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	<title>Companies / Aziende &#8211; Dress Ecode</title>
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	<description>Come vestire sostenibile/ How to dress happily green and fair</description>
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	<title>Companies / Aziende &#8211; Dress Ecode</title>
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		<title>L&#8217;uomo che vestiva Dior adesso veste Zara. Dovremmo essere felici?</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 09:40:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[John Galliano torna in atelier. Ma la collaborazione con il colosso spagnolo di Inditex pone domande a cui  il comunicato stampa non ha ancora risposto Nel gennaio 2026, a Parigi, un abito da donna disegnato da John Galliano per Dior viene battuto all&#8217;asta per 637.500 euro. Poche settimane dopo, lo stesso designer annuncia che lavorerà per Zara. Non per una capsule di sei pezzi da fotografare su Instagram — per due anni, con collezioni stagionali, partendo dall&#8217;archivio del brand spagnolo. Se ti è venuta una sensazione strana leggendo queste due frasi una dopo l&#8217;altra, è comprensibile. Non significa necessariamente che sia una cosa sbagliata. Significa che è una cosa complicata. E le cose complicate meritano di essere approfondite. In un’epoca in cui moda sostenibile e slow guadagnano terreno, è legittimo chiedersi se questa scelta rappresenti un passo avanti o una contraddizione rispetto ai valori di sostenibilità che molti consumatori cercano oggi. Chi è Galliano John Galliano è uno dei più grandi tecnici della moda del Novecento. Nato a Gibilterra, formatosi a Londra al Central Saint Martins, è diventato direttore creativo di Givenchy nel 1995, poi di Dior nel 1996. Per quindici anni ha trasformato le sfilate in eventi teatrali — show ispirati al Giappone feudale, alla Russia zarista, ai senzatetto di Parigi — con abiti costruiti su un&#8217;architettura sartoriale che molti considerano insuperabile. Le sue sfilate erano cinema, teatro, antropologia della bellezza. I suoi abiti sbieco-tagliati in seta ricompaiono oggi sui red carpet e nelle aste. Nel 2011 viene licenziato da Dior dopo un video che lo riprende in stato di ebbrezza in un bar parigino mentre pronuncia frasi antisemite. È una caduta rovinosa. Seguono tre anni di silenzio, un percorso di disintossicazione, un anno di studio con un rabbino, infine le scuse pubbliche nel documentario High &#38; Low del 2024. La riabilitazione professionale arriva nel 2014, quando Renzo Rosso gli affida la direzione creativa di Maison Margiela. In dieci anni, le vendite di Margiela crescono del 24%. La collezione Artisanal dell&#8217;inverno 2024 — presentata sotto un ponte parigino, con corsetteria estrema e tessuti lavorati come sculture — è considerata una delle più potenti degli ultimi vent&#8217;anni. Nel 2024 lascia Margiela. Per due anni, silenzio. Poi, il 17 marzo 2026, Zara. Cosa prevede esattamente l&#8217;accordo — e cosa no Il comunicato congiunto dice che Galliano lavorerà direttamente sui capi delle stagioni passate di Zara, decostruendoli e riconfigurandoli in nuove espressioni e creazioni stagionali. Il processo viene chiamato &#8220;re-authoring&#8221; — una parola inventata per l&#8217;occasione, che non esiste nel vocabolario della moda né in quello della sostenibilità. Qui è necessario essere precisi. Dalla stampa internazionale emerge che Galliano creerà nuovi toiles ispirati ai pezzi degli archivi Zara, con nuove forme, tessuti, colori e abbigliamento con la sua firma distintiva (WWD). Un toile, nel linguaggio della sartoria, è il modello in tela che precede la realizzazione del capo definitivo — è il punto di partenza creativo. Tradotto: Galliano usa l&#8217;archivio Zara come punto di ispirazione e partenza formale, non come materiale fisico da trasformare pezzo per pezzo. Quanto significativo sarà dipenderà da quanta parte della linea proverrà davvero da stock rielaborato rispetto a quanto prodotto di nuova manifattura (Grazia International). Al momento non lo sappiamo, perché i dettagli della collezione sono ancora sconosciuti. Zara ha comunicato che ulteriori informazioni verranno rilasciate in seguito. Questa distinzione non è un dettaglio tecnico. È la differenza tra un&#8217;operazione di upcycling e un&#8217;operazione creativa che usa l&#8217;archivio come ispirazione — producendo, potenzialmente, capi del tutto nuovi. L&#8217;una riduce i volumi produttivi. L&#8217;altra no, o non necessariamente. &#160; &#160; Perché Galliano dice che è sostenibile Durante la Paris Fashion Week, Galliano ha dichiarato a Vogue Business che il progetto è &#8220;una cosa molto positiva da fare in questo momento, e davvero sostenibile dal punto di vista creativo&#8220;. L&#8217;espressione è interessante proprio perché contiene una qualificazione importante: dal punto di vista creativo. Non dice &#8220;ambientalmente sostenibile.&#8221; Non dice &#8220;a impatto ridotto.&#8221; Dice: è sostenibile come approccio creativo — nel senso che riutilizza, reinterpreta, non parte da zero. È una distinzione onesta, se la si legge così. Il problema è che nel discorso pubblico, e soprattutto nel marketing, &#8220;sostenibile&#8221; è diventata una parola che si usa senza specificare rispetto a cosa. E quando Zara — che è uno dei più grandi produttori di moda rapida al mondo — dice che una sua linea è &#8220;sostenibile,&#8221; la parola porta con sé tutto il peso di ciò che non viene detto. Il track record di Inditex: cosa dice, cosa fa Dal 2022, Zara ha avviato un processo di riposizionamento strategico per cercare di smarcarsi dal fast fashion. Galliano non è un caso isolato — è il più recente di una serie di designer di alto profilo che hanno collaborato con Zara, tra cui Narciso Rodriguez, Stefano Pilati, Kate Moss e Steven Meisel. Inditex è un&#8217;azienda che dice di non ignorare la sostenibilità. Nel suo rapporto 2025, dichiara che l&#8217;88% delle fibre usate sono alternative a minore impatto ambientale, con il 47% di fibre riciclate. Tra il 2020 e il 2025 ha ridotto il consumo idrico unitario nella filiera del 25%. Questi numeri esistono. Ma vanno letti dentro un contesto più ampio. Un&#8217;inchiesta della Thomson Reuters Foundation ha documentato come l&#8217;utilizzo di trasporto aereo da parte di Inditex per alimentare il mercato del fast fashion sia eccessivo e in crescita — una pratica che contribuisce alla crisi climatica e aumenta la pressione sulle lavoratrici, costrette a ritmi insostenibili per paghe basse, esattamente il contrario di quanto comunicato nei report di sostenibilità. E c&#8217;è una domanda strutturale a cui nessun comunicato stampa risponde: la linea Galliano si aggiunge alla produzione esistente di Zara, o la sostituisce in parte? Se la risposta è &#8220;si aggiunge,&#8221; l&#8217;impatto ambientale netto dell&#8217;azienda cresce, non diminuisce — indipendentemente dalla sofisticazione creativa del progetto. Perché questa notizia è anche un sintomo Al di là di Galliano e Zara, questa storia racconta qualcosa di più grande sull&#8217;industria della moda in questo momento. Con Dior e Chanel che chiedono 5.000 euro per una giacca, 4.000 per una borsa, e il couture che ha raggiunto 135.000 euro per un abito, il movimento si sta spostando nella direzione opposta (The Hollywood Reporter). Galliano non è solo — Francesco Risso, ex direttore creativo di Marni, ha preso la guida di Gu, brand del gruppo Fast Retailing; Clare Waight Keller, già direttrice creativa di Givenchy, è oggi direttrice creativa di Uniqlo; Zac Posen ha assunto la guida creativa di Gap (Il Sole 24 Ore). Questo fenomeno ha almeno due letture. La prima, ottimista: la creatività di alto livello diventa finalmente accessibile a un pubblico più ampio, democratizzando un linguaggio estetico che era rimasto chiuso nelle maison per decenni. La seconda, più critica: i grandi nomi prestano la loro reputazione culturale a brand che ne hanno bisogno per competere con Shein e Temu su un terreno — la credibilità — dove il prezzo basso non basta più. Ultrafast player come Shein e Temu possono sempre essere più economici e veloci. Non possono facilmente competere sull&#8217;autorità culturale. Associarsi a un designer il cui archivio batte record d&#8217;asta è un modo per comprare credibilità, non solo clic (Grazia International). Un fenomeno che ha un nome Quello che sta accadendo con Galliano e Zara ha già un nome: luxurywashing.  Non è greenwashing nel senso classico del termine — non si tratta di dichiarare che un capo è &#8220;ecologico&#8221; quando non lo è. È qualcosa di più sottile e, per questo, più difficile da riconoscere. Consiste nell&#8217;associare a un brand di grande distribuzione il capitale simbolico, estetico e reputazionale di un nome d&#8217;autore — con l&#8217;effetto di far percepire l&#8217;intera azienda come più sofisticata, più responsabile, più degna di fiducia. Il singolo progetto diventa una patina che, nell&#8217;immaginario collettivo, si estende a tutto il resto della produzione. Non è un meccanismo nuovo. È esattamente quello che la ricerca sul greenwashing descrive da anni come &#8220;effetto alone&#8221;: il rischio principale non è nei materiali della capsule collection stessa, ma nell&#8217;alone che essa concede al brand. Allineandosi con un&#8217;icona della creatività o della sostenibilità, un&#8217;azienda rischia di oscurare l&#8217;impatto ambientale dei milioni di altri capi che produce ogni anno. C&#8217;è una domanda più profonda che tutte queste collaborazioni — Galliano con Zara, McCartney con H&#38;M, Posen con Gap, Risso con Gu — mettono in luce senza rispondere. Ed è questa: possono le grandi aziende della distribuzione di massa cambiare davvero dall&#8217;interno attraverso singoli progetti creativi? O questi progetti sono funzionalmente compatibili con un modello produttivo che — nella sua struttura di base — resta fondato sulla velocità, sul volume e sulla sostituzione continua? Non si tratta di accusare Zara di bugie. Si tratta di riconoscere un meccanismo sistemico: quando un&#8217;azienda che produce a volumi industriali introduce un progetto di nicchia con un riferimento al riuso, l&#8217;effetto comunicativo è sproporzionato rispetto all&#8217;effetto reale. Il progetto diventa il racconto dell&#8217;azienda su se stessa — e questo racconto tende a prendere molto più spazio del progetto stesso. C&#8217;è un paradosso al cuore di questa storia che vale la pena nominare con precisione. La moda sostenibile — quella vera, quella che Dress ECOde racconta da anni — si basa su un principio opposto alla logica del drop stagionale: l&#8217;idea che si compri di meno, si scelga meglio, si tenga più a lungo. La collaborazione Galliano-Zara, invece, nasce dentro una struttura che distribuisce in migliaia di negozi nel mondo e ha costruito la propria identità sull&#8217;idea che ci sia sempre qualcosa di nuovo da comprare. Anche se Galliano portasse davvero una filosofia di trasformazione all&#8217;interno di Zara, quella filosofia si troverebbe ad agire dentro un sistema che per definizione va nella direzione opposta. Non è un&#8217;accusa. È una contraddizione strutturale. E le contraddizioni strutturali non si risolvono con le capsule collection — si risolvono con i modelli di business. Cosa non sappiamo ancora — e perché è il punto A settembre 2026 uscirà la prima collezione. Solo allora potremo rispondere alle domande che davvero contano. Quanti pezzi verranno prodotti? A che prezzo verranno venduti? I capi derivano fisicamente da stock esistente o sono prodotti ex novo a partire da una forma d&#8217;archivio? La linea Galliano riduce la produzione complessiva di Zara o si affianca ad essa? Cambierà qualcosa nelle condizioni di lavoro delle filiere? Nessuno di questi elementi è nel comunicato stampa. E questa assenza è informativa quanto il comunicato stesso. La parola &#8220;re-authoring&#8221; è bella. È evocativa. Ma non è una certificazione. Non è un audit di filiera. Non è un dato di impatto ambientale. È una parola. E nella moda sostenibile, le belle parole costano poco. Tre cose concrete che puoi fare Prima. Aspetta settembre. Non perché la collezione sarà necessariamente sbagliata — ma perché senza vedere i capi, le etichette, i prezzi e le comunicazioni di filiera, non hai ancora gli strumenti per giudicare. Seconda. Poniti domande. Se la collezione uscirà nei negozi Zara vicino a te, guarda le etichette con attenzione: che materiali sono indicati? C&#8217;è un QR code che rimanda a informazioni sulla filiera? C&#8217;è un&#8217;indicazione che il capo deriva da stock esistente? La trasparenza si misura nei dettagli, non nelle campagne. Terza. Usa questa notizia come occasione per chiederti una cosa più grande: quando compro un capo perché porta un nome importante, sto comprando qualcosa che riduce davvero l&#8217;impatto della moda — o sto comprando la sensazione di farlo? Dovremmo essere felici? Probabilmente non lo sappiamo ancora. E la risposta onesta è proprio questa: aspettiamo i fatti. La sfida è trovare un equilibrio tra accessibilità e responsabilità ambientale, ma il comunicato stampa non ha ancora chiarito come questa collaborazione intenda affrontare tali questioni cruciali. Resta quindi aperta la domanda: dovremmo essere felici nel vedere uno stilista iconico abbracciare un brand così legato alla produzione veloce? Forse questa partnership potrebbe essere l’occasione per portare innovazione e consapevolezza all’interno del fast fashion, ma solo il tempo ci dirà se sarà davvero così. Galliano è uno dei maggiori talenti tecnici della storia della moda. Lavorare dall&#8217;archivio invece che dal foglio bianco è, in linea...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><em><a href="https://www.spreaker.com/episode/l-uomo-che-vestiva-dior-adesso-veste-zara-dovremmo-essere-felici--71150823"><img decoding="async" class=" wp-image-15706 alignleft" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg" alt="" width="243" height="95" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg 1080w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-600x234.jpg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-300x117.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-1024x399.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-768x299.jpg 768w" sizes="(max-width: 243px) 100vw, 243px" /></a>John Galliano torna in atelier. Ma la collaborazione con il colosso spagnolo di Inditex pone domande a cui  il comunicato stampa non ha ancora risposto</em></p>
<p style="font-weight: 400;">Nel gennaio 2026, a Parigi, un abito da donna disegnato da John Galliano per Dior viene battuto all&#8217;asta per 637.500 euro. Poche settimane dopo,<strong> lo stesso designer annuncia che lavorerà per Zara.</strong> Non per una capsule di sei pezzi da fotografare su Instagram — per due anni, con collezioni stagionali, partendo dall&#8217;archivio del brand spagnolo.</p>
<p style="font-weight: 400;">Se ti è venuta una sensazione strana leggendo queste due frasi una dopo l&#8217;altra, è comprensibile. Non significa necessariamente che sia una cosa sbagliata. Significa che è una cosa complicata. E le cose complicate meritano di essere approfondite.</p>
<p dir="auto" data-pm-slice="1 1 []">In un’epoca in cui moda sostenibile e slow guadagnano terreno, <strong>è legittimo chiedersi se questa scelta rappresenti un passo avanti o una contraddizione rispetto ai valori di sostenibilità</strong> che molti consumatori cercano oggi.</p>
<h5 style="font-weight: 400;"><strong>Chi è Galliano</strong></h5>
<p style="font-weight: 400;">John Galliano è uno dei più grandi tecnici della moda del Novecento. Nato a Gibilterra, formatosi a Londra al Central Saint Martins, è diventato direttore creativo di Givenchy nel 1995, poi di Dior nel 1996. Per quindici anni ha trasformato le sfilate in eventi teatrali — show ispirati al Giappone feudale, alla Russia zarista, ai senzatetto di Parigi — con abiti costruiti su un&#8217;architettura sartoriale che molti considerano insuperabile. Le sue sfilate erano cinema, teatro, antropologia della bellezza. I suoi abiti sbieco-tagliati in seta ricompaiono oggi sui red carpet e nelle aste.</p>
<p style="font-weight: 400;">Nel 2011 viene licenziato da Dior dopo un video che lo riprende in stato di ebbrezza in un bar parigino mentre pronuncia frasi antisemite. È una caduta rovinosa. Seguono tre anni di silenzio, un percorso di disintossicazione, un anno di studio con un rabbino, infine le scuse pubbliche nel documentario <em>High &amp; Low</em> del 2024. La riabilitazione professionale arriva nel 2014, quando Renzo Rosso gli affida la direzione creativa di Maison Margiela. In dieci anni, le vendite di Margiela crescono del 24%. La collezione Artisanal dell&#8217;inverno 2024 — presentata sotto un ponte parigino, con corsetteria estrema e tessuti lavorati come sculture — è considerata una delle più potenti degli ultimi vent&#8217;anni.</p>
<p style="font-weight: 400;">Nel 2024 lascia Margiela. Per due anni, silenzio. Poi, il 17 marzo 2026, Zara.</p>
<h5 style="font-weight: 400;"><strong><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-19667" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2026/04/Zara-Galliano-comparison.jpg" alt="" width="598" height="471" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2026/04/Zara-Galliano-comparison.jpg 1152w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2026/04/Zara-Galliano-comparison-300x236.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2026/04/Zara-Galliano-comparison-1024x807.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2026/04/Zara-Galliano-comparison-768x605.jpg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2026/04/Zara-Galliano-comparison-600x473.jpg 600w" sizes="(max-width: 598px) 100vw, 598px" /></strong></h5>
<h5 style="font-weight: 400;"><strong>Cosa prevede esattamente l&#8217;accordo — e cosa no</strong></h5>
<p style="font-weight: 400;">Il comunicato congiunto dice che Galliano lavorerà direttamente sui capi delle stagioni passate di Zara, <strong>decostruendoli e riconfigurandoli in nuove espressioni e creazioni stagionali</strong>. Il processo viene chiamato &#8220;<strong>re-authoring</strong>&#8221; — una parola inventata per l&#8217;occasione, che non esiste nel vocabolario della moda né in quello della sostenibilità.</p>
<p style="font-weight: 400;">Qui è necessario essere precisi. Dalla stampa internazionale emerge che Galliano creerà nuovi toiles ispirati ai pezzi degli archivi Zara, con nuove forme, tessuti, colori e abbigliamento con la sua firma distintiva (WWD). Un toile, nel linguaggio della sartoria, è il modello in tela che precede la realizzazione del capo definitivo — è il punto di partenza creativo. Tradotto: Galliano usa l&#8217;archivio Zara come punto di ispirazione e partenza formale, non come materiale fisico da trasformare pezzo per pezzo.</p>
<p style="font-weight: 400;">Quanto significativo sarà dipenderà da quanta parte della linea proverrà davvero da stock rielaborato rispetto a quanto prodotto di nuova manifattura (Grazia International). Al momento non lo sappiamo, perché i dettagli della collezione sono ancora sconosciuti. Zara ha comunicato che ulteriori informazioni verranno rilasciate in seguito.</p>
<p style="font-weight: 400;">Questa distinzione non è un dettaglio tecnico. <strong>È la differenza tra un&#8217;operazione di upcycling e un&#8217;operazione creativa che usa l&#8217;archivio come ispirazione</strong> — producendo, potenzialmente, capi del tutto nuovi. L&#8217;una riduce i volumi produttivi. L&#8217;altra no, o non necessariamente.</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>&nbsp;</p>
<h5 style="font-weight: 400;"><strong>Perché Galliano dice che è sostenibile</strong></h5>
<p style="font-weight: 400;">Durante la Paris Fashion Week, Galliano ha dichiarato a Vogue Business che il progetto è &#8220;<strong>una cosa molto positiva da fare in questo momento, e davvero sostenibile dal punto di vista creativo</strong>&#8220;.</p>
<p style="font-weight: 400;">L&#8217;espressione è interessante proprio perché contiene una qualificazione importante: <em>dal punto di vista creativo</em>. Non dice &#8220;ambientalmente sostenibile.&#8221; Non dice &#8220;a impatto ridotto.&#8221; Dice: è sostenibile come approccio creativo — nel senso che riutilizza, reinterpreta, non parte da zero.</p>
<p style="font-weight: 400;">È una distinzione onesta, se la si legge così. Il problema è che nel discorso pubblico, e soprattutto nel marketing, &#8220;sostenibile&#8221; è diventata una parola che si usa senza specificare rispetto a cosa. E quando Zara — che è uno dei più grandi produttori di moda rapida al mondo — dice che una sua linea è &#8220;sostenibile,&#8221; la parola porta con sé tutto il peso di ciò che non viene detto.</p>
<h5 style="font-weight: 400;"><strong>Il track record di Inditex: cosa dice, cosa fa</strong></h5>
<p style="font-weight: 400;">Dal 2022, Zara ha avviato un processo di <strong>riposizionamento strategico per cercare di smarcarsi dal fast fashion</strong>. Galliano non è un caso isolato — è il più recente di una serie di designer di alto profilo che hanno collaborato con Zara, tra cui Narciso Rodriguez, Stefano Pilati, Kate Moss e Steven Meisel.</p>
<p style="font-weight: 400;">Inditex è un&#8217;azienda che dice di non ignorare la sostenibilità. Nel suo rapporto 2025, dichiara che l&#8217;88% delle fibre usate sono alternative a minore impatto ambientale, con il 47% di fibre riciclate. Tra il 2020 e il 2025 ha ridotto il consumo idrico unitario nella filiera del 25%.</p>
<p style="font-weight: 400;">Questi numeri esistono. Ma vanno letti dentro un contesto più ampio. Un&#8217;inchiesta della Thomson Reuters Foundation ha documentato come l&#8217;utilizzo di trasporto aereo da parte di Inditex per alimentare il mercato del fast fashion sia eccessivo e in crescita — una pratica che contribuisce alla crisi climatica e aumenta la pressione sulle lavoratrici, costrette a ritmi insostenibili per paghe basse, esattamente il contrario di quanto comunicato nei report di sostenibilità.</p>
<p style="font-weight: 400;">E c&#8217;è una domanda strutturale a cui nessun comunicato stampa risponde: la linea Galliano si aggiunge alla produzione esistente di Zara, o la sostituisce in parte? Se la risposta è &#8220;si aggiunge,&#8221; l&#8217;impatto ambientale netto dell&#8217;azienda cresce, non diminuisce — indipendentemente dalla sofisticazione creativa del progetto.</p>
<h5 style="font-weight: 400;"><strong>Perché questa notizia è anche un sintomo</strong></h5>
<p style="font-weight: 400;">Al di là di Galliano e Zara, questa storia <strong>racconta qualcosa di più grande sull&#8217;industria della moda in questo momento.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Con Dior e Chanel che chiedono 5.000 euro per una giacca, 4.000 per una borsa, e il couture che ha raggiunto 135.000 euro per un abito, il movimento si sta spostando nella direzione opposta (The Hollywood Reporter). Galliano non è solo — Francesco Risso, ex direttore creativo di Marni, ha preso la guida di Gu, brand del gruppo Fast Retailing; Clare Waight Keller, già direttrice creativa di Givenchy, è oggi direttrice creativa di Uniqlo; Zac Posen ha assunto la guida creativa di Gap (Il Sole 24 Ore).</p>
