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Shein: le false dichiarazioni sulle fabbriche del marchio ultra-fast-fashion

Puoi ascoltare qui l’articolo: Shein

 

Shein (Zoetop Business Co Ltd) è un rivenditore online molto in voga, soprattutto tra i giovani, perché offre capi di moda a prezzi contenuti. Possiamo acquistare un outfit completo con meno di 30 dollari.

Chi paga però al nostro posto?

Uno dei problemi del fast fashion, di cui abbiamo scritto molte volte, è che nella maggior parte dei casi il prezzo così basso è frutto di mancato riconoscimento di un salario equo e di condizioni di lavoro appropriate ai lavoratori coinvolti nella produzione dei capi. Per questo motivo i consumatori chiedono sempre di più trasparenza sulla filiera produttiva.

Shein propone decine di migliaia di stili, ogni giorno ne vengono aggiunti circa 1.000.

Corso moda sostenibileUn ritmo di produzione ancora più veloce: “ultra-fast-fashion”, come è più corretto denominarla confrontandola con altri brand fast fashion come Missguided e Fashion Nova, che rilasciano circa 1.000 nuovi stili a settimana.

Shein è in grado di raggiungere milioni di giovani acquirenti direttamente attraverso i social media senza uno spazio di vendita fisico, affidandosi al traffico di ricerca e ai dati dei clienti per prefigurare le tendenze. “Non so nemmeno cosa sia”, dice la voce di un utente di TikTok mostrando un giocattolo a forma di coniglio rosa acquistato su Shein. Sui social, il marchio di fast fashion è a volte oggetto di scherno, vendendo articoli senza una logica chiara.

Definito come la società miliardaria più misteriosa della Cina (si rifiuta di rendere pubblici i suoi investitori), Shein non ha reso visibili le informazioni sulle condizioni di lavoro lungo la sua catena di approvvigionamento,  richieste dalla legge nel Regno Unito.

Senza evidenze che mostrino il contrario, è difficile credere alla loro affermazione di “fare della responsabilità sociale una priorità”. Considerando ad esempio che a Shenzhen, in Cina, dove si trova la fabbrica originaria, ci sono condizioni di lavoro dure e praticamente nessuna protezione per la classe operaia. O considerando quanto sia difficile che esista un modo fattibile di produrre a ritmi talmente veloci senza adottare pratiche di lavoro non etiche.

Il Fashion Transparency Index, compilato dagli attivisti Fashion Revolution, ha assegnato a Shein un punteggio complessivo di 1 su 100 in un rapporto compilato all’inizio di quest’anno. Sulla tracciabilità, una delle metriche chiave nell’Indice, Shein ha un punteggio pari a 0.

Non solo mancata trasparenza:

fino a poco tempo fa la società ha dichiarato falsamente sul suo sito che le condizioni nelle fabbriche che utilizza erano certificato da organismi internazionali per gli standard del lavoro (fonte: Reuters). In una dichiarazione sul sito (rilevata da Reuters il 26 luglio), Shein ha affermato che le fabbriche sono state “certificate” dall’Organizzazione internazionale per la standardizzazione (ISO) e che Shein era “orgogliosamente conforme a rigorosi standard di lavoro equi stabiliti da organizzazioni internazionali come SA8000”.

SA8000 è uno standard per i sistemi di gestione basato sui principi internazionali dei diritti umani delineati dall’Organizzazione internazionale del lavoro e dalle Nazioni Unite, che misura le prestazioni delle aziende in otto aree tra cui lavoro minorile, lavoro forzato e salute e sicurezza.

ISO è un’organizzazione globale che sviluppa standard commerciali, industriali e tecnici. Le aziende pagano gli organismi di certificazione per implementare e verificare questi standard presso le loro organizzazioni. L’ISO stabilisce solo standard e non effettua le certificazioni stesse.

“Shein non lavora con fabbriche molto grandi ma [con] officine di piccole e medie dimensioni che raccolgono ordini ogni giorno”, secondo Matthew Brennan, scrittore e analista di tecnologia cinese con sede a Pechino. “È molto simile a un sistema Uber, in cui nuovi ordini arrivano sui telefoni dei proprietari di fabbrica. È molto scadente, ma efficiente”.

Nella sezione del loro sito dedicata alla responsabilità sociale,  Shein dichiara di non aver mai fatto ricorso a lavoro minorile o forzato, ma non fornisce le informazioni complete sulla catena di approvvigionamento. La legge britannica richiede infatti alle aziende di determinate dimensioni di collegare simili dichiarazioni sul sito a spiegazioni dettagliate sulle misure adottate lungo la  catena logistica per evitare la schiavitù moderna.

Cosa c’è di peggio della mancata trasparenza? La menzogna. In attesa di aggiornamenti da parte di Shein, restiamo intanto a riflettere su tutti gli altri aspetti più o meno etici di un modello di business ben lontano dalla moda slow e consapevole.

Fonte: Reuters; Vox; The Mycenaean; SupChina. Foto: sito di Shein.

 

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