti, presidente della campagna Abiti Puliti, per un approfondimento sulla pelle. A entrambi abbiamo domandato cosa possiamo fare come consumatori più consapevoli e cosa possono fare i brand come produttori più responsabili.

Il report in apertura tocca il tema dell’impatto ambientale degli allevamenti di bestiame, da cui tutto il discorso sulla pelle ha origine. L’acqua consumata, il cibo utilizzato, la terra occupata e i rifiuti prodotti. Francesco, c’è qualche dato o aspetto che desidera sottolineare?

Quello della carne è un settore sempre più discusso, non solo per il maltrattamento degli animali, ma anche per il suo impatto sulla salute e sull’ambiente.
Nel 2015 fece scalpore l’annuncio dell’Organizzazione Mondiale della Salute che includeva la carne rossa fra i fattori di rischio d’insorgenza del cancro, ma vari studi avevano già associato l’alto consumo di carne a forme tumorali del colon retto. Parimenti è ormai documentata la correlazione fra allevamento animale e cambiamenti climatici. La Fao stima che i gas serra emessi dagli allevamenti animali ammontino a 8,3 gigatonnellate di CO2 equivalenti, pari al 15% di tutti i gas serra prodotti dall’agire umano. Al metano emesso direttamente dai ruminanti, andrebbero aggiunte nel conteggio le emissioni di anidride carbonica connesse alla produzione di soia, nonché mais e altri cereali dati in pasto agli animali. Si stima che fra il 35 e il 40% dell’intera produzione mondiale di cereali sia destinata agli animali, una quota destinata a salire considerato che il consumo di carne è in crescita. In conclusione, all’allevamento animale dedichiamo 4 miliardi di ettari pari al 77% della terra agricola e al 44% della terra agricola e forestale. E per finire il consumo di acqua.
Ci vogliono 15.000 litri (15 metri cubi) di acqua per produrre un chilo di carne di manzo. In pratica serve una piccola piscina piena d’acqua per quattro bistecche. Un dato che sembra impossibile finché non esaminiamo cosa mangia una bestia durante il suo ciclo di vita: 1.300 chili di granaglie e 7.200 chili di foraggio. Ci vuole tanta acqua per fare crescere tutta questa roba. In più ci vanno aggiunti 24 metri cubi d’acqua per dissetare la bestia e 7 metri cubi per tenerla pulita. La conclusione è che per produrre un chilo di carne di manzo ci vogliono 6,5 chili di granaglie, 36 chili di foraggio e 15 metri cubi di acqua. E di acqua nel mondo ce n’è sempre di meno”.

Gli enti dell’industria conciaria affermano di giocare un ruolo ambientale positivo, perché eliminano un prodotto di scarto generato dall’industria della carne. È così?

“Gli industriali della concia affermano di svolgere un ruolo benefico ai fini ambientali, perché ci liberano da un rifiuto prodotto dall’industria della carne quasi fossero degli spazzini. Ma il giro di soldi che ruota attorno alla pelle è così imponente che rimane difficile concepirlo come un settore che si affida alla produzione di avanzi da parte di altri. Basti pensare che rappresenta la base su cui è costruito un impero industriale, fortemente connesso al lusso, costituito da scarpe, borsette, cinture, portafogli, rivestimenti di mobili e auto ecc., per un giro d’affari complessivo stimato in oltre mille miliardi di dollari l’anno. In conclusione, senza la pelle crollerebbe un mondo.
Sfogliando qualsiasi rivista dedicata alla pelle, emerge ovunque il lamento dei proprietari di concerie che denunciano la penuria di materia prima. Per cui è più verosimile immaginare i due settori, l’industria della carne e quella della pelle, come due alleati che lavorano insieme per fare crescere l’industria dell’allevamento e della macellazione”.

Stati Uniti, Brasile, Cina sono i maggiori produttori di pelli grezze. A seguire l’Europa. Qual è il ruolo dell’Italia nel settore che emerge dal report?