<p style="font-weight: 400;">Questo fenomeno ha almeno due letture. La prima, ottimista:<strong> la creatività di alto livello diventa finalmente accessibile</strong> a un pubblico più ampio, democratizzando un linguaggio estetico che era rimasto chiuso nelle maison per decenni. La seconda, più critica: <strong>i grandi nomi prestano la loro reputazione culturale a brand che ne hanno bisogno per competere con Shein e Temu su un terreno — la credibilità — dove il prezzo basso non basta più.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Ultrafast player come Shein e Temu possono sempre essere più economici e veloci. Non possono facilmente competere sull&#8217;autorità culturale. Associarsi a un designer il cui archivio batte record d&#8217;asta è un modo per comprare credibilità, non solo clic (Grazia International).</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-19669" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2026/04/zara-galliano-concept-fashion.jpg" alt="" width="710" height="471" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2026/04/zara-galliano-concept-fashion.jpg 1311w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2026/04/zara-galliano-concept-fashion-300x199.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2026/04/zara-galliano-concept-fashion-1024x679.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2026/04/zara-galliano-concept-fashion-768x509.jpg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2026/04/zara-galliano-concept-fashion-1160x769.jpg 1160w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2026/04/zara-galliano-concept-fashion-600x398.jpg 600w" sizes="(max-width: 710px) 100vw, 710px" /></p>
<h5><strong>Un fenomeno che ha un nome</strong></h5>
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<p class="font-claude-response-body">Quello che sta accadendo con Galliano e Zara ha già un nome: <strong>luxurywashing. </strong> Non è greenwashing nel senso classico del termine — non si tratta di dichiarare che un capo è &#8220;ecologico&#8221; quando non lo è. È qualcosa di più sottile e, per questo, più difficile da riconoscere. Consiste nell&#8217;associare a un brand di grande distribuzione il capitale simbolico, estetico e reputazionale di un nome d&#8217;autore — con l&#8217;effetto di far percepire l&#8217;intera azienda come più sofisticata, più responsabile, più degna di fiducia. Il singolo progetto diventa una patina che, nell&#8217;immaginario collettivo, si estende a tutto il resto della produzione.</p>
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<p class="font-claude-response-body">Non è un meccanismo nuovo. È esattamente quello che la ricerca sul greenwashing descrive da anni come <strong>&#8220;effetto alone&#8221;: il rischio principale non è nei materiali della capsule collection stessa, ma nell&#8217;alone che essa concede al brand. Allineandosi con un&#8217;icona della creatività o della sostenibilità, un&#8217;azienda rischia di oscurare l&#8217;impatto ambientale dei milioni di altri capi che produce ogni anno.</strong></p>
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<p class="font-claude-response-body">C&#8217;è una domanda più profonda che tutte queste collaborazioni — Galliano con Zara, McCartney con H&amp;M, Posen con Gap, Risso con Gu — mettono in luce senza rispondere. Ed è questa: <strong>possono le grandi aziende della distribuzione di massa cambiare davvero dall&#8217;interno attraverso singoli progetti creativi?</strong> O questi progetti sono funzionalmente compatibili con un modello produttivo che — nella sua struttura di base — resta fondato sulla velocità, sul volume e sulla sostituzione continua?</p>
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<p style="font-weight: 400;">Non si tratta di accusare Zara di bugie. Si tratta di riconoscere un meccanismo sistemico: <strong>quando un&#8217;azienda che produce a volumi industriali introduce un progetto di nicchia con un riferimento al riuso, l&#8217;effetto comunicativo è sproporzionato rispetto all&#8217;effetto reale. Il progetto diventa il racconto dell&#8217;azienda su se stessa — e questo racconto tende a prendere molto più spazio del progetto stesso.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">C&#8217;è un paradosso al cuore di questa storia che vale la pena nominare con precisione. La moda sostenibile — quella vera, quella che Dress ECOde racconta da anni — si basa su un principio opposto alla logica del drop stagionale: l&#8217;idea che si compri di meno, si scelga meglio, si tenga più a lungo. La collaborazione Galliano-Zara, invece, nasce dentro una struttura che distribuisce in migliaia di negozi nel mondo e ha costruito la propria identità sull&#8217;idea che ci sia sempre qualcosa di nuovo da comprare. Anche se Galliano portasse davvero una filosofia di trasformazione all&#8217;interno di Zara, <strong>quella filosofia si troverebbe ad agire dentro un sistema che per definizione va nella direzione opposta.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Non è un&#8217;accusa. È una contraddizione strutturale. E <strong>le contraddizioni strutturali non si risolvono con le capsule collection — si risolvono con i modelli di business</strong>.</p>
<h5 style="font-weight: 400;"><strong>Cosa non sappiamo ancora — e perché è il punto</strong></h5>
<p style="font-weight: 400;">A settembre 2026 uscirà la prima collezione. Solo allora potremo rispondere alle domande che davvero contano. Quanti pezzi verranno prodotti? A che prezzo verranno venduti? I capi derivano fisicamente da stock esistente o sono prodotti ex novo a partire da una forma d&#8217;archivio? La linea Galliano riduce la produzione complessiva di Zara o si affianca ad essa? Cambierà qualcosa nelle condizioni di lavoro delle filiere?</p>
<p style="font-weight: 400;">Nessuno di questi elementi è nel comunicato stampa. E questa assenza è informativa quanto il comunicato stesso.</p>
<p style="font-weight: 400;">La parola &#8220;re-authoring&#8221; è bella. È evocativa. Ma non è una certificazione. Non è un audit di filiera. Non è un dato di impatto ambientale. È una parola. <strong>E nella moda sostenibile, le belle parole costano poco.</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-19671" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2026/04/galliano-zara-moda-sostenibilita.jpg" alt="" width="708" height="483" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2026/04/galliano-zara-moda-sostenibilita.jpg 1285w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2026/04/galliano-zara-moda-sostenibilita-300x205.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2026/04/galliano-zara-moda-sostenibilita-1024x699.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2026/04/galliano-zara-moda-sostenibilita-768x524.jpg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2026/04/galliano-zara-moda-sostenibilita-1160x792.jpg 1160w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2026/04/galliano-zara-moda-sostenibilita-600x409.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 708px) 100vw, 708px" /></p>
<h5 style="font-weight: 400;"><strong>Tre cose concrete che puoi fare</strong></h5>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Prima.</strong> Aspetta settembre. Non perché la collezione sarà necessariamente sbagliata — ma perché senza vedere i capi, le etichette, i prezzi e le comunicazioni di filiera, non hai ancora gli strumenti per giudicare.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Seconda.</strong> Poniti domande. Se la collezione uscirà nei negozi Zara vicino a te, guarda le etichette con attenzione: che materiali sono indicati? C&#8217;è un QR code che rimanda a informazioni sulla filiera? C&#8217;è un&#8217;indicazione che il capo deriva da stock esistente? La trasparenza si misura nei dettagli, non nelle campagne.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Terza.</strong> Usa questa notizia come occasione per chiederti una cosa più grande: quando compro un capo perché porta un nome importante, sto comprando qualcosa che riduce davvero l&#8217;impatto della moda — o sto comprando la sensazione di farlo?</p>
<h5 style="font-weight: 400;"><strong>Dovremmo essere felici?</strong></h5>
<p style="font-weight: 400;">Probabilmente non lo sappiamo ancora. E la risposta onesta è proprio questa: aspettiamo i fatti.</p>
<p dir="auto" data-pm-slice="1 1 []">La sfida è trovare un equilibrio tra accessibilità e responsabilità ambientale, ma il comunicato stampa non ha ancora chiarito come questa collaborazione intenda affrontare tali questioni cruciali. Resta quindi aperta la domanda: dovremmo essere felici nel vedere uno stilista iconico abbracciare un brand così legato alla produzione veloce? Forse questa partnership potrebbe essere l’occasione per portare innovazione e consapevolezza all’interno del fast fashion, ma solo il tempo ci dirà se sarà davvero così.</p>
<p style="font-weight: 400;">Galliano è uno dei maggiori talenti tecnici della storia della moda. Lavorare dall&#8217;archivio invece che dal foglio bianco è, in linea di principio, un approccio più sobrio rispetto alla creazione compulsiva. E portare un ragionamento couture — lento, costruttivo, attento alla forma — dentro un sistema produttivo globale potrebbe, in teoria, influenzarne la cultura dall&#8217;interno.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ma la moda sostenibile ha già visto troppi &#8220;in teoria&#8221; che non si sono mai tradotti in pratica. <strong>Ha già visto troppi nomi importanti prestati a operazioni che nella sostanza non hanno cambiato nulla nei volumi, nella filiera, nelle condizioni di lavoro L&#8217;entusiasmo è lecito.</strong> La riserva è doverosa. E la curiosità — quella vera, che aspetta i fatti prima di giudicare — è l&#8217;unico strumento che ci protegge sia dal cinismo facile sia dalla credulità altrettanto facile.</p>
<p style="font-weight: 400;"> A settembre vedremo. Quello che possiamo fare già adesso è tenere gli occhi aperti. Perché <strong>quando un genio incontra una macchina produttiva globale, non la cambia— a meno che la macchina non voglia davvero cambiare.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Nel frattempo, le domande restano aperte. E tenerle aperte non è un difetto: è l&#8217;unica forma di onestà possibile in questo momento.</p>
<p style="font-weight: 400;"><em>Fonti: WWD, Business of Fashion, Marie Claire Australia, Grazia International, ANSA, Il Sole 24 Ore, Inditex Sustainability Report 2025, Thomson Reuters Foundation/Context, Euronews, Hollywood Reporter, Hypebeast.</em></p>
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<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il poliestere riciclato rilascia più microplastiche</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Dec 2025 15:58:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Companies / Aziende]]></category>
		<category><![CDATA[Environment/Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[Quando la soluzione sostenibile forse peggiora il problema. Negli ultimi anni, il poliestere riciclato è diventato il simbolo della moda “ecologica”: promosso come alternativa virtuosa al poliestere vergine, è stato adottato da decine di marchi globali come una strategia per ridurre l’impatto ambientale del settore. Tuttavia, una recente indagine scientifica solleva seri dubbi sulla reale sostenibilità di questa fibra e mette in discussione una narrativa finora diffusa e poco scrutinata. I risultati della ricerca “Spinning Greenwash” La Changing Markets Foundation, organizzazione no-profit attiva sui temi della sostenibilità ambientale, ha commissionato una ricerca al Microplastic Research Group dell’Università di Çukurova (Turchia) per confrontare il rilascio di microplastiche tra tessuti in poliestere riciclato e poliestere vergine. I risultati rivelano una situazione sorprendente e preoccupante: I capi in poliestere riciclato testati rilasciano in media circa il 55% in più di microfibre rispetto a quelli in poliestere vergine durante i cicli di lavaggio. In termini di quantità media, lo studio ha registrato circa 12.430 microfibre per grammo nei tessuti riciclati, rispetto a 8.028 microfibre per grammo nel poliestere vergine. Le microfibre rilasciate dai tessuti riciclati risultano più piccole — con una lunghezza media di circa 0,42 mm contro 0,52 mm — rendendole più facilmente disperdibili e potenzialmente più dannose per gli ecosistemi e la salute. I 51 capi analizzati provengono  da cinque grandi marchi della moda — Adidas, H&#38;M, Nike, Shein e Zara — e includevano articoli come t-shirt, top, abiti e pantaloncini. Cosa significa per l’ambiente? Le microplastiche rappresentano un problema ambientale riconosciuto a livello globale: si trovano nei suoli, nei corsi d’acqua, negli oceani, ma anche in organismi viventi, compresi tessuti umani, e sono associate a effetti potenzialmente avversi sul sistema biologico. Un singolo ciclo di lavaggio può rilasciare centinaia di migliaia di microfibre nell’acqua di scarico, che i sistemi di trattamento faticano a filtrare completamente, lasciando che queste particelle entrino nella catena ambientale e alimentare. Dove vanno a finire tutte quelle minuscole microfibre? La risposta è ovunque. Non solo nei mari e nei fiumi, ma anche nell’aria che respiriamo, nel suolo dei nostri campi, nei sedimenti più remoti, persino nei tessuti organici degli esseri viventi. Secondo un rapporto italiano sulle micro e nanoplastiche nel corpo umano (Vera Studio 2024), i materiali tessili sintetici sono tra le fonti più importanti di microplastiche legate ai processi di lavaggio domestico, e certe fasi tecniche come il pre-lavaggio possono rilasciare quantità di microfibre molto superiori rispetto al semplice lavaggio e risciacquo. Questa è la realtà: ciò che indossiamo, laviamo e usiamo quotidianamente entra in contatto con ambienti che non possiamo più separare dalla nostra vita quotidiana. Eppure, in mezzo a questa realtà scientifica, alcune narrative del marketing restano molto rassicuranti. La Changing Markets Foundation usa un’immagine simbolica molto forte per descrivere la comunicazione di molte aziende: la definisce una “sustainability fig leaf”, una foglia di fico che copre una dipendenza profonda dai materiali sintetici senza affrontare correttamente il problema delle microplastiche (The Ecologist). E il messaggio arriva da una voce autorevole: Urska Trunk, senior Campaign Manager di Changing Markets, ha detto a The Ecologist con parole molto chiare che “la moda ha venduto il poliestere riciclato come soluzione verde, eppure i nostri risultati mostrano che aggrava il problema dell’inquinamento da microplastiche.” Perché questa frase è così importante? Perché sfida direttamente il cuore della narrazione verde dell’industria tessile globale. Non si tratta di demonizzare il riciclo — ma di portare alla luce il fatto che la sostenibilità non può essere una promessa superficiale, basata su claim accattivanti, se poi i prodotti continuano a rilasciare microplastiche in misura significativa. E questa consapevolezza non riguarda solo gli scienziati o gli ambientalisti. Riguarda noi, i nostri consumi, le nostre abitudini di lavaggio e, in ultima analisi, il futuro delle nostre comunità e del pianeta che abitiamo. Perché il riciclato rilascia più microplastiche? Secondo gli autori dello studio di Changing Markets, la differenza può essere ricondotta alle caratteristiche strutturali delle fibre riciclate. Durante i processi di riciclaggio — sia meccanico sia chimico — le catene polimeriche del poliestere si accorciano e si indeboliscono, rendendo le fibre più fragili e inclini a rompersi. Questo porta a un maggior rilascio di microfibre durante l’uso e il lavaggio dei capi. Etichettatura e trasparenza: un’altra criticità Lo studio di Changing Markets rileva anche discrepanze nei claim dei brand: alcuni capi pubblicizzati come in poliestere riciclato hanno mostrato un comportamento di rilascio simile a quello dei tessuti vergini. In alcuni casi, etichette e descrizioni online non corrispondevano alle informazioni sulla fibra riportate fisicamente sui capi, sollevando dubbi su pratiche di marketing potenzialmente fuorvianti. Cosa dicono altre ricerche Accanto allo studio della Changing Markets Foundation, anche altre ricerche scientifiche stanno contribuendo a chiarire il quadro, mostrando come il poliestere riciclato non rappresenti automaticamente una soluzione migliore in termini di rilascio di microfibre. Uno studio pubblicato su Environmental Pollution nel 2024 ha rilevato che, durante il lavaggio domestico, capi in poliestere riciclato possono rilasciare un numero maggiore di microfibre rispetto a quelli in poliestere vergine, probabilmente a causa della minore resistenza meccanica delle fibre sottoposte a processi di riciclo e trattamenti termici. Analisi condotte da The Microfibre Consortium confermano questa tendenza in diversi casi, indicando, in alcuni campioni, un rilascio fino a più del doppio di microfibre, spesso di dimensioni più fini e quindi potenzialmente più impattanti per ecosistemi e catena alimentare. Tuttavia, i dati mostrano anche una forte variabilità: struttura del tessuto, tipo di filato, processi produttivi e condizioni di lavaggio influenzano significativamente il risultato, con alcuni test che evidenziano differenze meno marcate tra materiali vergini e riciclati. Nel complesso, la letteratura scientifica converge su un punto chiave: il riciclo del poliestere riduce i rifiuti plastici a monte, ma non risolve – e talvolta può aggravare – il problema della dispersione di microplastiche, confermando la necessità di un approccio più ampio che includa innovazione sui materiali, design responsabile del tessile e strategie di riduzione complessiva delle fibre sintetiche in circolazione. Microfibre e ciclo di vita del tessuto: non solo lavaggio domestico Quando si parla di microplastiche e microfibre, il dibattito comune si concentra spesso sul rilascio durante i lavaggi domestici. Tuttavia, ricerche recenti mettono in evidenza che anche diverse fasi della produzione tessile stessa sono fonti significative di emissione di microfibre. Uno studio pubblicato su Scientific Reports ha monitorato le emissioni di microfibre in un grande impianto di produzione tessile e ha scoperto che i processi di trattamento a umido — come tintura e finissaggio — possono rilasciare fino a 25 volte più microfibre rispetto ai cicli di lavaggio domestico, con la tintura che rappresenta oltre il 95% delle emissioni in alcune condizioni. Questi risultati suggeriscono che l’impatto ambientale dei tessuti non si riduce semplicemente cambiando il tipo di fibra (virgine o riciclata), ma richiede ottimizzazione e mitigazione sin dalle prime fasi di produzione, ad esempio attraverso temperature di tintura più basse, tempi di processo più brevi e l’uso di filati e strutture tessili che minimizzino lo sfibramento. Come la cura e la progettazione dei capi influenzano il rilascio di microfibre La quantità di microfibre rilasciata da un capo non dipende soltanto dal materiale, ma anche dalle tecniche di lavorazione e dalle condizioni di cura. Differenti metodi di taglio e cucitura, così come le condizioni di lavaggio, possono influenzare significativamente la liberazione di microplastiche nell’ambiente. Una ricerca pubblicata su Science of The Total Environment  (2023, R Rathinamoorthy, S Raja Balasaraswathi) ha dimostrato che l’uso di tecniche di taglio più avanzate come laser o taglio ultrasonico può ridurre il rilascio di microfibre fino a 15–20 volte rispetto al tradizionale taglio con forbici, mentre la scelta di specifici tipi di cucitura e densità di punti può diminuire ulteriormente lo sfibramento. L&#8217;uso di più aghi aumenta l&#8217;emissione di microfibre tra diverse varianti dello stesso tipo di punto. Ad esempio, è stato segnalato un aumento del 45,27% nell&#8217;emissione di microfibre con il punto overlock a 4 fili (2 aghi) rispetto al punto a 3 fili (1 ago). Inoltre, studi condotti su carichi reali di bucato (Science of The Total Environment, 2023, R Rathinamoorthy, S Raja Balasaraswathi) indicano che parametri come la temperatura e la durata del ciclo di lavaggio influenzano la quantità di microfibre rilasciate, con cicli più brevi e freddi, carichi completi e lavatrici ad alta efficienza che riducono il rilascio. Questi risultati evidenziano come modifiche nella progettazione dei capi e nelle pratiche di manutenzione domestica possano contribuire a ridurre la dispersione di microplastiche, integrando gli sforzi per materiali più sostenibili. Una soluzione illusoria o un passo intermedio? I risultati dello studio di Changing Markets non implicano che tutti i materiali riciclati siano inutili o che il riciclo non abbia alcun valore. Piuttosto, evidenziano un punto critico: la riduzione dell’impatto ambientale non può essere affidata esclusivamente alla transizione verso materiali “riciclati” se questi continuano a rilasciare microplastiche in misura significativa. In altre parole, se l’obiettivo è un sistema tessile davvero sostenibile, è necessario considerare: strategie di design che minimizzino il rilascio di microfibre (ad esempio filati a basso rilascio, strutture tessili più compatte e finiture meno degradanti); tecnologie di cattura delle microfibre nei processi di lavaggio domestico e industriale; una riduzione complessiva della dipendenza da fibre sintetiche — riciclate o meno — a favore di materiali alternativi con minore impatto microplastico. Cosa possiamo fare, concretamente Per i brand • progettare capi con filati a basso rilascio e strutture più compatte; • migliorare processi industriali, soprattutto tintura e finissaggio; • adottare tecniche di taglio e cucitura meno sfibranti; • comunicare in modo chiaro e verificabile; • investire in tecnologie di cattura microfibre in laverie industriali e supply chain. Per chi compra e usa moda • lavare a basse temperature e cicli più brevi; • preferire carichi pieni; • usare lavatrici più efficienti quando possibile; • valutare l’uso di filtri o dispositivi cattura-microfibre certificati; • soprattutto: ridurre la dipendenza dal fast fashion e dai sintetici, anche riciclati. Non è “non comprare più niente”. È comprare meglio, meno, più consapevolmente. Verso una visione più ampia della sostenibilità Questa ricerca si inserisce in un dibattito più ampio sulle strategie di sostenibilità nel settore moda, che richiedono approcci integrati e trasparenti. Non si tratta solo di sostituire materia prima A con B, ma di ripensare modelli di produzione, consumo e fine vita dei capi in un’ottica veramente circolare. Per i consumatori e gli operatori del settore, lo studio costituisce un invito a guardare oltre le etichette “riciclato” e a valutare dati concreti e indipendenti per orientarsi verso scelte che facciano davvero la differenza. &#160;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.spreaker.com/episode/poliestere-riciclato-quello-che-la-moda-sostenibile-non-dice--69230415"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-15706 alignleft" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg" alt="" width="208" height="81" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg 1080w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-600x234.jpg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-300x117.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-1024x399.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-768x299.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 208px) 100vw, 208px" /></a>Quando la soluzione sostenibile forse peggiora il problema.<br />
<strong>Negli ultimi anni, il poliestere riciclato è diventato il simbolo della moda “ecologica”:</strong> promosso come alternativa virtuosa al poliestere vergine, è stato adottato da decine di marchi globali come una strategia per ridurre l’impatto ambientale del settore. Tuttavia, una recente indagine scientifica solleva seri dubbi sulla reale sostenibilità di questa fibra e mette in discussione una narrativa finora diffusa e poco scrutinata.</p>
<h5>I risultati della ricerca “Spinning Greenwash”</h5>
<p>La Changing Markets Foundation, organizzazione no-profit attiva sui temi della sostenibilità ambientale, ha commissionato una ricerca al Microplastic Research Group dell’Università di Çukurova (Turchia) per confrontare il rilascio di microplastiche tra tessuti in poliestere riciclato e poliestere vergine. I risultati rivelano una situazione sorprendente e preoccupante:<br />
<strong>I capi in poliestere riciclato testati rilasciano in media circa il 55% in più di microfibre</strong> rispetto a quelli in poliestere vergine durante i cicli di lavaggio.</p>
<p>In termini di quantità media, lo studio ha registrato circa 12.430 microfibre per grammo nei tessuti riciclati, rispetto a 8.028 microfibre per grammo nel poliestere vergine.</p>
<p><strong>Le microfibre rilasciate dai tessuti riciclati risultano più piccole</strong> — con una lunghezza media di circa 0,42 mm contro 0,52 mm — rendendole più facilmente disperdibili e potenzialmente più dannose per gli ecosistemi e la salute.</p>
<p>I 51 capi analizzati provengono  da <strong>cinque grandi marchi della moda</strong> — Adidas, H&amp;M, Nike, Shein e Zara — e includevano articoli come t-shirt, top, abiti e pantaloncini.</p>
<h5>Cosa significa per l’ambiente?</h5>
<p>Le microplastiche rappresentano un problema ambientale riconosciuto a livello globale: si trovano nei suoli, nei corsi d’acqua, negli oceani, ma anche in organismi viventi, compresi tessuti umani, e sono associate a effetti potenzialmente avversi sul sistema biologico.</p>
<p>Un singolo ciclo di lavaggio può rilasciare centinaia di migliaia di microfibre nell’acqua di scarico, che i sistemi di trattamento faticano a filtrare completamente, lasciando che queste particelle entrino nella catena ambientale e alimentare.</p>
<h5><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-19567 alignleft" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/12/fashion-oil-plastic.jpg" alt="" width="396" height="332" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/12/fashion-oil-plastic.jpg 940w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/12/fashion-oil-plastic-300x251.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/12/fashion-oil-plastic-768x644.jpg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/12/fashion-oil-plastic-600x503.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 396px) 100vw, 396px" />Dove vanno a finire tutte quelle minuscole microfibre?</h5>
<p>La risposta è <strong data-start="2099" data-end="2110">ovunque</strong>. Non solo nei mari e nei fiumi, ma anche nell’aria che respiriamo, nel suolo dei nostri campi, nei sedimenti più remoti, persino nei tessuti organici degli esseri viventi. Secondo un rapporto italiano sulle micro e nanoplastiche nel corpo umano (Vera Studio 2024), i materiali tessili sintetici sono tra le <strong data-start="2399" data-end="2441">fonti più importanti di microplastiche</strong> legate ai processi di lavaggio domestico, e certe fasi tecniche come il pre-lavaggio possono rilasciare quantità di microfibre <em data-start="2569" data-end="2586">molto superiori</em> rispetto al semplice lavaggio e risciacquo.</p>
<p>Questa è la realtà: ciò che indossiamo, laviamo e usiamo quotidianamente entra in contatto con ambienti che non possiamo più separare dalla nostra vita quotidiana. Eppure, in mezzo a questa realtà scientifica, alcune narrative del marketing restano <em data-start="2919" data-end="2939">molto rassicuranti</em>. La <em data-start="2944" data-end="2973">Changing Markets Foundation</em> usa un’immagine simbolica molto forte per descrivere la comunicazione di molte aziende: la definisce una <strong data-start="3079" data-end="3108">“sustainability fig leaf”</strong>, una foglia di fico che copre una dipendenza profonda dai materiali sintetici senza affrontare correttamente il problema delle microplastiche (The Ecologist). E il messaggio arriva da una voce autorevole: <strong data-start="3337" data-end="3352">Urska Trunk</strong>, senior Campaign Manager di Changing Markets, ha detto a The Ecologist con parole molto chiare che <em data-start="3429" data-end="3593">“la moda ha venduto il poliestere riciclato come soluzione verde, eppure i nostri risultati mostrano che aggrava il problema dell’inquinamento da microplastiche.”</em></p>
<p data-start="3633" data-end="4017">Perché questa frase è così importante? Perché sfida direttamente il <em data-start="3701" data-end="3731">cuore della narrazione verde</em> dell’industria tessile globale. Non si tratta di demonizzare il riciclo — ma di portare alla luce il fatto che <strong data-start="3843" data-end="3904">la sostenibilità non può essere una promessa superficiale</strong>, basata su claim accattivanti, se poi i prodotti continuano a rilasciare microplastiche in misura significativa.</p>
<p data-start="4019" data-end="4246">E questa consapevolezza non riguarda solo gli scienziati o gli ambientalisti. Riguarda <strong data-start="4106" data-end="4245">noi, i nostri consumi, le nostre abitudini di lavaggio e, in ultima analisi, il futuro delle nostre comunità e del pianeta che abitiamo</strong>.</p>
<h5>Perché il riciclato rilascia più microplastiche?</h5>
<p>Secondo gli autori dello studio di Changing Markets, la differenza può essere ricondotta alle caratteristiche strutturali delle fibre riciclate. Durante i processi di riciclaggio — sia meccanico sia chimico — le catene polimeriche del poliestere si accorciano e si indeboliscono, rendendo le fibre più fragili e inclini a rompersi. Questo porta a un maggior rilascio di microfibre durante l’uso e il lavaggio dei capi.</p>
<h5>Etichettatura e trasparenza: un’altra criticità</h5>
<p>Lo studio di Changing Markets rileva anche discrepanze nei claim dei brand: alcuni capi pubblicizzati come in poliestere riciclato hanno mostrato un comportamento di rilascio simile a quello dei tessuti vergini. <strong>In alcuni casi, etichette e descrizioni online non corrispondevano alle informazioni sulla fibra riportate fisicamente sui capi, sollevando dubbi su pratiche di marketing potenzialmente fuorvianti.</strong></p>
<p><iframe title="Spotify Embed: Poliestere riciclato: quello che la moda sostenibile non dice" style="border-radius: 12px" width="100%" height="152" frameborder="0" allowfullscreen allow="autoplay; clipboard-write; encrypted-media; fullscreen; picture-in-picture" loading="lazy" src="https://open.spotify.com/embed/episode/5doVg4ZRGTPE1g4bbOoSLP?si=45b9e7165b444daf&amp;utm_source=oembed"></iframe></p>
<h5>Cosa dicono altre ricerche</h5>
<p>Accanto allo studio della Changing Markets Foundation, anche altre ricerche scientifiche stanno contribuendo a chiarire il quadro, mostrando come il poliestere riciclato non rappresenti automaticamente una soluzione migliore in termini di rilascio di microfibre. Uno studio pubblicato su <em data-start="288" data-end="313">Environmental Pollution</em> nel 2024 ha rilevato che, durante il lavaggio domestico, capi in poliestere riciclato possono rilasciare un numero maggiore di microfibre rispetto a quelli in poliestere vergine, probabilmente a causa della minore resistenza meccanica delle fibre sottoposte a processi di riciclo e trattamenti termici. Analisi condotte da The Microfibre Consortium confermano questa tendenza in diversi casi, indicando, in alcuni campioni, un rilascio fino a più del doppio di microfibre, spesso di dimensioni più fini e quindi potenzialmente più impattanti per ecosistemi e catena alimentare. Tuttavia, <strong>i dati mostrano anche una forte variabilità: struttura del tessuto, tipo di filato, processi produttivi e condizioni di lavaggio influenzano significativamente il risultato, con alcuni test che evidenziano differenze meno marcate tra materiali vergini e riciclati. </strong></p>
<p><strong><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-19569 alignright" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/12/microfibre-microplastiche-moda-sostenibile.jpg" alt="" width="315" height="541" />Nel complesso, la letteratura scientifica converge su un punto chiave: il riciclo del poliestere riduce i rifiuti plastici a monte, ma non risolve – e talvolta può aggravare – il problema della dispersione di microplastiche, confermando la necessità di un approccio più ampio che includa innovazione sui materiali, design responsabile del tessile e strategie di riduzione complessiva delle fibre sintetiche in circolazione.</strong></p>
<h5>Microfibre e ciclo di vita del tessuto: non solo lavaggio domestico</h5>
<p>Quando si parla di microplastiche e microfibre, il dibattito comune si concentra spesso sul rilascio durante i lavaggi domestici. Tuttavia, ricerche recenti mettono in evidenza che anche diverse fasi della produzione tessile stessa sono fonti significative di emissione di microfibre. Uno studio pubblicato su Scientific Reports ha monitorato le emissioni di microfibre in un grande impianto di produzione tessile e ha scoperto che i processi di trattamento a umido — come tintura e finissaggio — possono rilasciare fino a 25 volte più microfibre rispetto ai cicli di lavaggio domestico, con la tintura che rappresenta oltre il 95% delle emissioni in alcune condizioni. Questi risultati suggeriscono che <strong>l’impatto ambientale dei tessuti non si riduce semplicemente cambiando il tipo di fibra (virgine o riciclata), ma richiede ottimizzazione e mitigazione sin dalle prime fasi di produzione</strong>, ad esempio attraverso temperature di tintura più basse, tempi di processo più brevi e l’uso di filati e strutture tessili che minimizzino lo sfibramento.</p>
<p><strong>Come la cura e la progettazione dei capi influenzano il rilascio di microfibre</strong></p>
<p>La quantità di microfibre rilasciata da un capo non dipende soltanto dal materiale, ma anche dalle tecniche di lavorazione e dalle condizioni di cura. Differenti metodi di taglio e cucitura, così come le condizioni di lavaggio, possono influenzare significativamente la liberazione di microplastiche nell’ambiente. Una ricerca pubblicata su <em>Science of The Total Environment</em>  (2023, R Rathinamoorthy, S Raja Balasaraswathi) ha dimostrato che<strong> l’uso di tecniche di taglio più avanzate come laser o taglio ultrasonico può ridurre il rilascio di microfibre fino a 15–20 volte rispetto al tradizionale taglio con forbici, mentre la scelta di specifici tipi di cucitura e densità di punti può diminuire ulteriormente lo sfibramento.</strong> L&#8217;uso di più aghi aumenta l&#8217;emissione di microfibre tra diverse varianti dello stesso tipo di punto. Ad esempio, è stato segnalato un aumento del 45,27% nell&#8217;emissione di microfibre con il punto overlock a 4 fili (2 aghi) rispetto al punto a 3 fili (1 ago).</p>
<p>Inoltre, studi condotti su carichi reali di bucato (<em>Science of The Total Environment</em>, 2023, R Rathinamoorthy, S Raja Balasaraswathi) indicano che parametri come <strong>la temperatura e la durata del ciclo di lavaggio influenzano la quantità di microfibre rilasciate, con cicli più brevi e freddi, carichi completi e lavatrici ad alta efficienza che riducono il rilascio. </strong>Questi risultati evidenziano come modifiche nella progettazione dei capi e nelle pratiche di manutenzione domestica possano contribuire a ridurre la dispersione di microplastiche, integrando gli sforzi per materiali più sostenibili.</p>
<h5>Una soluzione illusoria o un passo intermedio?</h5>
<p><strong>I risultati dello studio di Changing Markets non implicano che tutti i materiali riciclati siano inutili o che il riciclo non abbia alcun valore.</strong> Piuttosto, evidenziano un punto critico: <strong>la riduzione dell’impatto ambientale non può essere affidata esclusivamente alla transizione verso materiali “riciclati”</strong> se questi continuano a rilasciare microplastiche in misura significativa.</p>
<p>In altre parole, se l’obiettivo è un sistema tessile davvero sostenibile, è necessario considerare:</p>
<ul>
<li><strong>strategie di design</strong> che minimizzino il rilascio di microfibre (ad esempio filati a basso rilascio, strutture tessili più compatte e finiture meno degradanti);</li>
<li><strong>tecnologie</strong> di cattura delle microfibre nei processi di lavaggio domestico e industriale;</li>
<li>una <strong>riduzione complessiva della dipendenza da fibre sintetiche</strong> — riciclate o meno — a favore di materiali alternativi con minore impatto microplastico.</li>
</ul>
<h5><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-19571 alignleft" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/12/recycled-polyester.jpg" alt="" width="396" height="332" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/12/recycled-polyester.jpg 940w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/12/recycled-polyester-300x251.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/12/recycled-polyester-768x644.jpg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/12/recycled-polyester-600x503.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 396px) 100vw, 396px" />Cosa possiamo fare, concretamente</h5>
<p>Per i brand<br />
• progettare capi con filati a basso rilascio e strutture più compatte;<br />
• migliorare processi industriali, soprattutto tintura e finissaggio;<br />
• adottare tecniche di taglio e cucitura meno sfibranti;<br />
• comunicare in modo chiaro e verificabile;<br />
• investire in tecnologie di cattura microfibre in laverie industriali e supply chain.</p>
<p>Per chi compra e usa moda<br />
• lavare a basse temperature e cicli più brevi;<br />
• preferire carichi pieni;<br />
• usare lavatrici più efficienti quando possibile;<br />
• valutare l’uso di filtri o dispositivi cattura-microfibre certificati;<br />
• soprattutto: ridurre la dipendenza dal fast fashion e dai sintetici, anche riciclati.<br />
Non è “non comprare più niente”.<br />
È comprare meglio, meno, più consapevolmente.</p>
<h5>Verso una visione più ampia della sostenibilità</h5>
<p>Questa ricerca si inserisce in un dibattito più ampio sulle strategie di sostenibilità nel settore moda, che richiedono approcci integrati e trasparenti. <strong>Non si tratta solo di sostituire materia prima A con B, ma di ripensare modelli di produzione, consumo e fine vita dei capi in un’ottica veramente circolare.</strong><br />
Per i consumatori e gli operatori del settore, lo studio costituisce un invito a guardare oltre le etichette “riciclato” e a valutare dati concreti e indipendenti per orientarsi verso scelte che facciano davvero la differenza.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Paradosso Shein in Francia: shop online sospeso</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Nov 2025 09:40:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Companies / Aziende]]></category>
		<category><![CDATA[Fashion/Moda]]></category>
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					<description><![CDATA[Shein ha aperto il suo primo negozio permanente in Francia, all’interno del BHV Marais, un’istituzione del centro di Parigi, il 5 novembre 2025.Proprio lo stesso giorno, il governo francese ha annunciato l’avvio di una procedura per sospendere l’accesso al sito online di Shein, finché non dimostri piena conformità alle leggi nazionali. La decisione è emersa dopo che la watchdog francese dei consumatori (DGCCRF) ha rilevato sul marketplace di Shein la presenza di annunci inquietanti: sex-doll con caratteristiche definibili “child-like” e anche armi proibite, come machete e coltelli grossi.In risposta, Shein ha comunicato un divieto globale di vendita di sex-doll sulla piattaforma, ha sospeso temporaneamente la categoria “prodotti per adulti” in Francia e ha preso provvedimenti contro i venditori responsabili. L’indagine prosegue e le autorità francesi hanno coinvolto anche la Commissione Europea. Fino a prova contraria, l’accesso al sito non è ancora completamente bloccato, ma la procedura di sospensione è attiva. Shein ha preso misure immediate per limitare il danno reputazionale. Il paradosso è evidente: da un lato, la Francia sembra voler colpire il modello ultra-fast fashion con policy aggressive — come una proposta di legge per imporre una sanzione sulle importazioni low-cost, multe per pratiche commerciali scorrette (es. a Shein è stata inflitta una multa di 40 milioni € per sconti ingannevoli)., e un’azione politica forte contro Shein. Dall’altro lato, la Francia concede a Shein un accesso fisico prestigioso, grazie a una partnership con Société des Grands Magasins (SGM) che gestisce BHV e altri punti vendita in Francia, consentendo “un test  off-line” del brand. Questo significa “vietare online” ma “accettare un negozio fisico” nello stesso momento — un controsenso che riflette tensioni reali tra valori politici, interessi economici e dinamiche di mercato. Perché la Francia ha dato il via libera al negozio fisico? Ecco alcune ipotesi che aiutano a capire il motivo: Strategia commerciale locale: Shein afferma che la Francia è «un importante mercato globale della moda» e che l’apertura fisica serve a “rispondere alla domanda di contatto nel mondo reale” (retail Gazette). In altre parole: da un punto di vista del retail tradizionale (grandi magazzini, afflusso di persone) l’accordo ha senso commerciale per SGM. Differenziazione tra online e offline: Le normative che la Francia sta mettendo in campo riguardano in molti casi soprattutto l’e-commerce, le importazioni, le spedizioni di low‐cost, pratiche di sconto ingannevoli. Aprire un negozio fisico locale può sembrare un ambiente più “controllabile”. Quadro normativo ancora in evoluzione: Le multe, le regole anti-fast-fashion, il controllo delle importazioni stanno arrivando ma non sono ancora pienamente operative o potrebbero avere limiti temporali. La Francia sembra voler “fare le regole” ma nel frattempo il mercato continua a muoversi. Pressioni economiche e negoziali: I grandi magazzini francesi probabilmente hanno visto nell’accordo un’opportunità di rilancio commerciale (affluenza, novità). Anche se politicamente criticato, c’è un interesse privato importante. Possibilità di controllo e vigilanza: Il fatto che il negozio fisico fosse “visibile” fisicamente a Parigi, all’interno di uno spazio regolamentato, può aver indotto le autorità ad accettare l’apertura pur mantenendo in parallelo la pressione verso l’online. Timing e lobbying: Anche il fatto che l’apertura abbia fatto scalpore può indicare che accordi sono stati fatti quando la legge anti-fast-fashion non era ancora attiva, o che la negoziazione è avvenuta in un contesto in cui il brand ha potuto entrare “prima che tutto fosse chiaro”. Testimonianze e reazioni sociali L’inaugurazione del negozio è stata accompagnata da proteste: manifestanti con cartelli (“dalla colonizzazione ai vostri armadi”) si sono radunati fuori dal BHV.Ma non tutti erano contrari: una cliente ha spiegato che l’attrattiva per molti è semplicemente il prezzo: “Con 200 € al mese posso comprare 50 T-shirt da Shein o tre fatte in Francia.&#8221; (fonte The Guardian) Questo commento sottolinea come il fast fashion ultra-economico risponda a una reale domanda economica, anche tra chi ha un reddito limitato. L’azione della Francia non è rimasta confinata a livello nazionale: il governo ha scritto all’UE, chiedendo un intervento ai sensi del Digital Services Act (DSA) (fonte euronews).La Commissione europea è coinvolta, e la vicenda potrebbe definire un precedente su come gli Stati membri possono regolamentare le piattaforme digitali che vendono oggetti potenzialmente illegali o moralmente controversi.Inoltre, secondo il Brussels Times, le autorità francesi hanno minacciato blocchi permanenti se certi prodotti torneranno sulle piattaforme di Shein. A Parigi, il vicesindaco Nicolas Bonnet Oulaldj ha criticato apertamente l’accordo tra Shein e SGM, dichiarando che permettere a un gigante ultra-fast fashion di entrare nel tessuto commerciale tradizionale è “incompatibile” con gli obiettivi ecologici e sociali della città. &#8220;Non si può accusare Shein di tutti i problemi che riguardano il pret-a-porter francese&#8220;, ha reagito la portavoce della piattaforma Shein in Francia. Il colosso cinese  progetta di aprire altri 5 negozi di abiti e accessori a prezzi ridotti, nelle Galeries Lafayette di Digione, Reims, Grenoble, Angers e Limoges. &#8220;Questa scelta &#8211; ha affermato Anne Hidalgo, sindaca di Parigi &#8211; è contraria alle ambizioni ecologiche e sociali di Parigi, che sostiene un commercio di prossimità responsabile e sostenibile&#8220; (fonte Ansa.it). Il proprietario del BHV, Frédéric Merlin, ha risposto alle critiche con fermezza, definendo la partnership con Shein come “l’inizio di una nuova avventura” che unisce l’e-commerce e il retail tradizionale (fonte The Guardian). Secondo lui, i prodotti venduti nel negozio sono fabbricati da Shein stesso (“made by Shein in Shein factories”) e non sono soltanto terze-parti — un dettaglio che potrebbe influenzare le valutazioni di responsabilità. Cose che non sappiamo Non sembra esserci una dichiarazione ufficiale francese che dica “abbiamo concesso l’apertura fisica perché…”. Le spiegazioni sono tratte soprattutto da dichiarazioni di Shein. Non è chiaro se la licenza commerciale per il negozio fisico abbia condizioni speciali o se vi siano accordi di controllo specifici con le autorità locali. Non è ancora chiaro a quali termini la futura legislazione o l’azione dello Stato francese impatterà quel negozio fisico (ad esempio: controlli, limiti, sanzioni). Non è evidente quanto l’apertura fisica sia vista come “scappatoia” rispetto alle normative online (una delle ipotesi), non ci sono fonti che lo dicano esplicitamente. Perché Primark e Uniqlo non ricevono la stessa pressione di Shein? Non tutti i grandi marchi di abbigliamento “a basso costo” ricevono la stessa pressione pubblica e politica che oggi investe Shein, e il confronto con Primark e Uniqlo lo dimostra. Entrambi i brand sono presenti e in espansione in Francia: Primark ha annunciato un investimento da 200 milioni di euro in Francia e Spagna per ampliare la sua rete retail entro il 2026 e registra alcuni dei negozi più redditizi proprio nel mercato francese; Uniqlo, dal canto suo, continua a rafforzare la sua presenza con flagship store come quello rinnovato nell’area Opéra di Parigi e una rete ampia e stabile. La ragione per cui questi marchi non subiscono la stessa pressione di Shein? Modello di business diverso: Primark e Uniqlo operano principalmente tramite negozi fisici consolidati, non fanno affidamento su importazioni ultra-low cost spedite singolarmente da paesi extra-UE come fa Shein. Questo li rende meno vulnerabili a certe normative anti-importazione o tasse su micro-pacchi. Regolamentazione più chiara: Molte delle misure che la Francia (e altri paesi) propongono – come la tassa sui pacchi low-cost – sono rivolte soprattutto all’e-commerce transnazionale, non ai retailer fisici con catene consolidate. Presenza “visibile” e locale: Avere negozi fisici implica responsabilità locali, inventario gestito su scala europea e controllo più diretto, elementi che possono rendere più accettabile (politicamente e socialmente) la loro presenza rispetto a un attore ultra-fast digital-only. Strategia di sostenibilità e immagine: Uniqlo, in particolare, punta molto su “LifeWear” e su un’immagine di qualità, funzionalità e durabilità, che può mitigare le critiche di moda “usa-e-getta”. Primark, pur essendo “fast fashion”, ha un modello molto diverso da Shein, con margini e modalità operative differenti. Il greenwashing fa quindi la differenza? Primark e Uniqlo non sono però completamente fuori dal radar: l’UE ha richiamato tutti i grandi retailer, compresi questi due marchi, a maggiore trasparenza sulla tracciabilità e sulle performance ambientali attraverso il nuovo quadro normativo del Green Deal, dal Digital Product Passport al divieto di greenwashing e claim ambientali vaghi. La differenza è che, pur essendo criticati per il modello fast fashion, Primark e Uniqlo rientrano in una struttura regolatoria già conosciuta e gestita dall’Europa, mentre Shein rappresenta una sfida nuova: un “gigante digitale” che accelera più velocemente delle norme che cercano di incasellarlo. Riflessioni Il caso Shein è emblematico del fatto che la transizione verso una moda più sostenibile non è lineare e piena di contraddizioni. Da un lato, la Francia sembra dichiarare «ora basta al fast fashion low cost», dall’altro accetta – senza apparente blocco – l’arrivo fisico di uno dei protagonisti del modello che vuole limitare. Quali insegnamenti possiamo trarre? Le leggi possono essere indietro rispetto al mercato. Le normative anti-fast-fashion, le tasse su importazioni, le restrizioni agli sconti ingannevoli sono ancora in fase di attuazione. Intanto, i brand fast fashion si espandono. Il modello “online” vs “offline” crea un arbitraggio: un negozio fisico può sembrare più rispettabile o almeno più visibile, e per questo forse “meno rischioso” agli occhi delle autorità rispetto a un’e-commerce che spedisce pacchi a basso costo dall’estero. Le politiche pubbliche possono entrare in tensione con interessi economici locali (grandi magazzini, occupazione, afflusso clienti). Questo può generare compromessi o scelte che appaiono contraddittorie. Infine, è un promemoria: coerenza tra dichiarazioni politiche e azioni concrete è difficile. Lo sforzo verso la moda sostenibile richiede non solo norme, ma anche strumenti di controllo, trasparenza, e magari modelli alternativi di vendita che non siano solo “più veloce, più economico”. &#160;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.spreaker.com/episode/paradosso-shein-in-francia-shop-online-sospeso--68767904"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-15706 alignleft" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg" alt="" width="243" height="95" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg 1080w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-600x234.jpg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-300x117.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-1024x399.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-768x299.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 243px) 100vw, 243px" /></a>Shein ha aperto il suo primo negozio permanente in Francia, all’interno del <strong data-start="4415" data-end="4429">BHV Marais</strong>, un’istituzione del centro di Parigi, il <strong data-start="4471" data-end="4490">5 novembre 2025</strong>.<br data-start="4531" data-end="4534" />Proprio lo stesso giorno, il governo francese ha annunciato l’avvio di una procedura per <strong data-start="4623" data-end="4671">sospendere l’accesso al sito online di Shein</strong>, finché non dimostri piena conformità alle leggi nazionali.</p>