L’Italia non dispone di grandi allevamenti di bestiame: con sei milioni di capi di bovini allevati, rappresenta appena lo 0,36% del totale mondiale. Di conseguenza anche la produzione di pelli grezze è ridotta: appena l’1% del totale mondiale riferito al 2013. Ciò nonostante ha una lunga e vivace tradizione conciaria, per cui, in termini di peso contribuisce al 9% della produzione mondiale di cuoio per suola e al 7,4% della produzione mondiale di pelle conciata bovina per tutte le altre destinazioni. In termini monetari rappresenta addirittura il 17% della produzione totale mondiale e il 30% delle esportazioni di pelli finite.
Negli ultimi quarant’anni, l’industria conciaria italiana è andata incontro a profonde trasformazioni. Tradizionalmente lavorava pelli grezze che portava a pelli finite attraverso le varie fasi di concia. Ma a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, si è assistito ad un abbandono crescente della prima fase di concia, per concentrarsi sulle fasi terminali. Un cambiamento dovuto a due grandi fenomeni. Da una parte l’introduzione di leggi ambientali più severe che costringevano le imprese ad investimenti che non tutti volevano o potevano sostenere. Dall’altra l’aumento di prezzo del pellame grezzo dovuto all’aumento dei dazi da parte dei paesi produttori come strategia di promozione della propria industria conciaria.
Il risultato è che oggi, di tutta la pelle bovina prodotta in Italia, solo il 25% è ottenuto dalla lavorazione interna di pelle grezza. Tutto il resto è solo riconcia di wet blue (ndr: pelli conciate al cromo ancora umide) proveniente dall’estero. Tale quota, aggiunta alla pelle grezza, porta a concludere che il 97% della pelle prodotta italiana ha origine da pelle grezza di provenienza estera“.

Nel nostro Paese l’attività conciaria è concentrata in 3 distretti: Arzignano in Veneto, lungo la Valle del Chiampo in provincia di Vicenza, Santa Croce in Toscana, tra le province di Pisa e Firenze, e Solofra in Campania, tra Napoli e Avellino. In particolare, il comune di Arzignano, che contribuisce per il 52% al dato produttivo.
Santa Croce, che fornisce il 28% della produzione totale, si concentra maggiormente sulla produzione di fascia alta orientata verso le calzature e la pelletteria.
Avete scelto di svolgere lo studio nel distretto di Santa Croce. Che tipo di realtà ci sono nel territorio? Quali avete indagato?

“Nella zona di Santa Croce l’attività conciaria ha una presenza molto antica, ma assume le caratteristiche di distretto industriale a partire dal 1800. Per capire meglio la fisionomia del distretto, va tenuto presente che per ottenere una pelle finita serve l’apporto di lavorazioni che vanno ben oltre la concia in senso stretto. Sommariamente le fasi di lavoro della pelle si possono dividere in tre tronconi: pre-concia, concia e rifinitura. La pre-concia serve a liberare la pelle da sporcizia, peli, residui di carne e grasso. La concia serve a trasformare la pelle in materiale imputrescibile. La rifinizione serve a dare alla pelle l’aspetto estetico desiderato come spessore, colore, lucentezza, impermeabilità, e molto altro.
In totale le concerie presenti nel distretto di Santa Croce sono 240, per la maggior parte di piccole dimensioni. Alcune di loro sono attrezzate per svolgere al loro interno tutte le fasi di lavoro, ma si tratta di una rarità. La maggior parte dispongono solo dei macchinari strettamente necessari alla fase di concia. Per questo nel distretto sono sorti molti altri laboratori, oltre 500, per l’esecuzione di lavorazioni specifiche. Sono i così detti terzisti che le concerie usano per l’esecuzione delle lavorazioni di tipo preliminare e di tipo finale che richiedono macchinari particolari.

Secondo i dati forniti dalla Camera di commercio, nel 2014 il distretto risulta formato da 1.027 imprese, per il 77% direttamente coinvolte con la lavorazione della pelle, per il 18,5% dedite alle attività commerciali e per il 4,5% alla fornitura di macchinari.
Più complessa la situazione rispetto all’occupazione perché esistono due grandi categorie di occupati: quelli alle dirette dipendenze delle imprese produttrici e quelli assunti da agenzie di somministrazione del lavoro, anche dette interinali. Per la verità la situazione è un po’ confusa perché abbiamo dovuto usare più fonti non sempre perfettamente coerenti fra loro. Alla fine il dato che ci pare più vicino alla realtà è che nel distretto, anno 2014, lavorino 12.698 persone, di cui 9.247 (72%) alle dirette dipendenze delle imprese produttrici e 3451 (28%) alle dipendenze di agenzie interinali“.