<p data-start="4774" data-end="5482">La decisione è emersa dopo che la watchdog francese dei consumatori (DGCCRF) ha rilevato sul marketplace di Shein la presenza di annunci inquietanti: <strong data-start="4928" data-end="4984">sex-doll con caratteristiche definibili “child-like”</strong> e anche <strong data-start="4993" data-end="5010">armi proibite</strong>, come machete e coltelli grossi.<br data-start="5082" data-end="5085" />In risposta, Shein ha comunicato un divieto globale di vendita di sex-doll sulla piattaforma, ha sospeso temporaneamente la categoria “prodotti per adulti” in Francia e ha preso provvedimenti contro i venditori responsabili. <br data-start="5349" data-end="5352" />L’indagine prosegue e le autorità francesi hanno coinvolto anche la Commissione Europea. Fino a prova contraria, l’accesso al sito non è ancora completamente bloccato, ma la procedura di sospensione è attiva. Shein ha preso misure immediate per limitare il danno reputazionale.</p>
<p data-start="4774" data-end="5482"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-19536 alignleft" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/11/shein-sex-doll-fast-fashion.jpg" alt="" width="309" height="382" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/11/shein-sex-doll-fast-fashion.jpg 637w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/11/shein-sex-doll-fast-fashion-243x300.jpg 243w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/11/shein-sex-doll-fast-fashion-600x741.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 309px) 100vw, 309px" /></p>
<p data-start="5484" data-end="6214"><strong data-start="5484" data-end="5500">Il paradosso</strong> <strong>è evidente:</strong> da un lato, la Francia sembra voler colpire il modello ultra-fast fashion con policy aggressive — come una proposta di legge per imporre una sanzione sulle importazioni low-cost, multe per pratiche commerciali scorrette (es. a Shein è stata inflitta una multa di 40 milioni € per sconti ingannevoli)., e un’azione politica forte contro Shein. <br data-start="5814" data-end="5817" />Dall’altro lato, la Francia concede a Shein un accesso fisico prestigioso, grazie a una partnership con <strong data-start="5905" data-end="5942">Société des Grands Magasins (SGM)</strong> che gestisce BHV e altri punti vendita in Francia, consentendo “un test  off-line” del brand.</p>
<p>Questo significa “vietare online” ma “accettare un negozio fisico” nello stesso momento — un controsenso che riflette tensioni reali tra valori politici, interessi economici e dinamiche di mercato.</p>
<h5>Perché la Francia ha dato il via libera al negozio fisico?</h5>
<p>Ecco alcune ipotesi che aiutano a capire il motivo:</p>
<p><strong>Strategia commerciale locale:</strong> Shein afferma che la Francia è «un importante mercato globale della moda» e che l’apertura fisica serve a “rispondere alla domanda di contatto nel mondo reale” (retail Gazette). In altre parole: da un punto di vista del retail tradizionale (grandi magazzini, afflusso di persone) l’accordo ha senso commerciale per SGM.</p>
<p><strong>Differenziazione tra online e offline:</strong> Le normative che la Francia sta mettendo in campo riguardano in molti casi soprattutto l’e-commerce, le importazioni, le spedizioni di low‐cost, pratiche di sconto ingannevoli. Aprire un negozio fisico locale può sembrare un ambiente più “controllabile”.</p>
<p><strong>Quadro normativo ancora in evoluzione:</strong> Le multe, le regole anti-fast-fashion, il controllo delle importazioni stanno arrivando ma non sono ancora pienamente operative o potrebbero avere limiti temporali. La Francia sembra voler “fare le regole” ma nel frattempo il mercato continua a muoversi.</p>
<p><strong>Pressioni economiche e negoziali:</strong> I grandi magazzini francesi probabilmente hanno visto nell’accordo un’opportunità di rilancio commerciale (affluenza, novità). Anche se politicamente criticato, c’è un interesse privato importante.</p>
<p><strong>Possibilità di controllo e vigilanza:</strong> Il fatto che il negozio fisico fosse “visibile” fisicamente a Parigi, all’interno di uno spazio regolamentato, può aver indotto le autorità ad accettare l’apertura pur mantenendo in parallelo la pressione verso l’online.</p>
<p><strong>Timing e lobbying:</strong> Anche il fatto che l’apertura abbia fatto scalpore può indicare che accordi sono stati fatti quando la legge anti-fast-fashion non era ancora attiva, o che la negoziazione è avvenuta in un contesto in cui il brand ha potuto entrare “prima che tutto fosse chiaro”.</p>
<p><iframe title="Spotify Embed: Paradosso Shein in Francia: shop online sospeso" style="border-radius: 12px" width="100%" height="152" frameborder="0" allowfullscreen allow="autoplay; clipboard-write; encrypted-media; fullscreen; picture-in-picture" loading="lazy" src="https://open.spotify.com/embed/episode/7fxONk5SlceX26c99OcsCM?si=84bdc731581e432a&#038;utm_source=oembed"></iframe></p>
<h5 data-start="7406" data-end="7444">Testimonianze e reazioni sociali</h5>
<p data-start="7445" data-end="7757">L’inaugurazione del negozio è stata accompagnata da proteste: manifestanti con cartelli (“dalla colonizzazione ai vostri armadi”) si sono radunati fuori dal BHV.<br data-start="7646" data-end="7649" />Ma non tutti erano contrari: una cliente ha spiegato che l’attrattiva per molti è semplicemente il prezzo:</p>
<blockquote data-start="7758" data-end="8022">
<p data-start="7760" data-end="8022">“Con 200 € al mese posso comprare 50 T-shirt da Shein o tre fatte in Francia.&#8221;</p>
<p data-start="7760" data-end="8022">(fonte The Guardian)</p>
</blockquote>
<p data-start="8024" data-end="8531">Questo commento sottolinea come il fast fashion ultra-economico risponda a una reale domanda economica, anche tra chi ha un reddito limitato. <strong>L’azione della Francia non è rimasta confinata a livello nazionale:</strong> il governo ha scritto all’UE, chiedendo un intervento ai sensi del Digital Services Act (DSA) (fonte euronews).<br data-start="8784" data-end="8787" />La Commissione europea è coinvolta, e la vicenda potrebbe definire un precedente su come gli Stati membri possono regolamentare le piattaforme digitali che vendono oggetti potenzialmente illegali o moralmente controversi.<br data-start="9008" data-end="9011" />Inoltre, secondo il <em data-start="9031" data-end="9047">Brussels Times</em>, le autorità francesi hanno minacciato blocchi permanenti se certi prodotti torneranno sulle piattaforme di Shein.</p>
<p data-start="8024" data-end="8531">A Parigi, il vicesindaco Nicolas Bonnet Oulaldj ha criticato apertamente l’accordo tra Shein e SGM, dichiarando che permettere a un gigante ultra-fast fashion di entrare nel tessuto commerciale tradizionale è “incompatibile” con gli obiettivi ecologici e sociali della città. &#8220;<em>Non si può accusare Shein di tutti i problemi che riguardano il pret-a-porter francese</em>&#8220;, ha reagito la portavoce della piattaforma Shein in Francia. Il colosso cinese  progetta di aprire altri 5 negozi di abiti e accessori a prezzi ridotti, nelle Galeries Lafayette di Digione, Reims, Grenoble, Angers e Limoges. &#8220;<strong><em>Questa scelta</em></strong> &#8211; ha affermato Anne Hidalgo, sindaca di Parigi &#8211; <em><strong>è contraria alle ambizioni ecologiche e sociali di Parigi, che sostiene un commercio di prossimità responsabile e sostenibile</strong>&#8220;</em> (fonte Ansa.it).</p>
<p data-start="8024" data-end="8531">Il proprietario del BHV, Frédéric Merlin, ha risposto alle critiche con fermezza, definendo la partnership con Shein come “l’inizio di una nuova avventura” che unisce l’e-commerce e il retail tradizionale (fonte The Guardian). Secondo lui, i prodotti venduti nel negozio sono fabbricati da Shein stesso (“made by Shein in Shein factories”) e non sono soltanto terze-parti — un dettaglio che potrebbe influenzare le valutazioni di responsabilità.</p>
<h5>Cose che non sappiamo</h5>
<p>Non sembra esserci una dichiarazione ufficiale francese che dica “abbiamo concesso l’apertura fisica perché…”. Le spiegazioni sono tratte soprattutto da dichiarazioni di Shein.<br />
Non è chiaro se la licenza commerciale per il negozio fisico abbia condizioni speciali o se vi siano accordi di controllo specifici con le autorità locali.<br />
Non è ancora chiaro a quali termini la futura legislazione o l’azione dello Stato francese impatterà quel negozio fisico (ad esempio: controlli, limiti, sanzioni).<br />
Non è evidente quanto l’apertura fisica sia vista come “scappatoia” rispetto alle normative online (una delle ipotesi), non ci sono fonti che lo dicano esplicitamente.</p>
<h5>Perché Primark e Uniqlo non ricevono la stessa pressione di Shein? <img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-19538 alignright" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/11/fast-fashion-sustainable-fashion.jpg" alt="" width="509" height="509" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/11/fast-fashion-sustainable-fashion.jpg 784w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/11/fast-fashion-sustainable-fashion-300x300.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/11/fast-fashion-sustainable-fashion-150x150.jpg 150w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/11/fast-fashion-sustainable-fashion-768x770.jpg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/11/fast-fashion-sustainable-fashion-75x75.jpg 75w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/11/fast-fashion-sustainable-fashion-100x100.jpg 100w" sizes="auto, (max-width: 509px) 100vw, 509px" /></h5>
<p><strong>Non tutti i grandi marchi di abbigliamento “a basso costo” ricevono la stessa pressione pubblica e politica che oggi investe Shein</strong>, e il confronto con Primark e Uniqlo lo dimostra. Entrambi i brand sono presenti e in espansione in Francia: Primark ha annunciato un investimento da 200 milioni di euro in Francia e Spagna per ampliare la sua rete retail entro il 2026 e registra alcuni dei negozi più redditizi proprio nel mercato francese; Uniqlo, dal canto suo, continua a rafforzare la sua presenza con flagship store come quello rinnovato nell’area Opéra di Parigi e una rete ampia e stabile.</p>
<p>La ragione per cui questi marchi non subiscono la stessa pressione di Shein?</p>
<ul>
<li data-start="1674" data-end="1987">
<p data-start="1676" data-end="1987"><strong data-start="1676" data-end="1707">Modello di business diverso</strong>: Primark e Uniqlo operano principalmente tramite negozi fisici consolidati, non fanno affidamento su importazioni ultra-low cost spedite singolarmente da paesi extra-UE come fa Shein. Questo li rende meno vulnerabili a certe normative anti-importazione o tasse su micro-pacchi.</p>
</li>
<li data-start="1988" data-end="2226">
<p data-start="1990" data-end="2226"><strong data-start="1990" data-end="2021">Regolamentazione più chiara</strong>: Molte delle misure che la Francia (e altri paesi) propongono – come la tassa sui pacchi low-cost – sono rivolte soprattutto all’e-commerce transnazionale, non ai retailer fisici con catene consolidate.</p>
</li>
<li data-start="2227" data-end="2514">
<p data-start="2229" data-end="2514"><strong data-start="2229" data-end="2261">Presenza “visibile” e locale</strong>: Avere negozi fisici implica responsabilità locali, inventario gestito su scala europea e controllo più diretto, elementi che possono rendere più accettabile (politicamente e socialmente) la loro presenza rispetto a un attore ultra-fast digital-only.</p>
</li>
<li data-start="2515" data-end="2837">
<p data-start="2517" data-end="2837"><strong data-start="2517" data-end="2558">Strategia di sostenibilità e immagine</strong>: Uniqlo, in particolare, punta molto su “LifeWear” e su un’immagine di qualità, funzionalità e durabilità, che può mitigare le critiche di moda “usa-e-getta”. Primark, pur essendo “fast fashion”, ha un modello molto diverso da Shein, con margini e modalità operative differenti. Il greenwashing fa quindi la differenza?</p>
</li>
</ul>
<p><strong>Primark e Uniqlo non sono però completamente fuori dal radar:</strong> l’UE ha richiamato tutti i grandi retailer, compresi questi due marchi, a maggiore trasparenza sulla tracciabilità e sulle performance ambientali attraverso il nuovo quadro normativo del Green Deal, dal Digital Product Passport al divieto di greenwashing e claim ambientali vaghi. La differenza è che, pur essendo criticati per il modello fast fashion, Primark e Uniqlo rientrano in una struttura regolatoria già conosciuta e gestita dall’Europa, mentre Shein rappresenta una sfida nuova: un “gigante digitale” che accelera più velocemente delle norme che cercano di incasellarlo.</p>
<p><strong>Riflessioni</strong></p>
<p>Il caso Shein è emblematico del fatto che la transizione verso una moda più sostenibile non è lineare e piena di contraddizioni. Da un lato, la Francia sembra dichiarare «ora basta al fast fashion low cost», dall’altro accetta – senza apparente blocco – l’arrivo fisico di uno dei protagonisti del modello che vuole limitare.<br />
Quali insegnamenti possiamo trarre?<br />
<strong>Le leggi possono essere indietro rispetto al mercato.</strong> Le normative anti-fast-fashion, le tasse su importazioni, le restrizioni agli sconti ingannevoli sono ancora in fase di attuazione. <strong>Intanto, i brand fast fashion si espandono.</strong><br />
<strong>Il modello “online” vs “offline” crea un arbitraggio:</strong> un negozio fisico può sembrare più rispettabile o almeno più visibile, e per questo forse “meno rischioso” agli occhi delle autorità rispetto a un’e-commerce che spedisce pacchi a basso costo dall’estero.<br />
Le politiche pubbliche possono entrare in tensione con interessi economici locali (grandi magazzini, occupazione, afflusso clienti). Questo può generare compromessi o scelte che appaiono contraddittorie.<br />
Infine, è un promemoria: coerenza tra dichiarazioni politiche e azioni concrete è difficile. <strong>Lo sforzo verso la moda sostenibile richiede non solo norme, ma anche strumenti di controllo, trasparenza, e magari modelli alternativi di vendita che non siano solo “più veloce, più economico”</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Gucci, Chloé e Loewe sanzionate dalla Commissione Europea: cosa significa per la moda sostenibile ed etica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[dressecode]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Oct 2025 11:13:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Companies / Aziende]]></category>
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					<description><![CDATA[ Lo scorso 14 ottobre 2025 la Commissione ha multato tre importanti marchi del lusso — Gucci, Chloé e Loewe — per un totale di 157 milioni di euro (circa 182 milioni di US$) per pratiche restrittive in materia di rivalutazione dei prezzi al dettaglio. Secondo la Commissione, i tre brand hanno imposto ai propri rivenditori indipendenti condizioni che limitavano la loro autonomia nei prezzi di vendita (sia online sia in negozio), definendo sconti massimi, periodi di vendita predeterminati o addirittura vietando certi sconti. Gucci ha ricevuto la sanzione più alta (circa €119,7 milioni), Chloé circa €19,7 milioni e Loewe €18 milioni. Le sanzioni sono state ridotte grazie alla cooperazione dei marchi con gli investigatori. Perché è significativo Per la prima volta in ambito moda di lusso la Commissione evidenzia che pratiche di controllo dei prezzi possono costituire una violazione delle norme antitrust europee, anche quando riguardano marchi riconosciuti. L’azione conferma che il settore della moda non è escluso dalla stringente attenzione dell’UE verso trasparenza, concorrenza leale e responsabilità aziendale. Accade in un momento in cui la stessa UE spinge parallelamente su regole più stringenti in fatto di moda sostenibile, etica, trasparenza della catena di fornitura e pratiche anti-greenwashing. Vedi ad esempio le nuove regole sul calcolo dell’impronta ambientale per abbigliamento e calzature. Implicazioni per la moda sostenibile ed etica Per un sito come quello di Dress ECOde, orientato a moda sostenibile ed etica, questo caso offre spunti utili. A. Concorrenza leale = parte della sostenibilità Una moda realmente sostenibile non riguarda solo materiali, produzione, rifiuti o condizioni di lavoro, ma anche pratiche commerciali corrette. Quando un marchio limita la libertà di prezzo del dettagliante, può indurre costi maggiori al consumatore, nonché influenzare la viva concorrenza che può stimolare alternative più ecologiche o etiche. Il rispetto delle regole di concorrenza è dunque un tassello della responsabilità complessiva. B. Trasparenza e responsabilità Il caso rafforza il messaggio che le aziende devono essere responsabili su più fronti — non solo ambiente e sociale, ma anche governance, canali di distribuzione e politiche commerciali. I consumatori attenti alla moda sostenibile sono sempre più sensibili a questi aspetti. C. Opportunità per i brand sostenibili I marchi che adottano criteri rigorosi di produzione, scelta dei materiali, condizioni di lavoro e distribuzione trasparente possono trovare un vantaggio competitivo. In uno scenario in cui i grandi nomi vengono messi sotto pressione da autorità come la Commissione, emerge la possibilità per marchi etici/sostenibili di differenziarsi con credibilità. D. Cosa dovrebbero chiedersi i consumatori Il brand è trasparente anche circa le sue politiche commerciali e di rivendita? Ci sono condizioni imposte ai rivenditori che possono limitare sconti o decisioni autonome? Il marchio mostra di assumersi responsabilità che vanno oltre “solo” materiali sostenibili, includendo anche pratiche di prezzo e distribuzione? Curiosità sui tre marchi e sul contesto Ecco alcuni fatti sulle tre case moda coinvolte: Gucci: È parte del gruppo francese Kering. In passato Gucci ha già affrontato controversie legate a diversità, rappresentazione e inclusività nelle campagne. Il fatto che la sanzione più alta sia stata comminata a Gucci evidenzia quanto anche i grandi del lusso alto debbano rispondere di pratiche “dietro le quinte”. Chloé: Brand francese noto per uno stile femminile e “cool-chic”. La sanzione per Chloé è stata “solo” la seconda nella classifica dei tre, ma rilevante. In comunicati ufficiali Chloé ha già dichiarato di aver rafforzato la “compliance” e la formazione interna in materia di concorrenza dopo la notifica della Commissione. Loewe: Marchio spagnolo, parte del gruppo LVMH. Spesso percepito come boutique-luxe, la sanzione evidenzia che anche marchi magari meno mainstream rispetto a Gucci non sono “al riparo”. Aver scelto di collaborare ha permesso la riduzione della multa. Il contesto più ampio &#8211; Questa decisione arriva mentre l’UE stringe i regolamenti su moda e tessile – per esempio, le nuove «Product Environmental Footprint Category Rules (PEFCR) per abbigliamento e calzature», presentate a giugno 2025. Un legame interessante &#8211; Sebbene il caso riguardi più che altro concorrenza e prezzo, per il consumatore attento alla “moda sostenibile” è un promemoria: la reputazione di un brand su sostenibilità/plastica/rifiuti/verifica dei fornitori può convivere con pratiche commerciali meno trasparenti. Si tratta di considerare la sostenibilità in modo olistico: non è solo “materiale più etico”, ma include pratiche commerciali, trasparenza, governance. Conclusione Il caso della sanzione della Commissione Europea a Gucci, Chloé e Loewe segna una svolta : dimostra che anche i brand del lusso non possono ignorare le regole della concorrenza, e che la sostenibilità nella moda richiede attenzione a tutti gli anelli — dalla fibra alla distribuzione, dal prezzo alla durata del prodotto.Per un lettore interessato a moda etica e sostenibile, è un monito utile: non basta scegliere “eco” perché un capo dichiari “riciclato” o “green” — è fondamentale verificare la storia intera del brand. Il ruolo informativo di Dress ECOde vuole accompagnare consumatori e brand consapevoli verso scelte che siano veramente sostenibili, etiche e trasparenti.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p data-start="136" data-end="430"><a href="https://www.spreaker.com/episode/tre-grandi-brand-di-moda-sanzionati-dalla-commissione-europea--68348096"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-15706 alignleft" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg" alt="" width="211" height="82" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg 1080w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-600x234.jpg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-300x117.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-1024x399.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-768x299.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 211px) 100vw, 211px" /></a> Lo scorso 14 ottobre 2025 la Commissione ha multato tre importanti marchi del lusso — Gucci, Chloé e Loewe — per un totale di <strong data-start="262" data-end="285">157 milioni di euro</strong> (circa 182 milioni di US$) per pratiche restrittive in materia di rivalutazione dei prezzi al dettaglio.</p>
<p data-start="434" data-end="750">Secondo la Commissione, i tre brand hanno imposto ai propri rivenditori indipendenti condizioni che limitavano la loro autonomia nei prezzi di vendita (sia online sia in negozio), definendo sconti massimi, periodi di vendita predeterminati o addirittura vietando certi sconti.</p>
<p data-start="755" data-end="990">Gucci ha ricevuto la sanzione più alta (circa €119,7 milioni), Chloé circa €19,7 milioni e Loewe €18 milioni. Le sanzioni sono state ridotte grazie alla cooperazione dei marchi con gli investigatori.</p>
<h3 data-start="992" data-end="1020">Perché è significativo</h3>
<ul data-start="1021" data-end="1780">
<li data-start="1021" data-end="1277">
<p data-start="1023" data-end="1277">Per la prima volta in ambito moda di lusso la Commissione evidenzia che pratiche di controllo dei prezzi possono costituire una violazione delle norme antitrust europee, anche quando riguardano marchi riconosciuti.</p>
</li>
<li data-start="1278" data-end="1440">
<p data-start="1280" data-end="1440">L’azione conferma che il settore della moda non è escluso dalla stringente attenzione dell’UE verso trasparenza, concorrenza leale e responsabilità aziendale.</p>
</li>
<li data-start="1441" data-end="1780">
<p data-start="1443" data-end="1780">Accade in un momento in cui la stessa UE spinge parallelamente su regole più stringenti in fatto di <strong data-start="1544" data-end="1564">moda sostenibile</strong>, etica, trasparenza della catena di fornitura e pratiche anti-greenwashing. Vedi ad esempio le nuove regole sul calcolo dell’impronta ambientale per abbigliamento e calzature.</p>
</li>
</ul>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-19492" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/10/2025_rpm-high-end-fashion_en.jpg" alt="" width="893" height="595" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/10/2025_rpm-high-end-fashion_en.jpg 893w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/10/2025_rpm-high-end-fashion_en-300x200.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/10/2025_rpm-high-end-fashion_en-768x512.jpg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/10/2025_rpm-high-end-fashion_en-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 893px) 100vw, 893px" /></p>
<h2 data-start="1782" data-end="1835">Implicazioni per la moda sostenibile ed etica</h2>
<p data-start="1836" data-end="1954">Per un sito come quello di Dress ECOde, orientato a moda <strong data-start="1893" data-end="1908">sostenibile</strong> ed <strong data-start="1912" data-end="1921">etica</strong>, questo caso offre spunti utili.</p>
<h3 data-start="1956" data-end="2010">A. Concorrenza leale = parte della sostenibilità</h3>
<p data-start="2011" data-end="2454">Una moda realmente sostenibile non riguarda solo materiali, produzione, rifiuti o condizioni di lavoro, ma anche <strong data-start="2124" data-end="2157">pratiche commerciali corrette</strong>. Quando un marchio limita la libertà di prezzo del dettagliante, può indurre costi maggiori al consumatore, nonché influenzare la viva concorrenza che può stimolare alternative più ecologiche o etiche. Il rispetto delle regole di concorrenza è dunque un tassello della responsabilità complessiva.</p>
<h3 data-start="2456" data-end="2493">B. Trasparenza e responsabilità</h3>
<p data-start="2494" data-end="2768">Il caso rafforza il messaggio che le aziende devono essere responsabili su più fronti — non solo ambiente e sociale, ma anche governance, canali di distribuzione e politiche commerciali. I consumatori attenti alla moda sostenibile sono sempre più sensibili a questi aspetti.</p>
<h3 data-start="2770" data-end="2814">C. Opportunità per i brand sostenibili</h3>
<p data-start="2815" data-end="3167">I marchi che adottano criteri rigorosi di produzione, scelta dei materiali, condizioni di lavoro e distribuzione trasparente possono trovare un vantaggio competitivo. In uno scenario in cui i grandi nomi vengono messi sotto pressione da autorità come la Commissione, emerge la possibilità per marchi etici/sostenibili di differenziarsi con credibilità.</p>
<h3 data-start="3169" data-end="3217">D. Cosa dovrebbero chiedersi i consumatori</h3>
<ul data-start="3218" data-end="3551">
<li data-start="3218" data-end="3301">
<p data-start="3220" data-end="3301">Il brand è trasparente anche circa le sue politiche commerciali e di rivendita?</p>
</li>
<li data-start="3302" data-end="3397">
<p data-start="3304" data-end="3397">Ci sono condizioni imposte ai rivenditori che possono limitare sconti o decisioni autonome?</p>
</li>
<li data-start="3398" data-end="3551">
<p data-start="3400" data-end="3551">Il marchio mostra di assumersi responsabilità che vanno oltre “solo” materiali sostenibili, includendo anche pratiche di prezzo e distribuzione?</p>
</li>
</ul>
<p><iframe title="Spotify Embed: Tre grandi brand di moda sanzionati dalla Commissione Europea" style="border-radius: 12px" width="100%" height="152" frameborder="0" allowfullscreen allow="autoplay; clipboard-write; encrypted-media; fullscreen; picture-in-picture" loading="lazy" src="https://open.spotify.com/embed/episode/26cy2Ig8p1dpgHxy4QOnZn?si=cdd472930cb5459f&#038;utm_source=oembed"></iframe></p>
<h2 data-start="3553" data-end="3604">Curiosità sui tre marchi e sul contesto</h2>
<p data-start="3605" data-end="3687">Ecco alcuni fatti sulle tre case moda coinvolte:</p>
<ul data-start="3689" data-end="5294">
<li data-start="3689" data-end="4014">
<p data-start="3691" data-end="4014"><strong data-start="3691" data-end="3700">Gucci</strong>: È parte del gruppo francese Kering. In passato Gucci ha già affrontato controversie legate a diversità, rappresentazione e inclusività nelle campagne. Il fatto che la sanzione più alta sia stata comminata a Gucci evidenzia quanto anche i grandi del lusso alto debbano rispondere di pratiche “dietro le quinte”.</p>
</li>
<li data-start="4015" data-end="4385">
<p data-start="4017" data-end="4385"><strong data-start="4017" data-end="4026">Chloé</strong>: Brand francese noto per uno stile femminile e “cool-chic”. La sanzione per Chloé è stata “solo” la seconda nella classifica dei tre, ma rilevante. In comunicati ufficiali Chloé ha già dichiarato di aver rafforzato la “compliance” e la formazione interna in materia di concorrenza dopo la notifica della Commissione.</p>
</li>
<li data-start="4386" data-end="4645">
<p data-start="4388" data-end="4645"><strong data-start="4388" data-end="4397">Loewe</strong>: Marchio spagnolo, parte del gruppo LVMH. Spesso percepito come boutique-luxe, la sanzione evidenzia che anche marchi magari meno mainstream rispetto a Gucci non sono “al riparo”. Aver scelto di collaborare ha permesso la riduzione della multa.</p>
</li>
</ul>
<p><strong data-start="4648" data-end="4670">Il contesto più ampio &#8211; </strong>Questa decisione arriva mentre l’UE stringe i regolamenti su moda e tessile – per esempio, le nuove «Product Environmental Footprint Category Rules (PEFCR) per abbigliamento e calzature», presentate a giugno 2025.</p>
<p data-start="4937" data-end="5294"><strong data-start="4937" data-end="4963">Un legame interessante &#8211;</strong> Sebbene il caso riguardi più che altro concorrenza e prezzo, per il consumatore attento alla “moda sostenibile” è un promemoria: la reputazione di un brand su sostenibilità/plastica/rifiuti/verifica dei fornitori può convivere con pratiche commerciali meno trasparenti. Si tratta di considerare la sostenibilità in modo olistico: non è solo “materiale più etico”, ma include pratiche commerciali, trasparenza, governance.</p>
<h2 data-start="6335" data-end="6354">Conclusione</h2>
<p data-start="6355" data-end="7066">Il caso della sanzione della Commissione Europea a Gucci, Chloé e Loewe segna una svolta : dimostra che <strong>anche i brand del lusso non possono ignorare le regole della concorrenza, e che la sostenibilità nella moda richiede attenzione a tutti gli anelli — dalla fibra alla distribuzione, dal prezzo alla durata del prodotto.</strong><br data-start="6676" data-end="6679" />Per un lettore interessato a moda etica e sostenibile, è un monito utile: non basta scegliere “eco” perché un capo dichiari “riciclato” o “green” — è fondamentale verificare la storia intera del brand. Il ruolo informativo di Dress ECOde vuole accompagnare consumatori e brand consapevoli verso scelte che siano veramente sostenibili, etiche e trasparenti.</p>
<p data-start="4937" data-end="5294">
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		<title>Luxurywashing: lusso fa rima con etica?</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Jul 2025 15:39:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Se chiedessimo a chi acquista capi firmati da migliaia di euro se ritiene quei prodotti più sostenibili, molti risponderebbero di sì. Il prezzo elevato viene spesso interpretato come garanzia di qualità, tracciabilità, attenzione al lavoro umano. Eppure, lo scandalo che ha travolto recentemente Loro Piana, lo storico marchio del cashmere italiano coinvolto in un&#8217;indagine per caporalato, incrina questa convinzione. Non è un caso isolato. Max Mara, Dior, Armani, Valentino sono altri brand recentemente coinvolti in casi di condizioni di lavoro inadeguate. È un sintomo di un problema più profondo. In questo articolo-podcast ci addentriamo nel fenomeno del luxurywashing, ovvero la costruzione di un&#8217;immagine &#8220;green e etica&#8221; che nasconde pratiche non sempre coerenti, anche nel mondo del lusso. Quali sono le tattiche di greenwashing più utilizzate dai brand di lusso? Creazione di capsule o collezioni limitate (ad esempio materiale biologico o riciclato), mentre la produzione principale resta insostenibile. Promozione di carbon neutrality attraverso compensazioni (piantagioni, crediti), ma senza ridurre realmente le emissioni interne. Certificazioni auto‑prodotte usate in modo ingannevole. Vengono pubblicizzate certificazioni proprie o partnership con enti eco‑apparenti, ma spesso coprono solo una parte minima della supply chain. Alcune certificazioni non sono indipendenti o non applicate su tutta la linea. Organizzazione di eventi &#8220;green&#8221; (come sfilate carbon neutral) per creare percezione di impegno, senza modificare la produzione generale. Investimenti in iniziative sostenibili atti a migliorare i punteggi ESG (Ambiente, Sociale e Governance), mentre il modello operativo centrale resta intatto — quindi l’immagine verde viene potenziata senza una reale trasformazione. Se vuoi approfondire, questi sono i 7 peccati del greenwashing. Uno studio condotto dalla Commissione Europea nel 2024 ha scoperto che un gran numero di aziende presenta affermazioni non comprovabili. L&#8217;indagine ha rilevato che il 53% delle affermazioni &#8220;green&#8221; è vago, fuorivante o infondato, il 40% non è supportato da prove concrete e il 50 percento di tutte le etichette verdi presenta verifiche deboli o inesistenti. Nella moda, un rapporto del 2021 della Changing Markets Foundation ha dimostrato che circa 6 affermazioni green su 10 nel settore erano vaghe, infondate o potenzialmente fuorvianti. I dati che smontano il mito Antoine Arnault, figlio di Bernard Arnault, proprietario di LVMH, ha affermato pubblicamente che i beni di lusso sono &#8220;sostenibili per natura&#8221;. Ha fatto questa dichiarazione in occasione di un summit sulla sostenibilità nel settore della moda, ma è davvero così? Uno studio finanziato da Primark, condotto dalla University of Leeds in collaborazione con Hubbub (2022-2024), ha rivelato che i capi di lusso non durano più di quelli fast fashion. Alcuni dei capi più costosi avevano una durata da media a scarsa, come una maglietta da uomo dal prezzo compreso tra 36 e 45 sterline, che si è classificata al 9° posto su 17 articoli. Il prezzo, quindi, non è indice di maggiore durabilità o qualità strutturale. Il Business of Fashion Sustainability Index 2023 assegna punteggi sotto la sufficienza alla maggior parte dei brand di lusso, per mancanza di trasparenza nelle filiere, soprattutto per quanto riguarda condizioni di lavoro, tracciabilità delle materie prime e gestione dei rifiuti. Non c’è evidenza di maggiore sostenibilità nei marchi luxury rispetto a quelli fast fashion. LVMH non è più sostenibile di H&#38;M o Inditex (di cui fanno parte Zara, Pull&#38;Bear, Bershka). Il punto non è solo verificare se i materiali sono biologici o se le emissioni vengono compensate. La questione è più profonda. Il lusso tradizionalmente si lega a valori estrinseci come la ricchezza, il prestigio e lo status sociale. Sono elementi che parlano più di “apparire” che di “essere”. Al contrario, la sostenibilità si fonda su valori intrinseci come la giustizia sociale, il rispetto per l’ambiente e la connessione autentica con il mondo naturale. C&#8217;è una tensione evidente tra due visioni del mondo: da un lato, il lusso come simbolo di successo individuale; dall’altro, la sostenibilità come impegno collettivo verso il bene comune. Conciliarli non è semplice. Secondo Holmes e Bendell, i brand di lusso rischiano di entrare in contraddizione quando cercano di abbracciare la sostenibilità: come possono promuovere sobrietà, giustizia ed equilibrio con la natura, mentre allo stesso tempo alimentano desideri legati al potere, alla distinzione e al privilegio? Quando un marchio di lusso si proclama sostenibile, la domanda scomoda diventa: sta davvero cambiando paradigma o semplicemente rivestendo vecchi valori con una patina verde? Il rischio è che la sostenibilità venga strumentalizzata per rafforzare proprio quei valori estrinseci che invece dovrebbe mettere in discussione. E così il lusso resta accessibile a pochi, mentre l’impatto – ambientale e sociale – ricade su molti. La sostenibilità è svuotata del suo significato più autentico, ridotta a strumento di marketing per nobilitare ciò che di nobile ha poco. La distanza tra immagine e realtà Il problema del luxurywashing non sta solo nella mancanza di coerenza, ma nella narrazione costruita. Il linguaggio evocativo, le campagne emozionali, le capsule &#8220;eco&#8221; o le limited edition sostenibili diventano strumenti di distrazione, quando la base produttiva resta opaca e in parte illegale. Ricordo che, durante il corso Sustainable Business Models in the Luxury Sector, una studentessa presentò Loro Piana come esempio di brand sostenibile, ammaliata da fonti trovate online sull’impatto positivo del marchio. In passato, Loro Piana è stata accusata di costruire la propria narrazione sostenibile attorno alla vicun˜a (un materiale pregiato prodotto con il pelo della vigogna, un camelide peruviano che vive sulle Ande), senza però fornire dati trasparenti sull’effettivo impatto socio-ambientale e sui benefici restituiti alle comunità andine coinvolte nella sua raccolta. Nel caso Loro Piana, azienda del gruppo LVMH, il cashmere più pregiato al mondo è stato cucito da lavoratori sottopagati, costretti a turni massacranti, in ambienti insalubri. Spendere 2.000 euro per un maglione e scoprire che chi l&#8217;ha realizzato prende 4 euro l&#8217;ora lavorando fino a 90 ore alla settimana fa vacillare tutto il senso del valore. Oggi sappiamo che anche i marchi più prestigiosi affidano la produzione a stabilimenti in Paesi come Croazia, Moldavia, Albania. Prada, Hugo Boss e Dolce &#38; Gabbana e altri brand sono stati citati in un recente rapporto di Clean Clothes Campaign sulle condizioni di lavoro nel cosiddetto cluster tessile euro-mediterraneo — un’area di produzione che comprende Paesi dell’Europa orientale. Il rapporto evidenzia che in Croazia, ad esempio, alcuni fornitori di Hugo Boss pagano salari pari a circa un terzo di quanto sarebbe considerato un salario dignitoso. Un portavoce di Hugo Boss ha risposto affermando che l’azienda richiede ai propri fornitori il rispetto delle normative nazionali sul salario minimo. Tuttavia, ha anche specificato che la negoziazione salariale è una questione che riguarda esclusivamente il datore di lavoro locale, i dipendenti e le istituzioni competenti di ciascun Paese, pur dichiarandosi “aperta al dialogo costruttivo”. Secondo il report, Germania e Italia rappresentano le principali destinazioni di questi capi prodotti nel cluster euro-mediterraneo. Non solo marchi del fast fashion, come Primark e Tesco, ma anche brand di lusso come Versace, Dolce &#38; Gabbana, Armani e Max Mara si riforniscono da questi stabilimenti. Clean Clothes Campaign sottolinea che nessuno dei marchi di fascia alta menzionati ha risposto ufficialmente alle accuse contenute nel rapporto. Hugo Boss, che aveva ricevuto un&#8217;anteprima dello studio Stitched Up, non ha fornito dichiarazioni specifiche sui risultati emersi (fonte The Guardian). Il settore del lusso può sembrare al di fuori di un sistema che trasferisce la produzione dove i costi bassi dei lavoratori consentano un aumento dei profitti. Invece dietro la facciata di artigianalità, design, qualità, unicità e sostenibilità, sbandierata nei report pubblicati online, ci sono le stesse fabbriche e le stesse condizioni di lavoro. Su Reddit compaiono commenti come: &#8220;I brand di lusso non ti vendono solo un capo, ma un&#8217;identità. Se ammetti che quell&#8217;identità sfrutta, il sistema collassa&#8221; Quello che mi dà più fastidio: se potessi permettermi di pagare un ricarico di diverse migliaia di dollari su una borsa, vorrei sapere per certo che una parte proporzionale di quel denaro viene destinata a garantire una produzione e condizioni di lavoro di livello assolutamente mondiale. (…) Per il prezzo di una borsa Dior non ci sono scuse. (…) Quel ricarico del lusso dovrebbe estendersi a ogni fase del processo produttivo. (..) Un&#8217;altra cosa che mi dà fastidio: quasi tutti i marchi di borse, sia di lusso che di fascia media, hanno un&#8217;intera sezione sul loro sito web dedicata a tutte le loro iniziative di sostenibilità e a tutte le certificazioni green delle loro fabbriche&#8230; ma MOLTO pochi (e quasi nessuno di quelli di lusso) hanno informazioni sulle condizioni di lavoro etiche per le persone. La fortezza del lusso, dietro cui i brand hanno nascosto scelte via via più simili al fast fashion, sta crollando. Le nuove regole in arrivo La buona notizia è che qualcosa si muove. La Commissione Europea sta introducendo nuove normative come quelle derivanti dal Green Claims Directive, che obbligheranno i brand a fornire prove verificabili delle loro affermazioni ambientali e sociali. Sarà più difficile nascondersi dietro slogan vaghi o certificazioni opache. Nel frattempo, report come quello del BSI (British Standards Institution) suggeriscono che i brand devono ristrutturare l&#8217;intera filiera, non solo la comunicazione, se vogliono evitare il crollo di fiducia da parte dei consumatori. Cosa possiamo fare noi? Da consumatori, abbiamo più potere di quanto sembri. Possiamo: Chiedere trasparenza: esigere che i brand dichiarino chiaramente dove e da chi è stato fatto un prodotto. Affidarci a strumenti di valutazione indipendenti (come Good On You). Scegliere second-hand o piccoli brand con filiere corte e tracciabili. Diffidare dai claim vaghi come &#8220;green&#8221;, &#8220;eco&#8221;, &#8220;responsabile&#8221; senza dati a supporto. In quale lusso crediamo? Il caso Loro Piana è solo l&#8217;ultima crepa in un sistema che si regge sul mito dell&#8217;eccellenza senza macchia. Ma l&#8217;eccellenza, senza rispetto per i diritti umani e l&#8217;ambiente, è solo facciata. Esistono realtà che cercano di riscrivere il significato di lusso: lo fanno con gesti lenti, manifattura consapevole, filiere trasparenti. Eppure anche loro si confrontano con un sistema che premia l’esclusività più della giustizia.In quale lusso crediamo, allora? Forse in uno che non ha bisogno di sembrare etico, perché lo è davvero. In quello  dei piccoli brand. Che non grida, ma sussurra. Non si misura in status, ma in tempo, cura, giustizia. Che non promette la perfezione, ma prova almeno a non costruire il proprio valore sul silenzio di chi cuce nell’ombra. Esiste un lusso che non ha bisogno di sembrare etico, perché lo è davvero. Siamo pronti a riconoscerlo, anche se non ha un logo noto? &#160;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.spreaker.com/episode/luxurywashing-lusso-fa-rima-con-etica--67177136"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-15706 alignleft" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg" alt="" width="211" height="82" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg 1080w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-600x234.jpg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-300x117.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-1024x399.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-768x299.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 211px) 100vw, 211px" /></a>Se chiedessimo a chi acquista capi firmati da migliaia di euro se ritiene quei prodotti più sostenibili, molti risponderebbero di sì. Il prezzo elevato viene spesso interpretato come garanzia di qualità, tracciabilità, attenzione al lavoro umano.</p>
<p style="font-weight: 400;">Eppure, <strong>lo scandalo che ha travolto recentemente Loro Piana,</strong> lo storico marchio del cashmere italiano coinvolto in un&#8217;indagine per caporalato, incrina questa convinzione.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Non è un caso isolato.</strong> Max Mara, Dior, Armani, Valentino sono altri brand recentemente coinvolti in casi di condizioni di lavoro inadeguate. È un sintomo di un problema più profondo. In questo articolo-podcast ci addentriamo nel fenomeno del <em>luxurywashing</em>, ovvero la costruzione di un&#8217;immagine &#8220;green e etica&#8221; che nasconde pratiche non sempre coerenti, anche nel mondo del lusso.</p>
<h5 style="font-weight: 400;">Quali sono le tattiche di greenwashing più utilizzate dai brand di lusso?</h5>
<ul>
<li><strong>Creazione di capsule o collezioni limitate</strong> (ad esempio materiale biologico o riciclato), mentre la produzione principale resta insostenibile.</li>
<li><strong>Promozione di carbon neutrality attraverso compensazioni</strong> (piantagioni, crediti), ma senza ridurre realmente le emissioni interne.</li>
<li><strong>Certificazioni auto‑prodotte</strong> usate in modo ingannevole. Vengono pubblicizzate certificazioni proprie o partnership con enti eco‑apparenti, ma spesso coprono solo una parte minima della supply chain. Alcune certificazioni non sono indipendenti o non applicate su tutta la linea.</li>
<li><strong>Organizzazione di eventi &#8220;green&#8221;</strong> (come sfilate carbon neutral) per creare percezione di impegno, senza modificare la produzione generale.</li>
<li><strong>Investimenti in iniziative sostenibili atti a migliorare i punteggi ESG </strong>(Ambiente, Sociale e Governance), mentre il modello operativo centrale resta intatto — quindi l’immagine verde viene potenziata senza una reale trasformazione.</li>
</ul>
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<p>Se vuoi approfondire, questi sono i <a href="https://dress-ecode.com/greenwashing-7-peccati/">7 peccati del greenwashing</a>.</p>