Vorrei che ci raccontasse la situazione rilevata nel distretto. Partiamo dal lavoro illegale. 48,6% di aziende in cui avete riscontrato il fenomeno è un dato impressionante. Cosa c’è dietro questa percentuale?

“Nonostante l’ampio ventaglio di forme di assunzione offerto dalla legge, nel distretto continua a persistere il ricorso al lavoro nero che è la forma più grave di violazione dei diritti dei lavoratori perché li priva dell’assicurazione contro gli infortuni e dei versamenti ai fini pensionistici.
In Italia, il compito di verificare l’applicazione della legge, in materia di rapporti di lavoro, è delegato all’autorità territoriale denominata ‘Direzione provinciale del lavoro’. Gli ispettori intervengono per iniziativa propria o su denuncia. Dal 1° gennaio 2011 al 31 dicembre 2014, nel distretto di Santa Croce (con l’esclusione del comune di Fucecchio) sono state ispezionate 181 aziende (concerie e terzisti) per un totale di 999 lavoratori. Di essi 70% erano di nazionalità italiana e 30% immigrati. Complessivamente sono state trovate irregolarità riguardanti 208 lavoratori fra cui 112 totalmente in nero. Il 43% dei lavoratori in nero erano immigrati.
«Tra le forme di irregolarità possibili – denuncia Loris Mainardi, esponente sindacale – c’è quella di assumere lavoratori con contratti ad orario ridotto, o part-time, per poi farli lavorare come full-time». Mezza giornata con contratto e mezza a nero. Abitudine in crescita, secondo la Cgil. «La retribuzione di questi lavoratori – prosegue Mainardi – non sarà tutta in busta paga, con forti risparmi sia fiscali che contributivi da parte delle aziende».

Quale altro importante aspetto evidenzia il report e che come consumatori o creatori di moda sostenibile dovremmo conoscere?

“Nel suo lungo viaggio da pelle grezza a prodotto finito, la pelle passa per molte fasi e transita per molti stabilimenti. Ogni lavorazione presenta un rischio potenziale per la salute dei lavoratori, che però diventa minaccia reale in base alle scelte compiute dalle singole aziende. Per cui il rischio effettivo dipende dalla modernità degli impianti, dalla presenza dei dispositivi di protezione, dal rispetto degli standard igienici, dalla formazione dei dipendenti. La realtà di Santa Croce è troppo frammentata per poter dare un quadro dettagliato della situazione. Concerie moderne, di grandi dimensioni e attente alle normative in vigore, convivono con piccole concerie e piccoli terzisti che malvolentieri investono in igiene e sicurezza ed anzi cercano di accrescere i propri guadagni frodando il fisco, assumendo in nero, violando le leggi antinfortunistiche.
Per ammissione generale le prime fasi di lavorazione della pelle sono quelle che espongono a maggiore fatica e disagio per la manipolazione di materiale pesante, sporco, carico di residui di carne e di grasso. Tant’è gli addetti alla scarnatura e spaccatura hanno diritto a un’indennità di 5,37 euro al mese, ma giudicandola poco appetibile gli italiani preferiscono lasciare il posto agli immigrati.
Poiché bisogna alzare e spostare pelli molto pesanti, a causa dell’elevato contenuto d’acqua, fra i lavoratori di questa prima fase sono frequenti le patologie muscolari e scheletriche. Nel 2011 la sezione della Medicina del Lavoro competente per il distretto di Santa Croce ha condotto uno studio su 101 lavoratori addetti alla scarnatura, con un’età media di 44 anni, di cui 37 stranieri. Di tutti i lavoratori esaminati, 31 sono risultati positivi per disturbi alla colonna vertebrale.
Allargando la visuale all’intero comparto conciario di Santa Croce, dal 2009 al 2013 si sono registrati 720 infortuni con una distribuzione annuale di tipo altalenante. Considerato che 528 hanno riguardato lavoratori italiani, a prima vista sembra che i più colpiti siano gli italiani. Ma mettendo a confronto il numero di infortunati col numero di occupati della stessa nazionalità, troviamo che l’incidenza di infortuni fra i lavoratori italiani è del 7,6%, mentre fra gli immigrati è del 14,4%.
Oltre agli incidenti, nelle concerie c’è il problema delle malattie professionali. Di quei disturbi, cioè, che si instaurano nel tempo, per contatto con sostanze pericolose, per permanenza in ambienti insalubri, per svolgimento di lavori logoranti. I casi di malattie professionali riconosciuti nel distretto di Santa Croce dal 1997 al 2014 sono stati 493 suddivisibili in cinque grandi gruppi: malattie muscolo-scheletriche, tumori, dermatiti, disturbi dell’udito, malattie respiratorie. Le malattie muscoloscheletriche sono le più numerose.
E per finire il problema ambientale. L’industria della concia ha un grande impatto sull’ambiente, non solo per le conseguenze provocate dal bestiame che fornisce pellame, ma anche per il grande consumo di acqua e la grande quantità di rifiuti biologici e chimici che si generano durante la fase industriale. Le concerie del distretto di Santa Croce consumano circa 6 milioni di metri cubi di acqua all’anno, prelevate prevalentemente dalle falde acquifere che si trovano nel sottosuolo.
Da ogni tonnellata di pelle grezza si possono ottenere dai 200 ai 250 kg di pelle conciata al cromo, che complessivamente possono richiedere l’uso di una quantità d’acqua oscillante tra le 15 e le 50 tonnellate, 500 kg di sostanze chimiche e tra i 9,3 e i 42 GJ di energia. Per cui per ogni tonnellata di pelle lavorata si producono tra 60 e 250 tonnellate di acqua inquinata (contenente tra le altre sostanze circa 20-30 kg di cromo e 50 kg di solfuro), tra 1.800 e 3.650 kg di residui solidi, 2.500 kg di fanghi, tra 4 e 50 kg di solventi emessi nell’aria”.