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<p>Uno studio condotto dalla Commissione Europea nel 2024 ha scoperto che <strong>un gran numero di aziende presenta affermazioni non comprovabili.</strong> L&#8217;indagine ha rilevato che il 53% delle affermazioni &#8220;green&#8221; è vago, fuorivante o infondato, il 40% non è supportato da prove concrete e il 50 percento di tutte le etichette verdi presenta verifiche deboli o inesistenti. Nella moda, un rapporto del 2021 della Changing Markets Foundation ha dimostrato che circa 6 affermazioni green su 10 nel settore erano vaghe, infondate o potenzialmente fuorvianti.</p>
</div>
<h5 style="font-weight: 400;">I dati che smontano il mito</h5>
<p style="font-weight: 400;">Antoine Arnault, figlio di Bernard Arnault, proprietario di LVMH, ha affermato pubblicamente che <strong>i beni di lusso sono &#8220;sostenibili per natura&#8221;</strong>. Ha fatto questa dichiarazione in occasione di un summit sulla sostenibilità nel settore della moda, ma è davvero così?</p>
<p style="font-weight: 400;">Uno studio finanziato da Primark, condotto dalla University of Leeds in collaborazione con Hubbub (2022-2024), ha rivelato che <strong>i capi di lusso non durano più di quelli fast fashion</strong>. Alcuni dei capi più costosi avevano una durata da media a scarsa, come una maglietta da uomo dal prezzo compreso tra 36 e 45 sterline, che si è classificata al 9° posto su 17 articoli. <strong>Il prezzo, quindi, non è indice di maggiore durabilità o qualità strutturale.</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-19366" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/Prezzo-Durabilita-Moda-Sostenibilita.jpg" alt="" width="2245" height="1587" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/Prezzo-Durabilita-Moda-Sostenibilita.jpg 2245w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/Prezzo-Durabilita-Moda-Sostenibilita-300x212.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/Prezzo-Durabilita-Moda-Sostenibilita-1024x724.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/Prezzo-Durabilita-Moda-Sostenibilita-768x543.jpg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/Prezzo-Durabilita-Moda-Sostenibilita-1536x1086.jpg 1536w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/Prezzo-Durabilita-Moda-Sostenibilita-2048x1448.jpg 2048w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/Prezzo-Durabilita-Moda-Sostenibilita-1160x820.jpg 1160w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/Prezzo-Durabilita-Moda-Sostenibilita-600x424.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 2245px) 100vw, 2245px" /></p>
<p style="font-weight: 400;">Il Business of Fashion Sustainability Index 2023 assegna <strong>punteggi sotto la sufficienza alla maggior parte dei brand di lusso</strong>, per mancanza di trasparenza nelle filiere, soprattutto per quanto riguarda condizioni di lavoro, tracciabilità delle materie prime e gestione dei rifiuti. Non c’è evidenza di maggiore sostenibilità nei marchi luxury rispetto a quelli fast fashion. LVMH non è più sostenibile di H&amp;M o Inditex (di cui fanno parte Zara, Pull&amp;Bear, Bershka).</p>
<figure id="attachment_19359" aria-describedby="caption-attachment-19359" style="width: 1280px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-19359 size-full" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/OkyZf4W_d.webp" alt="" width="1280" height="840" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/OkyZf4W_d.webp 1280w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/OkyZf4W_d-300x197.webp 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/OkyZf4W_d-1024x672.webp 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/OkyZf4W_d-768x504.webp 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/OkyZf4W_d-1160x761.webp 1160w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/OkyZf4W_d-600x394.webp 600w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /><figcaption id="caption-attachment-19359" class="wp-caption-text">Fonte: Business of Fashion</figcaption></figure>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il punto non è solo verificare se i materiali sono biologici o se le emissioni vengono compensate. La questione è più profonda.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Il lusso tradizionalmente si lega a valori estrinseci come la ricchezza, il prestigio e lo status sociale. Sono elementi che parlano più di “apparire” che di “essere”. Al contrario, la sostenibilità si fonda su valori intrinseci come la giustizia sociale, il rispetto per l’ambiente e la connessione autentica con il mondo naturale. <strong>C&#8217;è una tensione evidente tra due visioni del mondo: da un lato, il lusso come simbolo di successo individuale; dall’altro, la sostenibilità come impegno collettivo verso il bene comune.</strong> Conciliarli non è semplice. Secondo Holmes e Bendell, i brand di lusso rischiano di entrare in contraddizione quando cercano di abbracciare la sostenibilità: come possono promuovere sobrietà, giustizia ed equilibrio con la natura, mentre allo stesso tempo alimentano desideri legati al potere, alla distinzione e al privilegio?</p>
<p style="font-weight: 400;">Quando un marchio di lusso si proclama sostenibile, la domanda scomoda diventa: sta davvero cambiando paradigma o semplicemente rivestendo vecchi valori con una patina verde? <strong>Il rischio è che la sostenibilità venga strumentalizzata per rafforzare proprio quei valori estrinseci che invece dovrebbe mettere in discussione.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>E così il lusso resta accessibile a pochi, mentre l’impatto – ambientale e sociale – ricade su molti.</strong> La sostenibilità è svuotata del suo significato più autentico, ridotta a strumento di marketing per nobilitare ciò che di nobile ha poco.</p>
<h5 style="font-weight: 400;">La distanza tra immagine e realtà</h5>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il problema del luxurywashing non sta solo nella mancanza di coerenza, ma nella narrazione costruita.</strong> Il linguaggio evocativo, le campagne emozionali, le capsule &#8220;eco&#8221; o le limited edition sostenibili diventano strumenti di distrazione, quando la base produttiva resta opaca e in parte illegale. Ricordo che, durante il corso <em data-start="101" data-end="151">Sustainable Business Models in the Luxury Sector</em>, una studentessa presentò Loro Piana come esempio di brand sostenibile, ammaliata da fonti trovate online sull’impatto positivo del marchio. <strong>In passato, Loro Piana è stata accusata di costruire la propria narrazione sostenibile attorno alla vicun˜a (un materiale pregiato prodotto con il pelo della <b>vigogna, un camelide peruviano che vive sulle Ande)</b>, senza però fornire dati trasparenti sull’effettivo impatto socio-ambientale e sui benefici restituiti alle comunità andine coinvolte nella sua raccolta.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Nel caso Loro Piana, azienda del gruppo LVMH, il cashmere più pregiato al mondo è stato cucito da lavoratori sottopagati, costretti a turni massacranti, in ambienti insalubri.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Spendere 2.000 euro per un maglione e scoprire che chi l&#8217;ha realizzato prende 4 euro l&#8217;ora lavorando fino a 90 ore alla settimana fa vacillare tutto il senso del valore<em>.</em></strong></p>
<p data-start="155" data-end="474"><span data-olk-copy-source="MailCompose">Oggi sappiamo che anche i marchi più prestigiosi affidano la produzione a stabilimenti in Paesi come Croazia, Moldavia, Albania. Prada, Hugo Boss e Dolce &amp; Gabbana e altri brand sono stati citati in un recente rapporto di <i>Clean Clothes Campaign</i> sulle condizioni di lavoro nel cosiddetto <i>cluster tessile euro-mediterraneo</i> — un’area di produzione che comprende Paesi dell’Europa orientale.</span></p>
<p data-start="476" data-end="1036">Il rapporto evidenzia che in Croazia, ad esempio, alcuni fornitori di Hugo Boss pagano salari pari a circa un terzo di quanto sarebbe considerato un salario dignitoso. Un portavoce di Hugo Boss ha risposto affermando che l’azienda richiede ai propri fornitori il rispetto delle normative nazionali sul salario minimo. Tuttavia, ha anche specificato che la negoziazione salariale è una questione che riguarda esclusivamente il datore di lavoro locale, i dipendenti e le istituzioni competenti di ciascun Paese, pur dichiarandosi “aperta al dialogo costruttivo”.</p>
<p data-start="1038" data-end="1340">Secondo il report, Germania e Italia rappresentano le principali destinazioni di questi capi prodotti nel cluster euro-mediterraneo. Non solo marchi del fast fashion, come Primark e Tesco, ma anche brand di lusso come Versace, Dolce &amp; Gabbana, Armani e Max Mara si riforniscono da questi stabilimenti.</p>
<p data-start="1342" data-end="1669">Clean Clothes Campaign sottolinea che <em data-start="1383" data-end="1392">nessuno</em> dei marchi di fascia alta menzionati ha risposto ufficialmente alle accuse contenute nel rapporto. Hugo Boss, che aveva ricevuto un&#8217;anteprima dello studio <em data-start="1556" data-end="1569">Stitched Up</em>, non ha fornito dichiarazioni specifiche sui risultati emersi (fonte The Guardian).</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il settore del lusso può sembrare al di fuori di un sistema che trasferisce la produzione dove i costi bassi dei lavoratori consentano un aumento dei profitti. Invece dietro la facciata di artigianalità, design, qualità, unicità e sostenibilità, sbandierata nei report pubblicati online, ci sono le stesse fabbriche e le stesse condizioni di lavoro.</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-19371" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/freepik__the-style-is-candid-image-photography-with-natural__16571.png" alt="" width="1216" height="832" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/freepik__the-style-is-candid-image-photography-with-natural__16571.png 1216w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/freepik__the-style-is-candid-image-photography-with-natural__16571-300x205.png 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/freepik__the-style-is-candid-image-photography-with-natural__16571-1024x701.png 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/freepik__the-style-is-candid-image-photography-with-natural__16571-768x525.png 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/freepik__the-style-is-candid-image-photography-with-natural__16571-1160x794.png 1160w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/freepik__the-style-is-candid-image-photography-with-natural__16571-600x411.png 600w" sizes="auto, (max-width: 1216px) 100vw, 1216px" /></p>
<p style="font-weight: 400;">Su Reddit compaiono commenti come:</p>
<blockquote><p><em>&#8220;I brand di lusso non ti vendono solo un capo, ma un&#8217;identità. Se ammetti che quell&#8217;identità sfrutta, il sistema collassa&#8221;</em></p>
<p style="font-weight: 400;"><em>Quello che mi dà più fastidio: se potessi permettermi di pagare un ricarico di diverse migliaia di dollari su una borsa, vorrei sapere per certo che una parte proporzionale di quel denaro viene destinata a garantire una produzione e condizioni di lavoro di livello assolutamente mondiale. (…) Per il prezzo di una borsa Dior non ci sono scuse. (…) Quel ricarico del lusso dovrebbe estendersi a ogni fase del processo produttivo. (..) Un&#8217;altra cosa che mi dà fastidio: quasi tutti i marchi di borse, sia di lusso che di fascia media, hanno un&#8217;intera sezione sul loro sito web dedicata a tutte le loro iniziative di sostenibilità e a tutte le certificazioni green delle loro fabbriche&#8230; ma MOLTO pochi (e quasi nessuno di quelli di lusso) hanno informazioni sulle condizioni di lavoro etiche per le persone.</em></p>
</blockquote>
<p style="font-weight: 400;"><strong>La fortezza del lusso, dietro cui i brand hanno nascosto scelte via via più simili al fast fashion, sta crollando.</strong></p>
<p><iframe title="Spotify Embed: Luxurywashing: lusso fa rima con etica?" style="border-radius: 12px" width="100%" height="152" frameborder="0" allowfullscreen allow="autoplay; clipboard-write; encrypted-media; fullscreen; picture-in-picture" loading="lazy" src="https://open.spotify.com/embed/episode/1A54Af0bWlHou9cu4QBSXV?si=a23d786b4a4c4c93&#038;utm_source=oembed"></iframe></p>
<h5 style="font-weight: 400;">Le nuove regole in arrivo</h5>
<p style="font-weight: 400;">La buona notizia è che qualcosa si muove. La Commissione Europea sta introducendo nuove normative come quelle derivanti dal Green Claims Directive, che obbligheranno i brand a fornire prove verificabili delle loro affermazioni ambientali e sociali. Sarà più difficile nascondersi dietro slogan vaghi o certificazioni opache.</p>
<p style="font-weight: 400;">Nel frattempo, report come quello del BSI (British Standards Institution) suggeriscono che <strong>i brand devono ristrutturare l&#8217;intera filiera, non solo la comunicazione,</strong> se vogliono evitare il crollo di fiducia da parte dei consumatori.</p>
<h5 style="font-weight: 400;">Cosa possiamo fare noi?</h5>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Da consumatori, abbiamo più potere di quanto sembri.</strong> Possiamo:</p>
<ul style="font-weight: 400;">
<li>Chiedere trasparenza: esigere che i brand dichiarino chiaramente dove e da chi è stato fatto un prodotto.</li>
<li>Affidarci a strumenti di valutazione indipendenti (come Good On You).</li>
<li>Scegliere second-hand o piccoli brand con filiere corte e tracciabili.</li>
<li>Diffidare dai claim vaghi come &#8220;green&#8221;, &#8220;eco&#8221;, &#8220;responsabile&#8221; senza dati a supporto.</li>
</ul>
<h5 style="font-weight: 400;">In quale lusso crediamo?</h5>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il caso Loro Piana è solo l&#8217;ultima crepa in un sistema che si regge sul mito dell&#8217;eccellenza senza macchia.</strong> Ma l&#8217;eccellenza, senza rispetto per i diritti umani e l&#8217;ambiente, è solo facciata.</p>
<p style="font-weight: 400;">Esistono realtà che cercano di riscrivere il significato di lusso: lo fanno con gesti lenti, manifattura consapevole, filiere trasparenti. Eppure anche loro si confrontano con un sistema che premia l’esclusività più della giustizia.<br data-start="2201" data-end="2204" />In quale lusso crediamo, allora?</p>
<p style="font-weight: 400;">Forse in uno che non ha bisogno di sembrare etico, perché lo è davvero.<strong> In quello  dei piccoli brand. Che non grida, ma sussurra. Non si misura in status, ma in tempo, cura, giustizia. Che non promette la perfezione, ma prova almeno a non costruire il proprio valore sul silenzio di chi cuce nell’ombra. <span data-olk-copy-source="MailCompose">Esiste un lusso che non ha bisogno di sembrare etico, perché lo è davvero. Siamo pronti a riconoscerlo, anche se non ha un logo noto?</span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“Siete obese”: La fiaba cupa delle lavoratrici dietro ai lustrini della moda</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jun 2025 11:01:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Companies / Aziende]]></category>
		<category><![CDATA[Fashion/Moda]]></category>
		<category><![CDATA[Modern slavery / Schiavitù moderna]]></category>
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					<description><![CDATA[Quando la moda dimentica chi la cuce Tra gli anni Sessanta e Settanta, le operaie tessili di Reggio Emilia scesero in sciopero nelle principali fabbriche come Confit, Bloch, Maska, Max Mara, non solo per il salario. Chiedevano diritti sul corpo, sulla salute, sul tempo. Lavoravano in ambienti saturi di fibre, in piedi per ore, con turni notturni che non lasciavano spazio alla maternità, alla vita, alla dignità. Quelle donne, spesso invisibili nelle narrazioni sindacali dell’epoca, portarono nel cuore delle fabbriche un&#8217;urgenza nuova: la lotta non era solo economica. Era esistenziale. In casi come Max Mara, le lavoratrici chiedevano il riconoscimento delle organizzazioni sindacali e dei contratti nazionali di lavoro del settore. “La richiesta di migliorare l’ambiente di lavoro e di agire in difesa della salute […] rappresentò una significativa presa di parola e un campo di mobilitazione autonomo per molte donne” da Le lotte delle operaie tessili reggiane, Genere Lavoro Cultura Tecnica All’interno di aziende tessili come quelle del Gruppo Max Mara, le lavoratrici promossero auto-inchieste sulle condizioni ambientali e sanitarie nei luoghi di lavoro. Un’indagine svolta in collaborazione con il Centro di Medicina del Lavoro di Guastalla rivelò gravi criticità: temperature elevate, scarsa ventilazione, rumore, polveri tessili, mancanza di luce naturale e postazioni sedentarie forzate. Le conseguenze erano diffuse: disturbi ginecologici, muscolari, visivi e psicosomatici come ansia e irritabilità. Cinquantaquattro anni dopo, sembra che il filo si sia annodato nello stesso punto. Maggio 2025. Le lavoratrici della Manifattura San Maurizio – sede della produzione Max Mara – scioperano. “Qui siamo fermi agli anni ’80” – spiega Erica Morelli, segretaria generale Filctem Cgil Reggio Emilia. Proprio lì, nella provincia di Reggio Emilia dove le operaie erano scese in sciopero, le lavoratrici moderne denunciano un sistema produttivo che sembra aver dimenticato tutto. Che impone ritmi forsennati, paga a cottimo mascherato, sorveglia costantemente per produrre sempre di più. Che le giudica per il corpo – troppo lente, troppo grasse, “mucche da mungere”- invitandole a fare esercizi a casa per dimagrire, come hanno denunciato intervistate da Ilaria Mauri de Il Fatto Quotidiano  Un linguaggio che degrada, disumanizza. E dietro quel linguaggio, un’organizzazione che sfrutta il silenzio e la necessità di portare a casa uno stipendio. “Ci pagano praticamente a cottimo e controllano anche quante volte andiamo in bagno, ma siamo tutte donne, abbiamo il ciclo: è disumano” Non è solo Max Mara. Negli stessi giorni, a fine maggio, i carabinieri della Stazione di Modena e del Nucleo ispettorato del lavoro di Modena irrompono in un laboratorio tessile a Cognento, vicino Modena e scoprono lavoratori cinesi assunti in nero, sottopagati, privi di diritti. La responsabile cinese viene arrestata. Nell&#8217;autunno del 2024, tra Reggio e Modena un&#8217;operazione contro il caporalato coordinata dalla Procura di Reggio porta al sequestro di sette laboratori del settore manifatturiero e del confezionamento di capi di abbigliamento. Vengono alla luce gravi condizioni di sfruttamento, violazioni delle norme di salute e sicurezza e condizioni precarie e degradanti degli alloggi. Nel Nord affiorano casi analoghi: A Tezze sul Brenta (Vicenza), blitz della Guardia di Finanza: laboratorio sequestrato, dormitori ricavati nei capannoni, impianti pericolosi (Il Giornale di Vicenza) A Serravalle a Po (Mantova), ispettorato locale ha scoperto operai in nero, normative sicurezza disattese. La Procura della Repubblica di Mantova ha denunciato un 29enne di origini cinesi (Gazzetta di Mantova) A Cabiate (Como), chiuso un laboratorio tessile cinese che produce per conto dei migliori brand italiani nel settore moda (Il Giorno) A Milano e Monza, altri laboratori vengono multati. Sette titolari cinesi sono denunciati per caporalato. Manodopera irregolare e clandestina in condizioni di sfruttamento. Completamente inosservate anche le norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e mancato anche il rispetto dei Contratti nazionali di lavoro riguardo a retribuzioni, orari, pause e ferie (il Cittadino Monza e Brianza). A Milano, chiusa una fabbrica-dormitorio dove gli operai erano pagati 4 euro all’ora per lavorare fino a 90 ore alla settimana, 7 giorni su 7 (Ansa). Le etichette sono italiane, le condizioni no. Ma l’indignazione si spegne presto, come una storia su Instagram. Eppure queste storie gridano. Gridano un ritorno del caporalato sotto nuove forme. Gridano che anche nella moda di fascia alta la dignità umana può essere cucita via, punto dopo punto, in nome della produttività. Le mani che confezionano il cappotto perfetto non compaiono mai in passerella. Ma sono lì, usurate, controllate, stanche. E ora finalmente parlano. È questa la “collezione primavera-estate” della moda italiana? Corpi denigrati, voci ignorate, eleganza fondata sul sacrificio altrui. La filiera della moda – lusso compreso – è tessuta di contraddizioni: belle immagini e filati di silenzio. La sostenibilità non può essere una parola vuota sui cartellini. Deve essere una presa in carico pubblica: ambientale, economica, umana. Se c’è qualcosa da ricordare oggi, è questo: dietro a un cappotto da mille euro, c’è la temperatura di corpi spremuti. Se vogliamo parlare di moda giusta, iniziamo da chi quella moda la cuce. Riflessioni Il corpo femminile come «misura» di produttività: quel “mucche da mungere” è la via estrema del body‑shaming industriale, dove il corpo diventa strumento, non soggetto. Il modello della catena invisibile: abiti che costano migliaia di euro nascono da un meccanismo disumano di caporalato, ramificazioni illegali che svelano l’anima oscura della filiera della moda. Dallo sfruttamento alla ribellione: dalle lotte delle operaie tessili degli anni ’70 – che hanno posto le tematiche di genere e salute sul tavolo – oggi rialzare la testa è un’esigenza politica, sociale, estetica. La bellezza non può prescindere dalla dignità. &#160; Cosa è necessario fare ora: Azione Scopo Ispezioni mirate su stabilimenti storici come Manifattura e sub-forniture Verificare contratti, applicazione CCNL e sicurezza Trasparenza delle filiere I marchi dichiarino origine, condizioni e terze parti coinvolte Dialogo sindacale reale Apertura a contrattazioni integrative e monitoraggio da CGIL/UIL. Sensibilizzazione dei consumatori Rendere visibili i prezzi sociali  dietro ogni capo Revisione del ruolo delle istituzioni Dal governo a livello locale, sorveglianza, sanzioni efficaci &#160; &#160;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><em><a href="https://www.spreaker.com/episode/siete-obese-la-fiaba-cupa-delle-lavoratrici-dietro-ai-lustrini-della-moda--66738377"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-15706 alignleft" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg" alt="" width="187" height="73" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg 1080w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-600x234.jpg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-300x117.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-1024x399.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-768x299.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 187px) 100vw, 187px" /></a>Quando la moda dimentica chi la cuce</em></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Tra gli anni Sessanta e Settanta, le operaie tessili di Reggio Emilia scesero in sciopero</strong> nelle principali fabbriche come Confit, Bloch, Maska, Max Mara, non solo per il salario. Chiedevano diritti sul corpo, sulla salute, sul tempo. Lavoravano in ambienti saturi di fibre, in piedi per ore, con turni notturni che non lasciavano spazio alla maternità, alla vita, alla dignità. Quelle donne, spesso invisibili nelle narrazioni sindacali dell’epoca, portarono nel cuore delle fabbriche un&#8217;urgenza nuova: <strong>la lotta non era solo economica. Era esistenziale.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">In casi come Max Mara, le lavoratrici chiedevano il riconoscimento delle organizzazioni sindacali e dei contratti nazionali di lavoro del settore.</p>
<blockquote><p>“La richiesta di migliorare l’ambiente di lavoro e di agire in difesa della salute […] rappresentò una significativa presa di parola e un campo di mobilitazione autonomo per molte donne”</p>
<p><em>da Le lotte delle operaie tessili reggiane, Genere Lavoro Cultura Tecnica</em></p></blockquote>
<p style="font-weight: 400;">All’interno di aziende tessili come quelle del Gruppo Max Mara, le lavoratrici promossero auto-inchieste sulle condizioni ambientali e sanitarie nei luoghi di lavoro. Un’indagine svolta in collaborazione con il Centro di Medicina del Lavoro di Guastalla rivelò <strong>gravi criticità</strong>: temperature elevate, scarsa ventilazione, rumore, polveri tessili, mancanza di luce naturale e postazioni sedentarie forzate. Le conseguenze erano diffuse: disturbi ginecologici, muscolari, visivi e psicosomatici come ansia e irritabilità.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-19319 alignleft" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/06/freepik__the-style-is-modern-and-it-is-a-detailed-illustrat__12771.jpeg" alt="" width="254" height="508" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/06/freepik__the-style-is-modern-and-it-is-a-detailed-illustrat__12771.jpeg 704w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/06/freepik__the-style-is-modern-and-it-is-a-detailed-illustrat__12771-150x300.jpeg 150w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/06/freepik__the-style-is-modern-and-it-is-a-detailed-illustrat__12771-512x1024.jpeg 512w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/06/freepik__the-style-is-modern-and-it-is-a-detailed-illustrat__12771-600x1200.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 254px) 100vw, 254px" />Cinquantaquattro anni dopo, sembra che il filo si sia annodato nello stesso punto.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Maggio 2025. Le lavoratrici della Manifattura San Maurizio – sede della produzione Max Mara – scioperano. “Qui siamo fermi agli anni ’80” – spiega Erica Morelli, segretaria generale Filctem Cgil Reggio Emilia.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Proprio lì, nella provincia di Reggio Emilia dove le operaie erano scese in sciopero, le lavoratrici moderne denunciano un sistema produttivo che sembra aver dimenticato tutto.</strong> Che impone ritmi forsennati, paga a cottimo mascherato, sorveglia costantemente per produrre sempre di più. Che le giudica per il corpo – troppo lente, troppo grasse, “mucche da mungere”- invitandole a fare esercizi a casa per dimagrire, come hanno denunciato intervistate da Ilaria Mauri de <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2025/06/07/siete-mucche-da-mungere-ed-e-sciopero-a-max-mara/8017712/"><em>Il Fatto Quotidiano</em></a>  Un linguaggio che degrada, disumanizza. E dietro quel linguaggio, un’organizzazione che sfrutta il silenzio e la necessità di portare a casa uno stipendio.</p>
<blockquote><p>“Ci pagano praticamente a cottimo e controllano anche quante volte andiamo in bagno, ma siamo tutte donne, abbiamo il ciclo: è disumano”</p></blockquote>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Non è solo Max Mara.</strong> Negli stessi giorni, a fine maggio, i carabinieri della Stazione di Modena e del Nucleo ispettorato del lavoro di Modena irrompono in un laboratorio tessile a Cognento, vicino Modena e scoprono lavoratori cinesi assunti in nero, sottopagati, privi di diritti. La responsabile cinese viene arrestata.</p>
<p>Nell&#8217;autunno del 2024, tra Reggio e Modena un&#8217;operazione contro il caporalato coordinata dalla Procura di Reggio porta al sequestro di sette laboratori del settore manifatturiero e del confezionamento di capi di abbigliamento. Vengono alla luce gravi condizioni di sfruttamento, violazioni delle norme di salute e sicurezza e condizioni precarie e degradanti degli alloggi.</p>
<p style="font-weight: 400;"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-19321 alignright" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/06/freepik__the-style-is-modern-and-it-is-a-detailed-illustrat__12772.jpeg" alt="" width="285" height="571" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/06/freepik__the-style-is-modern-and-it-is-a-detailed-illustrat__12772.jpeg 704w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/06/freepik__the-style-is-modern-and-it-is-a-detailed-illustrat__12772-150x300.jpeg 150w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/06/freepik__the-style-is-modern-and-it-is-a-detailed-illustrat__12772-512x1024.jpeg 512w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/06/freepik__the-style-is-modern-and-it-is-a-detailed-illustrat__12772-600x1200.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 285px) 100vw, 285px" />Nel Nord affiorano casi analoghi:</p>
<ul style="font-weight: 400;">
<li>A Tezze sul Brenta (Vicenza), blitz della Guardia di Finanza: laboratorio sequestrato, dormitori ricavati nei capannoni, impianti pericolosi (<a href="https://www.ilgiornaledivicenza.it/territorio-vicentino/bassano/lavoro-nero-e-macchinari-pericolosi-laboratorio-tessile-sotto-sequestro-1.10663553">Il Giornale di Vicenza</a>)</li>
<li>A Serravalle a Po (Mantova), ispettorato locale ha scoperto operai in nero, normative sicurezza disattese. La Procura della Repubblica di Mantova ha denunciato un 29enne di origini cinesi (<a href="https://www.gazzettadimantova.it/territorio-mantovano/carabinieri-serravalle-po-mantova-lavoro-nero-cinesi-1.12654237?">Gazzetta di Mantova</a>)</li>
<li>A Cabiate (Como), chiuso un laboratorio tessile cinese che produce per conto dei migliori brand italiani nel settore moda (<a href="https://www.ilgiorno.it/como/cronaca/cabiate-laboratorio-cinese-tessile-bw2giyxy">Il Giorno</a>)</li>
<li>A Milano e Monza, altri laboratori vengono multati. Sette titolari cinesi sono denunciati per caporalato. Manodopera irregolare e clandestina in condizioni di sfruttamento. Completamente inosservate anche le norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e mancato anche il rispetto dei Contratti nazionali di lavoro riguardo a retribuzioni, orari, pause e ferie (<a href="https://www.ilcittadinomb.it/news/cronaca/presunto-caporalato-sette-denunce-laboratori-anche-in-brianza/">il Cittadino Monza e Brianza</a>). A Milano, chiusa una fabbrica-dormitorio dove gli operai erano pagati 4 euro all’ora per lavorare fino a 90 ore alla settimana, 7 giorni su 7 (<a href="https://www.ansa.it/lombardia/notizie/2025/05/20/al-lavoro-90-ore-a-settimana-chiusa-una-fabbrica-dormitorio_9ab9a1ae-6fa9-41c9-952a-3e67af38aa56.html?">Ansa</a>).</li>
</ul>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Le etichette sono italiane, le condizioni no.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Ma l’indignazione si spegne presto, come una storia su Instagram.</p>
<p style="font-weight: 400;">Eppure queste storie gridano. Gridano un ritorno del caporalato sotto nuove forme. Gridano che anche nella moda di fascia alta la dignità umana può essere cucita via, punto dopo punto, in nome della produttività. Le mani che confezionano il cappotto perfetto non compaiono mai in passerella. Ma sono lì, usurate, controllate, stanche. E ora finalmente parlano.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>È questa la “collezione primavera-estate” della moda italiana?</strong> Corpi denigrati, voci ignorate, eleganza fondata sul sacrificio altrui. La filiera della moda – lusso compreso – è tessuta di contraddizioni: belle immagini e filati di silenzio.</p>
<p style="font-weight: 400;">La sostenibilità non può essere una parola vuota sui cartellini. Deve essere una presa in carico pubblica: ambientale, economica, umana. Se c’è qualcosa da ricordare oggi, è questo: dietro a un cappotto da mille euro, c’è la temperatura di corpi spremuti. <strong>Se vogliamo parlare di moda giusta, iniziamo da chi quella moda la cuce.</strong></p>
<p><iframe title="Spotify Embed: “Siete obese”: La fiaba cupa delle lavoratrici dietro ai lustrini della moda" style="border-radius: 12px" width="100%" height="152" frameborder="0" allowfullscreen allow="autoplay; clipboard-write; encrypted-media; fullscreen; picture-in-picture" loading="lazy" src="https://open.spotify.com/embed/episode/5vHns60nybbupqYZEMepxg?si=a2323830eb554dc3&#038;utm_source=oembed"></iframe></p>
<h5 style="font-weight: 400;"><span style="color: #ac5e6e;"><strong>Riflessioni</strong></span></h5>
<ul style="font-weight: 400;">
<li><strong>Il corpo femminile come «misura» di produttività</strong>: quel “mucche da mungere” è la via estrema del body‑shaming industriale, dove il corpo diventa strumento, non soggetto.</li>
<li><strong>Il modello della catena invisibile</strong>: abiti che costano migliaia di euro nascono da un meccanismo disumano di caporalato, ramificazioni illegali che svelano l’anima oscura della filiera della moda.</li>
<li><strong>Dallo sfruttamento alla ribellione</strong>: dalle lotte delle operaie tessili degli anni ’70 – che hanno posto le tematiche di genere e salute sul tavolo – oggi rialzare la testa è un’esigenza politica, sociale, estetica. La bellezza non può prescindere dalla dignità.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<h5 style="font-weight: 400;"><span style="color: #ac5e6e;"><strong>Cosa è necessario fare ora:</strong></span></h5>
<table style="font-weight: 400;">
<thead>
<tr>
<td><strong>Azione</strong></td>
<td><strong>Scopo</strong></td>
</tr>
</thead>
<tbody>
<tr>
<td><strong>Ispezioni mirate</strong> su stabilimenti storici come Manifattura e sub-forniture</td>
<td>Verificare contratti, applicazione CCNL e sicurezza</td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Trasparenza delle filiere</strong></td>
<td>I marchi dichiarino origine, condizioni e terze parti coinvolte</td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Dialogo sindacale reale</strong></td>
<td>Apertura a contrattazioni integrative e monitoraggio da CGIL/UIL.</td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Sensibilizzazione dei consumatori</strong></td>
<td>Rendere visibili i prezzi sociali  dietro ogni capo</td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Revisione del ruolo delle istituzioni</strong></td>
<td>Dal governo a livello locale, sorveglianza, sanzioni efficaci</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Cascami di seta tra innovazione e sostenibilità: intervista a Cosetex</title>
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		<dc:creator><![CDATA[dressecode]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Mar 2025 10:26:39 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Dove acquistare]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrics/Tessuti]]></category>
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		<category><![CDATA[Tessuti]]></category>
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					<description><![CDATA[La seta è sinonimo di lusso e glamour, ma sapevi che può essere anche un materiale innovativo e attento all&#8217;ambiente? Nel nuovo episodio del nostro podcast, abbiamo intervistato Silvio Mandelli, CEO di Cosetex, un&#8217;azienda con oltre 120 anni di esperienza nel recupero dei cascami di seta. Cosetex ha rivoluzionato il settore trasformando quelli che un tempo erano considerati scarti in nuove opportunità: imbottiture naturali, filati di alta qualità e collaborazioni con il mondo del denim. Silvio ci racconta i vantaggi ambientali della seta, come la sua capacità di catturare CO2 e il fatto che non produce microfibre plastiche. Ma cosa significa realmente &#8220;cascame di seta&#8221;? Come è arrivata la seta alla fiera del denim di Premier Vision? E come si può dare nuova vita a un materiale pregiato senza sprechi? Scopriamo insieme il percorso di Cosetex, i materiali che puoi utilizzare anche nelle tue collezioni tra tradizione e innovazione, e il suo contributo a una moda più consapevole. Introduzione (0:00) Introduzione Presentazione di Silvio Mandelli e di Cosetex La seta tra lusso e innovazione Il mondo della seta e il ruolo di Cosetex (1:22) Cos’è un cascame di seta? Differenza tra filo continuo e filo discontinuo Come i cascami di seta diventano materiali riutilizzabili (4:10) Origine della seta e il ruolo di Cosetex La storia dell’azienda e le radici italiane nella produzione serica L’evoluzione del mercato della seta: dall’Italia alla Cina e all’India (6:09) La scelta dei fornitori L’importanza della qualità e della tradizione nella selezione delle materie prime Relazioni con i produttori cinesi e indiani Sostenibilità e innovazione nella seta (7:35) La sostenibilità nella lavorazione dei cascami di seta Il recupero degli scarti e il loro riutilizzo L’impatto ambientale rispetto ad altre fibre Il mercato della seta e le sfide del settore (16:44) L’evoluzione del mercato della seta La sperimentazione della seta in diversi campi Il rapporto tra tradizione e innovazione (18:57) Applicazioni innovative della seta Nuove destinazioni d’uso: dalle imbottiture ai tessuti tecnici Collaborazioni con brand del settore fashion e home La seta a Denim Premiere Vision T.Silk (35:45) Le difficoltà con le aziende Posizionare un prodotto di nicchia Educare il mercato sui materiali (38:35) Le normative nel settore tessile Come le leggi influenzano le aziende più piccole del settore Il futuro (45:11) Il futuro della moda sostenibile e di Cosetex Evoluzione della seta La spinta dal basso G.Silk Ascolta l’episodio per entrare nel mondo affascinante della seta! Ecco dove puoi trovare Cosetex: Cosetex – attività di fibra in seta a 360 gradi https://www.cosetex.it/ &#8211; Approfondimenti T.Silk https://t.silk.bio/ &#8211; presentazione ed e-commerce https://t.silk.bio/pages/brevetto-imbottitura-in-seta &#8211; Brevetto imbottitura 100% Seta https://t.silk.bio/blogs/magazine &#8211; Blog ed informazioni Facebook https://www.facebook.com/T.SilkOfficial/ https://www.facebook.com/Cosetex &#160; Instagram @Cosetex &#124; @tsilkcollection https://www.instagram.com/tsilkcollection/ https://www.instagram.com/cosetex.official/ &#160; Linkedin @Cosetex https://www.linkedin.com/company/cosetex-seta Foto: per gentile concessione di Cosetex]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.spreaker.com/episode/live-cascami-di-seta-tra-innovazione-e-sostenibilita-intervista-a-cosetex--65182527"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-15706 alignleft" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg" alt="" width="167" height="65" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg 1080w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-600x234.jpg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-300x117.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-1024x399.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-768x299.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 167px) 100vw, 167px" /></a>La seta è sinonimo di lusso e glamour, ma sapevi che può essere anche un materiale innovativo e attento all&#8217;ambiente? Nel nuovo episodio del nostro podcast, abbiamo intervistato <b>Silvio Mandelli</b>, CEO di <b>Cosetex</b>, un&#8217;azienda con oltre 120 anni di esperienza nel recupero dei cascami di seta.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-19208 aligncenter" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/160922_TSILK_GRUPPO_MATERIALI_RICICLO_175.jpg" alt="" width="692" height="462" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/160922_TSILK_GRUPPO_MATERIALI_RICICLO_175.jpg 1920w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/160922_TSILK_GRUPPO_MATERIALI_RICICLO_175-300x200.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/160922_TSILK_GRUPPO_MATERIALI_RICICLO_175-1024x683.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/160922_TSILK_GRUPPO_MATERIALI_RICICLO_175-768x512.jpg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/160922_TSILK_GRUPPO_MATERIALI_RICICLO_175-1536x1024.jpg 1536w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/160922_TSILK_GRUPPO_MATERIALI_RICICLO_175-1160x773.jpg 1160w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/160922_TSILK_GRUPPO_MATERIALI_RICICLO_175-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 692px) 100vw, 692px" /></p>
<p>Cosetex ha rivoluzionato il settore trasformando quelli che un tempo erano considerati scarti in nuove opportunità: imbottiture naturali, filati di alta qualità e collaborazioni con il mondo del denim. Silvio ci racconta i vantaggi ambientali della seta, come la sua capacità di catturare CO2 e il fatto che non produce microfibre plastiche.</p>
<p>Ma cosa significa realmente &#8220;cascame di seta&#8221;? Come è arrivata la seta alla fiera del denim di Premier Vision? E come si può dare nuova vita a un materiale pregiato senza sprechi?</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-19210" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/Imbottitura-naturale-scaled.jpeg" alt="" width="705" height="471" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/Imbottitura-naturale-scaled.jpeg 2560w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/Imbottitura-naturale-300x200.jpeg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/Imbottitura-naturale-1024x683.jpeg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/Imbottitura-naturale-768x513.jpeg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/Imbottitura-naturale-1536x1025.jpeg 1536w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/Imbottitura-naturale-2048x1367.jpeg 2048w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/Imbottitura-naturale-1160x774.jpeg 1160w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/Imbottitura-naturale-600x400.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 705px) 100vw, 705px" /></p>
<p>Scopriamo insieme il percorso di Cosetex, i materiali che puoi utilizzare anche nelle tue collezioni tra tradizione e innovazione, e il suo contributo a una moda più consapevole.</p>
<p><b>Introduzione</b></p>
<p><b>(0:00) Introduzione</b></p>
<ul>
<li>Presentazione di Silvio Mandelli e di Cosetex</li>
<li>La seta tra lusso e innovazione</li>
</ul>
<p><b>Il mondo della seta e il ruolo di Cosetex</b></p>
<p><b>(1:22) Cos’è un cascame di seta?</b></p>
<ul>
<li>Differenza tra filo continuo e filo discontinuo</li>
<li>Come i cascami di seta diventano materiali riutilizzabili</li>
</ul>
<p><b>(4:10) Origine della seta e il ruolo di Cosetex</b></p>
<ul>
<li>La storia dell’azienda e le radici italiane nella produzione serica</li>
<li>L’evoluzione del mercato della seta: dall’Italia alla Cina e all’India</li>
</ul>
<p><b>(6:09) La scelta dei fornitori</b></p>
<ul>
<li>L’importanza della qualità e della tradizione nella selezione delle materie prime</li>
<li>Relazioni con i produttori cinesi e indiani</li>
</ul>
<p><b>Sostenibilità e innovazione nella seta</b></p>
<p><b>(7:35) La sostenibilità nella lavorazione dei cascami di seta</b></p>
<ul>
<li>Il recupero degli scarti e il loro riutilizzo</li>
<li>L’impatto ambientale rispetto ad altre fibre</li>
</ul>
<p><b>Il mercato della seta e le sfide del settore</b></p>
<p><b>(16:44) L’evoluzione del mercato della seta</b></p>
<ul>
<li>La sperimentazione della seta in diversi campi</li>
<li>Il rapporto tra tradizione e innovazione</li>
</ul>
<p><b>(18:57) Applicazioni innovative della seta</b></p>
<ul>
<li>Nuove destinazioni d’uso: dalle imbottiture ai tessuti tecnici</li>
<li>Collaborazioni con brand del settore fashion e home</li>
<li>La seta a Denim Premiere Vision</li>
<li>T.Silk</li>
</ul>
<p><b>(35:45) Le difficoltà con le aziende</b></p>
<ul>
<li>Posizionare un prodotto di nicchia</li>
<li>Educare il mercato sui materiali</li>
</ul>
<p><b>(38:35) Le normative nel settore tessile</b></p>
<ul>
<li>Come le leggi influenzano le aziende più piccole del settore</li>
</ul>
<p><b>Il futuro</b></p>
<p><b>(45:11) Il futuro della moda sostenibile e di Cosetex</b></p>
<ul>
<li>Evoluzione della seta</li>
<li>La spinta dal basso</li>
<li>G.Silk</li>
</ul>
<p><b>Ascolta l’episodio per entrare nel mondo affascinante della seta!</b></p>
<p><iframe title="Spotify Embed: LIVE - Cascami di seta tra innovazione e sostenibilità: intervista a Cosetex" style="border-radius: 12px" width="100%" height="152" frameborder="0" allowfullscreen allow="autoplay; clipboard-write; encrypted-media; fullscreen; picture-in-picture" loading="lazy" src="https://open.spotify.com/embed/episode/3LjMZu6WteUNAeb8wExPS6?si=42e006f5a40f4b14&#038;utm_source=oembed"></iframe></p>
<h5>Ecco dove puoi trovare Cosetex:</h5>
<p style="font-weight: 400;">Cosetex – attività di fibra in seta a 360 gradi</p>
<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.cosetex.it/">https://www.cosetex.it/</a> &#8211; Approfondimenti</p>
<p style="font-weight: 400;"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-19214" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/g_silk.jpeg" alt="" width="713" height="315" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/g_silk.jpeg 1920w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/g_silk-300x133.jpeg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/g_silk-1024x452.jpeg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/g_silk-768x339.jpeg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/g_silk-1536x678.jpeg 1536w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/g_silk-1160x512.jpeg 1160w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/g_silk-600x265.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 713px) 100vw, 713px" /></p>
<p style="font-weight: 400;">T.Silk</p>
<p style="font-weight: 400;"><a href="https://t.silk.bio/">https://t.silk.bio/</a> &#8211; presentazione ed e-commerce</p>
<p style="font-weight: 400;"><a href="https://t.silk.bio/pages/brevetto-imbottitura-in-seta">https://t.silk.bio/pages/brevetto-imbottitura-in-seta</a> &#8211; Brevetto imbottitura 100% Seta</p>
<p style="font-weight: 400;"><a href="https://t.silk.bio/blogs/magazine">https://t.silk.bio/blogs/magazine</a> &#8211; Blog ed informazioni</p>
<p style="font-weight: 400;"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-19212" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/Presentazione-T.Silk-Collection-2.jpg" alt="" width="729" height="729" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/Presentazione-T.Silk-Collection-2.jpg 1080w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/Presentazione-T.Silk-Collection-2-300x300.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/Presentazione-T.Silk-Collection-2-1024x1024.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/Presentazione-T.Silk-Collection-2-150x150.jpg 150w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/Presentazione-T.Silk-Collection-2-768x768.jpg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/Presentazione-T.Silk-Collection-2-75x75.jpg 75w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/Presentazione-T.Silk-Collection-2-600x600.jpg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/03/Presentazione-T.Silk-Collection-2-100x100.jpg 100w" sizes="auto, (max-width: 729px) 100vw, 729px" /></p>
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<p>Foto: per gentile concessione di Cosetex</p>
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		<title>La rivoluzione gentile di Slow Fiber</title>
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		<dc:creator><![CDATA[dressecode]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Oct 2024 09:44:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Artigianato]]></category>
		<category><![CDATA[Companies / Aziende]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrics/Tessuti]]></category>
		<category><![CDATA[Fashion/Moda]]></category>
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		<category><![CDATA[tessuti sostenibili]]></category>