Qual è l’aspetto che più l’ha toccata realizzando questa indagine?

“Il senso di paura. Durante tutta l’indagine abbiamo percepito la paura dei lavoratori a parlare. Paura di raccontare, di descrivere le loro condizioni di lavoro, di elencare gli abusi a cui sono costretti. Paura di perdere il posto di lavoro. Soprattutto da parte degli immigrati, specie quelli con permesso di soggiorno scaduto che quindi sono costretti a lavorare in nero accettando qualsiasi condizione: il frutto amaro della legge Bossi-Fini che per rilasciare un permesso di soggiorno richiede un lavoro, ma per ottenere un lavoro richiede il permesso di soggiorno.
Ma il senso di omertà l’abbiamo trovato anche presso i dirigenti sindacali, presso le autorità politiche, presso gli uffici del lavoro, presso l’Inail, l’ASL, l’Ispettorato del lavoro. A Santa Croce i conciatori sono una potenza, nessuno vuole metterseli contro. Perfino i dati statistici più banali di carattere economico, occupazionale, merceologico sono difficili da reperire. Tutti temporeggiano, tutti rinviano e alla fine tutti tacciono. Per paura delle ritorsioni: sul piano occupazionale, sul piano degli introiti fiscali, sul piano dei contributi benefici. Ma nel silenzio gli abusi continuano“.

Nel gennaio 2016, il consorzio CYS è stato informato dalla DG DEVCO che due associazioni imprenditoriali europee, la Confederazione europea dell’industria calzaturiera (CEC) e la Confederazione europea dell’industria della pelle (COTANCE), avevano presentato un reclamo alla DG GROWTH (il dipartimento della CE per sviluppo economico e industriale) sui contenuti del rapporto. Cos’è successo?

“Si tratta di una storia molto lunga durata un anno circa, descritta in dettaglio nella parte introduttiva del nostro rapporto. Va premesso che il rapporto sulle concerie in Italia, faceva parte di un progetto relativo alla difesa dei diritti dei lavoratori, cofinanziato dall’Unione Europea. Il contratto prevedeva espressamente il tipo di ricerca che noi effettuammo. Ma i risultati non piacquero all’industria della concia che si mobilitò ad ogni livello: locale, nazionale, europeo, per denigrarci e forzarci a ritirare il rapporto. Fra le strategie assunte ci fu la lamentela presso alcuni uffici della Commissione Europea affinché venissimo richiamati e indotti a ritirare il rapporto.

Ma poiché non c’erano le basi per farci delle contestazioni formali né da un punto di vista contenutistico, né da un punto di vista contrattuale, la cosa venne giocata su un piano non ufficiale da parte degli uffici della Commissione Europea: quanto bastava per farci capire che se non ci saremmo adeguati alla richiesta dei conciatori avremmo passato dei guai sul piano del finanziamento, ma senza mai dircelo nero su bianco. E dopo un lungo tira e molla, due incontri a Bruxelles non verbalizzati, un intervento da parte di alcuni parlamentari europei affinché i finanziamenti non venissero interrotti, e soprattutto tante telefonate che non lasciano tracce, alla fine il gruppo di ONG che portava avanti il progetto decise di capitolare, estrapolando il rapporto dal progetto cofinanziato, con tutte le conseguenze anche sul piano finanziario: le spese per il rapporto vennero riversate al progetto da parte dei partecipanti.

Una storia triste che ci ha mostrato in maniera pratica, quanto sia stretto il legame fra mondo delle imprese e uffici della Commissione Europea. Un sistema di potere contro cui non contano né validità dei dati, né serietà di ricerca. Conta solo il rapporto di forza e a Bruxelles le lobby di forza ne hanno tanta”.

Perché il report è ostacolato?

Il report non è piaciuto ai conciatori, e di conseguenza neanche agli uffici della Commissione Europea, perché mette in evidenza che anche in Europa le imprese violano le leggi e maltrattano i lavoratori.

I rapporti sui diritti non goduti dai lavoratori vanno bene finché si parla della Cina, della Cambogia, del Bangladesh, non quando si parla di ciò che succede nel cuore dell’Unione Europea. Allora si tirano fuori mille cavilli e quando i cavilli scientifici e giuridici non possono essere invocati perché tutto è stato svolto in maniera corretta, allora si usano i mezzi di pressione più subdola, quelli che non lasciano traccia e che se provi a raccontare ti fanno rischiare una denuncia per diffamazione”.

Che cosa possiamo fare noi come consumatori?

Informarci e scegliere. Informarci per conoscere cosa succede, per conoscere chi non si comporta in maniera responsabile e poi agire. In tre modi: sostenendo chi fa contro informazione, attuando il consumo responsabile in modo da esercitare pressione sulle imprese che si comportano male escludendole dai nostri acquisti, partecipando a movimenti come la Campagna Abiti Puliti, che fuori dagli schemi di potere difendono i diritti dei lavoratori”.

E come brand che si impegnano nella sostenibilità?

“Devono uscire fuori dall’ipocrisia, smettere di fare dichiarazioni altisonanti solo per difendere la propria immagine. Al contrario devono mettere in pratica le richieste avanzate dai gruppi a difesa dei diritti umani, dei diritti dei lavoratori, a difesa dell’ambiente. I brand della moda, benché cerchino di sganciarsi sempre di più dalla gestione diretta delle attività produttive, continuano a mantenere una grande responsabilità e un grande potere rispetto al come si produce. La produzione si sta terziarizzando sempre di più, ma i burattinai continuano ad essere loro, i brand, che determinano la qualità del lavoro e l’impatto sull’ambiente di tutta la filiera produttiva. Lo fanno pagando prezzi troppo bassi ai terzisti, imponendo tempi di fornitura troppo stretti, continuando a non inserire clausole sociali e ambientali nei loro contratti di fornitura. In una parola i brand devono smettere di essere parte del problema e trasformarsi in parte della soluzione comportandosi in maniera più responsabile: pagando prezzi più alti ai terzisti, pretendendo dai terzisti condizioni di lavoro e salariali più degne, dotandosi di un apparato che verifichi la qualità sociale e ambientale della produzione effettuata per loro, aprendosi alla trasparenza. Che non significa raccontare solo le cose che fanno fare bella figura, ma tutto, comprese le vergogne. Solo così capiremo di trovarci di fronte ad imprese che vogliono fare sul serio”.

 

Grazie Francesco per aver dedicato il tuo tempo ad andare a fondo su questo fenomeno e anche per averlo raccontato qui, in modo da diffondere i principali messaggi del report “A tough story of leather”.

Abbiamo chiesto a Deborah Lucchetti, presidente della campagna Abiti Puliti, un punto di vista in merito alla questione pelle, su cui le ricerche sono proseguite in altri paesi del Mondo.

Deborah, ci sono ulteriori aspetti collegati alla pelle che desidera portare all’attenzione?

“L’industria della pelle ha un enorme impatto ambientale e sociale nel mondo. Le regioni dove sono collocate concerie, in particolare nei paesi con sistemi normativi e di controllo più inefficienti, sono caratterizzate da livelli anormali di inquinamento idrico e del suolo, danni ambientali e rischi sanitari per i lavoratori e le comunità circostanti.

Le nostre ricerche hanno messo in evidenza come tali problemi derivino da un trattamento incauto di acque reflue e rifiuti solidi derivanti dal processo di concia. Il rischio più significativo è legato all’uso del Cromo III che in determinate circostanze può trasformarsi nel più tossico e cancerogeno Cromo VI (CrVI) e diventare una seria minaccia per i lavoratori e le lavoratrici.

Se i rifiuti solidi e le acque reflue non trattate contenenti Cr (VI) sono abbandonati su terreni aperti, possono contaminare per decenni i corpi idrici circostanti, compresa l’acqua potabile. Inoltre, l’acqua di irrigazione ricca di Cr (VI) e i fanghi di depurazione possono danneggiare i terreni e le coltivazioni che circondano le concerie, mettendo così a rischio la sopravvivenza dell’intera popolazione.

Le nostre ricerche hanno inoltre mostrato una serie di problemi per la salute e la sicurezza sul lavoro. Sono frequenti disturbi come febbre cronica, problemi respiratori e irritazione agli occhi e alla pelle causati dal contatto diretto con agenti chimici, anche per la cronica assenza di dispositivi di protezione individuale e di formazione alla sicurezza.

A questo si aggiungono condizioni di lavoro estremamente precarie, salari da fame, contratti di lavoro irregolari e assenza di protezioni assicurative sociali e per la salute. Questa combinazione tra malattie e insicurezza finanziaria costringe molti degli intervistati a una battaglia quotidiana per la sopravvivenza, situazione che si è ulteriormente aggravata con la crisi pandemica”.

Chiedo anche a lei: cosa noi consumatori possiamo fare per fermare il fenomeno?

“I consumatori dovrebbero innanzitutto indossare i panni della cittadinanza attiva. Informarsi e sostenere le campagne di sensibilizzazione e pressione pubblica per obbligare le imprese a comportamenti responsabili. Pensare molte volte prima di comprare e, in caso di effettiva necessità, ponderare bene l’acquisto rivolgendo la propria preferenza a quelle aziende trasparenti che meglio dimostrano di perseguire politiche di sostenibilità e che possono dimostrare di fare ciò che dichiarano. Inoltre i cittadini-consumatori dovrebbero sostenere anche la filiera del riciclo, del riuso e dello scambio”.

Cosa possono fare invece i brand più attenti alla sostenibilità?

“Le imprese dovrebbero fare tesoro di decenni di campagne pubbliche e di proposte atte a riformare davvero le filiere della moda: prima di tutto dovrebbero aderire ai requisiti minimi sulla trasparenza di filiera, rivelando dove producono ma dovrebbero spingersi oltre, rendendo nota la composizione dei lavoratori nelle fabbriche, i livelli salariali, la presenza di sindacati liberi. Inoltre dovrebbero assumere impegni vincolanti che garantiscano il rispetto dei diritti umani lungo l’intera catena di fornitura, a partire dalla corresponsione di salari vivibili. Il godimento effettivo dei diritti fondamentali da parte di tutte le lavoratrici e i lavoratori impiegati nelle filiere dei brand costituisce l’unico vero indicatore di sostenibilità sociale per misurare il grado di Responsabilità Sociale altrimenti solo enunciato sulla carta”.

Foto: Cover m0851; Theo Leconte; Nighthawk Shoots; dal documentario di DW; Robbie Noble; Alvaro Serrano.

 

 

 

 

 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

13 − sette =