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					<description><![CDATA[In questo episodio incontriamo Dario Casalini, fondatore di Slow Fiber, il progetto realizzato in collaborazione tra Slow Food Italia e alcune aziende italiane virtuose del tessile. Dario ci racconta della necessità di una &#8220;rivoluzione gentile&#8221; per contrastare il modello del fast fashion, in un contesto in cui l&#8217;economia sposta ricchezze da tanti a pochi senza realmente creare benessere per l&#8217;umanità. Slow Fiber vuole cambiare in positivo il paradigma della produzione, del consumo e, quindi, della percezione del tessile. Oggi, infatti, ci troviamo immersi in uno stile di vita consumistico e all’insegna del fast-fashion, come afferma Dario. Slow Fiber utilizza una serie di KPI (Key Performance Indicator) per valutare le aziende che aderiscono alla sua rete. Ogni aspetto del progetto è accompagnato da criteri misurabili, suddivisi in obbligatori e facoltativi. Questi KPI si concentrano su cinque pilastri: &#8220;buono&#8221;, &#8220;sano&#8221;, &#8220;pulito&#8221;, &#8220;giusto&#8221; e &#8220;durevole&#8221;. Ad esempio, il criterio &#8220;buono&#8221; richiede che le aziende mantenendo la propria sede originale e non delocalizzino, mentre &#8220;sano&#8221; si riferisce al controllo rigoroso della chimica utilizzata nella produzione. L&#8217;idea è che nessuna azienda possa essere considerata nella rete se non rispetta tutti i criteri di questi cinque pilastri. Ascolta l&#8217;episodio per scoprire come la normativa vigente si tramuti in un &#8220;muro di gomma&#8221; per le imprese virtuose. Inoltre, il concetto di Made in Italy è messo sotto la lente nell&#8217;episodio, dove si afferma che &#8220;vale poco e nulla&#8221; se non accompagnato da controlli effettivi. La preoccupazione è che i prodotti possano essere etichettati come italiani anche senza rispettare standard di qualità dato che non ci sono adeguati controlli sulle importazioni. Le lobby del fast fashion influenzano pesantemente le normative, rendendo difficile la protezione delle pratiche sostenibili italiane. Approfondisci i punti in comune tra cibo e moda, discorrendo di localismi e consumo/produzione fast, e i nuovi approcci economici come la &#8220;post crescita&#8220;, più che mai necessaria per un futuro sostenibile. &#160; Sveliamo anche come le certificazioni, che sicuramente aiutano, possano rivelarsi fuorvianti e come le potenti lobby del fast fashion resistano ai cambiamenti necessari. Il Green Deal europeo potrebbe rischiare di trasformarsi in un&#8217;etichetta certificativa che non affronta realmente le problematiche ambientali &#8211; e non solo (scopri quale altro importante aspetto non affronta). L&#8217;episodio sottolinea come molte iniziative legislative tendano a preservare il modello di business attuale, invece di abbattere un sistema industriale ritenuto pericoloso. Insomma, il Green Deal può sembrare un passo positivo, ma potrebbe mascherare una realtà immutata piuttosto che apportare cambiamenti sostanziali. In questo dialogo che invita a riflettere e ad agire, Dario fa un quadro schietto del settore, ci aiuta a capire meglio alcune dinamiche e ci fa conoscere una realtà che intende seminare un nuovo modo di produrre e di consumare coinvolgendo produttori e consumatori. Indice dei Contenuti Definizione di Slow Fiber (0:36) Il confronto tra tessile e filiera agricola (1:02) Problemi della filiera tessile (1:50) Sostenibilità nella moda (2:28) Cambiamento di carriera verso il tessile (3:34) Selezione delle aziende membri (9:00) Criteri di sostenibilità e KPI (11:39) Il paradosso e il peso delle certificazioni (17:23) Il sistema di audit di Slow Fiber (19:06) Il quid in più rispetto al modello legislativo attuale che vuole salvare capra e cavoli (21:54) La necessità del rallentamento dei consumi e di un nuovo modello economico (24.56) Attività di sensibilizzazione e manifestazione (34:11) Greenwashing e normative (40:25) Prospettive future e innovazione (48:11) AI, blockchain e tracciabilità (50:37) Made in Italy (53.14) Valori e modello economico (53:17) Se vuoi approfondire, ti consigliamo il sito di Slow Fiber e il libro di Dario: &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.spreaker.com/episode/live-la-rivoluzione-gentile-di-slow-fiber--62472194"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-15706" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg" alt="" width="244" height="95" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg 1080w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-600x234.jpg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-300x117.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-1024x399.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-768x299.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 244px) 100vw, 244px" /></a>In questo episodio incontriamo Dario Casalini, fondatore di Slow Fiber, il progetto realizzato in collaborazione tra Slow Food Italia e alcune aziende italiane virtuose del tessile.</p>
<figure id="attachment_18266" aria-describedby="caption-attachment-18266" style="width: 269px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-18266" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/10/Dario-Casalini.jpg" alt="" width="269" height="403" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/10/Dario-Casalini.jpg 683w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/10/Dario-Casalini-200x300.jpg 200w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/10/Dario-Casalini-600x900.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 269px) 100vw, 269px" /><figcaption id="caption-attachment-18266" class="wp-caption-text">photo: courtesy of Slow Fiber</figcaption></figure>
<p>Dario ci racconta della necessità di una &#8220;<strong>rivoluzione gentile</strong>&#8221; per contrastare il modello del fast fashion, in un contesto in cui l&#8217;economia sposta ricchezze da tanti a pochi senza realmente creare benessere per l&#8217;umanità. Slow Fiber vuole cambiare in positivo il paradigma della produzione, del consumo e, quindi, della percezione del tessile. Oggi, infatti, ci troviamo immersi in uno stile di vita consumistico e all’insegna del fast-fashion, come afferma Dario.</p>
<p><strong>Slow Fiber utilizza una serie di KPI (Key Performance Indicator) per valutare le aziende che aderiscono alla sua rete</strong>. Ogni aspetto del progetto è accompagnato da criteri misurabili, suddivisi in obbligatori e facoltativi. Questi KPI si concentrano su cinque pilastri: <strong>&#8220;buono&#8221;, &#8220;sano&#8221;, &#8220;pulito&#8221;, &#8220;giusto&#8221; e &#8220;durevole&#8221;</strong>. Ad esempio, il criterio &#8220;buono&#8221; richiede che le aziende mantenendo la propria sede originale e non delocalizzino, mentre &#8220;sano&#8221; si riferisce al controllo rigoroso della chimica utilizzata nella produzione. L&#8217;idea è che nessuna azienda possa essere considerata nella rete se non rispetta tutti i criteri di questi cinque pilastri.</p>
<p>Ascolta l&#8217;episodio per scoprire <strong>come la normativa vigente si tramuti in un &#8220;muro di gomma&#8221; per le imprese virtuose</strong>. Inoltre, il concetto di Made in Italy è messo sotto la lente nell&#8217;episodio, dove si afferma che &#8220;vale poco e nulla&#8221; se non accompagnato da controlli effettivi. La preoccupazione è che i prodotti possano essere etichettati come italiani anche senza rispettare standard di qualità dato che non ci sono adeguati controlli sulle importazioni. Le lobby del fast fashion influenzano pesantemente le normative, rendendo difficile la protezione delle pratiche sostenibili italiane.</p>
<p>Approfondisci i <strong>punti in comune tra cibo e moda, </strong>discorrendo di localismi e consumo/produzione fast, e i nuovi approcci economici come la &#8220;<strong>post crescita</strong>&#8220;, più che mai necessaria per un futuro sostenibile.</p>
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<p><iframe title="Spotify Embed: LIVE! - La rivoluzione gentile di Slow Fiber" style="border-radius: 12px" width="100%" height="152" frameborder="0" allowfullscreen allow="autoplay; clipboard-write; encrypted-media; fullscreen; picture-in-picture" loading="lazy" src="https://open.spotify.com/embed/episode/6Gwgl35mrac0AFXmuNiVIr?si=e1e622ddf38a40d9&#038;utm_source=oembed"></iframe></p>
<figure id="attachment_18268" aria-describedby="caption-attachment-18268" style="width: 418px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-18268" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/10/slow-fashion-fiber-textile.jpg" alt="" width="418" height="278" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/10/slow-fashion-fiber-textile.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/10/slow-fashion-fiber-textile-300x200.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/10/slow-fashion-fiber-textile-768x513.jpg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/10/slow-fashion-fiber-textile-600x401.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 418px) 100vw, 418px" /><figcaption id="caption-attachment-18268" class="wp-caption-text">photo: courtesy of Slow Fiber</figcaption></figure>
<p>Sveliamo anche come le certificazioni, che sicuramente aiutano, possano rivelarsi fuorvianti e come l<strong>e potenti lobby del fast fashion resistano ai cambiamenti necessari.</strong> Il Green Deal europeo potrebbe rischiare di trasformarsi in un&#8217;etichetta certificativa che non affronta realmente le problematiche ambientali &#8211; e non solo (scopri quale altro importante aspetto non affronta). L&#8217;episodio sottolinea come <strong>molte iniziative legislative tendano a preservare il modello di business attuale, invece di abbattere un sistema industriale ritenuto pericoloso</strong>. Insomma, il Green Deal può sembrare un passo positivo, ma potrebbe mascherare una realtà immutata piuttosto che apportare cambiamenti sostanziali.</p>
<p>In questo dialogo che invita a riflettere e ad agire, Dario fa un quadro schietto del settore, ci aiuta a capire meglio alcune dinamiche e ci fa conoscere una realtà che intende seminare un nuovo modo di produrre e di consumare coinvolgendo produttori e consumatori.</p>
<p><strong>Indice dei Contenuti</strong></p>
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<li style="list-style-type: none;">
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<li>Definizione di Slow Fiber (0:36)</li>
<li>Il confronto tra tessile e filiera agricola (1:02)</li>
<li>Problemi della filiera tessile (1:50)</li>
<li>Sostenibilità nella moda (2:28)</li>
<li>Cambiamento di carriera verso il tessile (3:34)</li>
<li>Selezione delle aziende membri (9:00)</li>
<li>Criteri di sostenibilità e KPI (11:39)</li>
<li>Il paradosso e il peso delle certificazioni (17:23)</li>
<li>Il sistema di audit di Slow Fiber (19:06)</li>
<li>Il quid in più rispetto al modello legislativo attuale che vuole salvare capra e cavoli (21:54)</li>
<li>La necessità del rallentamento dei consumi e di un nuovo modello economico (24.56)</li>
<li>Attività di sensibilizzazione e manifestazione (34:11)</li>
<li>Greenwashing e normative (40:25)</li>
<li>Prospettive future e innovazione (48:11)</li>
<li>AI, blockchain e tracciabilità (50:37)</li>
<li>Made in Italy (53.14)</li>
<li>Valori e modello economico (53:17)</li>
</ol>
</li>
</ol>
<p>Se vuoi approfondire, ti consigliamo il sito di <a href="http://slowfiber.it">Slow Fiber</a> e il libro di Dario:</p>
<p><a href="https://www.slowfoodeditore.it/it/107_casalini-dario"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-18286 alignleft" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/10/vestire-buono-pulito-e-giusto-copertina-HD.jpg" alt="" width="287" height="431" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/10/vestire-buono-pulito-e-giusto-copertina-HD.jpg 1689w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/10/vestire-buono-pulito-e-giusto-copertina-HD-200x300.jpg 200w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/10/vestire-buono-pulito-e-giusto-copertina-HD-681x1024.jpg 681w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/10/vestire-buono-pulito-e-giusto-copertina-HD-768x1155.jpg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/10/vestire-buono-pulito-e-giusto-copertina-HD-1022x1536.jpg 1022w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/10/vestire-buono-pulito-e-giusto-copertina-HD-1362x2048.jpg 1362w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/10/vestire-buono-pulito-e-giusto-copertina-HD-1160x1744.jpg 1160w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/10/vestire-buono-pulito-e-giusto-copertina-HD-1320x1984.jpg 1320w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/10/vestire-buono-pulito-e-giusto-copertina-HD-600x902.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 287px) 100vw, 287px" /></a></p>
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		<title>Trasformare la moda: abbracciare modelli made-to-order per la sostenibilità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[dressecode]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Apr 2024 14:11:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Companies / Aziende]]></category>
		<category><![CDATA[Fashion/Moda]]></category>
		<category><![CDATA[made-to-order]]></category>
		<category><![CDATA[modelli di business]]></category>
		<category><![CDATA[slow fashion]]></category>
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					<description><![CDATA[L’industria della moda, un tempo sinonimo di creatività ed espressione, ora è alle prese con i suoi stessi demoni: sovrapproduzione, degrado ambientale e preoccupazioni etiche. Come la consapevolezza della dura realtà del fast fashion si diffonde in tutto il mondo, un numero crescente di voci sostiene il cambiamento. In questo panorama in evoluzione, i modelli emergenti di business made-to-order (&#8220;su ordinazione&#8221;) offrono un raggio di speranza: un’opportunità per trasformare radicalmente l&#8217;industria della moda. Il lato oscuro della moda L&#8217;attuale traiettoria della moda non è solo preoccupante: è addirittura allarmante. L&#8217;implacabile produzione di abbigliamento da parte delle grandi aziende del fast fashion non solo travolge le discariche ma rappresenta anche una minaccia significativa per i nostri oceani, le nostre comunità e la nostra coscienza collettiva. L’enorme volume di capi di abbigliamento prodotto dai giganti del fast fashion ha raggiunto proporzioni sconcertanti, con le discariche traboccanti di vestiti scartati. Questo spreco non è confinato alle nazioni sviluppate; penetra nel tessuto stesso delle comunità in tutto il mondo, dai vivaci centri urbani ai villaggi remoti. Purtroppo, i Paesi occidentali spediscono i loro indumenti indesiderati e da smaltire in aree in via di sviluppo come il Cile (che può essere visto dallo spazio) e l’Africa, nonostante queste nazioni non vogliano i nostri vestiti. In luoghi come il Cile e l’Africa, le discariche gemono sotto il peso di questi indumenti scartati, servendo come cupi ricordi del ventre oscuro della moda. Ma il costo ambientale non finisce qui. Tessuti sintetici, comuni nelle offerte poco costose del fast fashion, rilasciano microplastiche nei nostri corsi d’acqua ad ogni lavaggio, contaminando gli ecosistemi marini e mettendo in pericolo la vita acquatica. Queste minuscole particelle, invisibili a occhio nudo ma devastanti nel loro impatto, permeano ogni angolo dell&#8217;oceano, dalle profondità del mare alle coste di isole lontane, così come nella nostra acqua potabile. Eppure, forse ancora più dannoso della devastazione ambientale è il costo umano dell&#8217;avidità incontrollata della moda. Il contesto storico della migrazione della moda verso i paesi in via di sviluppo racconta una storia di sfruttamento e disprezzo per la vita umana. Dall’incendio della fabbrica Triangle Shirtwaist nel 1911 negli USA al crollo del Rana Plaza nel 2013, tragici eventi hanno messo a nudo il costo umano dell’incessante ricerca del profitto da parte della moda. Nonostante i modesti miglioramenti negli standard di sicurezza, persistono i problemi di fondo dello sfruttamento e della disuguaglianza, che pongono ombre sulla coscienza del settore. Di fronte a questa crisi crescente, l’industria della moda si trova a un bivio. Continuerà sulla strada dello sfruttamento e della distruzione ambientale, oppure reagirà alla chiamata al cambiamento? La scelta è chiara e il momento di agire è adesso. Per il bene del nostro pianeta, delle nostre comunità ednella nostra umanità condivisa, la moda deve subire un cambiamento radicale, che dia priorità alla sostenibilità, all’etica e alla compassione sopra ogni altra cosa. L’ascesa del made-to-order In questo contesto di turbolenze, sembra essere in corso una rivoluzione silenziosa. Il modello di business della moda made-to-order non è affatto un concetto nuovo, ma nel clima presente lo è apparentemente ritornando attuale, offrendo un nuovo inizio e una visione piena di speranza per il futuro della moda. Confinato una volta nei regni dell’alta moda, il made-to-order sta guadagnando terreno come valida alternativa alle pratiche distruttive del fast fashion. Producendo indumenti solo su richiesta del cliente, questi marchi stanno sfidando lo status quo e ridefinendo il rapporto della moda con il tempo, la qualità e la domanda dei consumatori. Vantaggi del prodotto su ordinazione Meno rifiuti I vantaggi della moda made-to-order vanno ben oltre la sostenibilità ambientale. I marchi con questo modello creano rifiuti minimi e sono in grado di prevenire sovrapproduzione e consumo eccessivo. Naturalmente c&#8217;è un periodo di attesa più lungo tra l&#8217;ordine e la ricezione di un capo. Questo serve a ricordare che la pazienza viene premiata e favorisce la comprensione della dedizione e del tempo investiti nella realizzazione di abiti. Pertanto, questo approccio non solo rallenta il ritmo produttivo, ma modera anche le nostre aspettative generali sulla moda. Inclusività delle dimensioni I modelli di business made-to-order, permettendo personalizzazioni da modelli pre-esistenti, offrono una soluzione per rendere la moda più inclusiva per gli individui che sono stati storicamente trascurati e sotto-rappresentati nel settore, come persone con taglia plus oppure persone con disabilità, da molto tempo ignorate dall’industria della moda. Adattando i capi alle specifiche preferenze del cliente, l&#8217;abbigliamento made-to-order offre un&#8217;abbondanza di opzioni di stile per tutti i consumatori, consentendo loro di selezionare ciò che si adatta a forme e dimensioni del corpo uniche. Creazione di una connessione emotiva con i nostri vestiti Forse la cosa più importante è che la moda made-to-order alimenta una connessione più profonda tra i consumatori e i loro vestiti. Ogni capo è infuso con un senso di scopo e intenzionalità, servendo come testimonianza dell&#8217;artigianalità e della cura impiegate nella sua creazione. Stabilire una connessione emotiva con i nostri vestiti ci aiuta ad allontanarci dall’atteggiamento usa-e-getta che abbiamo adottato nella moda negli ultimi decenni ed è una direzione tanto necessaria su cui dobbiamo concentrarci se vogliamo fare un vero cambiamento. Sfide e opportunità Per i marchi di moda potrebbero sorgere alcuni ostacoli nei modelli di business made-to-order. In primo luogo, i tempi di produzione tendono ad allungarsi rispetto agli articoli prêt-à-porter, con conseguenti tempi di consegna più lunghi. Questo ritardo può mettere alla prova la pazienza dei clienti abituati alla gratificazione immediata. Inoltre, i marchi di moda tradizionali sono abili nel gestire l’inventario in base a previsioni e tendenze. Tuttavia, prevedere la domanda diventa un compito più complicato con il prodotto su ordinazione, il che potrebbe portare a frustranti esaurimenti delle scorte. La creazione di un sistema made-to-order richiede investimenti in tecnologia, manodopera qualificata e infrastrutture. I costi di installazione iniziali possono aumentare e i margini di profitto potrebbero ridursi rispetto agli articoli prodotti in serie. Gestire le aspettative dei consumatori aggiunge un ulteriore livello di complessità. Le opzioni di personalizzazione, le variazioni dei prezzi e i tempi di consegna richiedono una gestione attenta. Bilanciare queste diverse esigenze garantendo al tempo stesso la redditività è davvero una passeggiata sul filo del rasoio. Tuttavia, all’interno di queste sfide emergono diverse opportunità. La moda su ordinazione sostiene intrinsecamente la sostenibilità, allineandosi perfettamente con la crescente domanda dei consumatori per alternative ecologiche. Producendo articoli solo su richiesta, le scorte in eccesso e i prodotti invenduti tipici della moda prêt-à-porter vengono significativamente ridotti. La produzione su ordinazione può anche offrire vantaggi in termini di flusso di cassa, garantendo che le vendite vengano effettuate prima di procedere con la produzione, evitando così il ritardo tra spesa e pagamento. Ciò rende il modello più gestibile per avviare e sostenere un’impresa, eliminando la necessità di investimenti esterni. Inoltre, questo modello offre una grande quantità di dati, consentendo una comprensione più profonda delle preferenze e delle esigenze dei singoli consumatori, migliorando così la pianificazione dell’inventario. Un altro strumento per facilitare l’adattamento alle fluttuazioni della domanda e contemporaneamente mitigare il rischio di ritardi nella consegna dei prodotti implica la prototipazione virtuale, come CLO-3D e altre tecnologie che consentono l’automazione e la digitalizzazione dei processi di progettazione e produzione dei capi. Abbracciare un modello su misura può distinguere il tuo marchio in un mercato saturo. È un segnale di innovazione e centralità del cliente, attirando consumatori che danno priorità alla trasparenza, alla sostenibilità e all’unicità. Conclusioni Poiché i consumatori danno sempre più priorità alla sostenibilità e all&#8217;etica nelle loro decisioni di acquisto, l&#8217;industria della moda si trova a un bivio. L’ascesa dei modelli made-to-order offre una visione avvincente per un futuro più sostenibile ed equo, in cui la moda non è solo una merce, ma una forma di espressione personale e creatività. Adottando questi modelli, i marchi di moda possono non solo ridurre il proprio impatto ambientale, ma anche favorire connessioni più profonde con i consumatori e promuovere cambiamenti positivi nel settore. Il percorso da seguire potrebbe essere impegnativo, ma le potenziali ricompense sono illimitate: un futuro in cui la moda non sarà solo bella, ma veramente sostenibile. Se hai domande o desideri esplorare ulteriormente la produzione su ordinazione, non esitare a fissare un appuntamento con noi. Possiamo vedere insieme le tue esigenze e determinare se i nostri servizi sono in linea con ciò di cui hai bisogno. Inge Duiker]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="https://www.spreaker.com/episode/trasformare-la-moda-abbracciare-modelli-made-to-order-per-la-sostenibilita--59697872" rel="https://www.spreaker.com/episode/trasformare-la-moda-abbracciare-modelli-made-to-order-per-la-sostenibilita--59697872"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-15706" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg" alt="" width="226" height="88" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg 1080w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-600x234.jpg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-300x117.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-1024x399.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-768x299.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 226px) 100vw, 226px" /></a>L’industria della moda, un tempo sinonimo di creatività ed espressione, ora è alle prese con i suoi stessi demoni:</strong> sovrapproduzione, degrado ambientale e preoccupazioni etiche. Come la consapevolezza della dura realtà del fast fashion si diffonde in tutto il mondo, un numero crescente di voci sostiene il cambiamento. In questo panorama in evoluzione, i modelli emergenti di business made-to-order (&#8220;su ordinazione&#8221;) offrono un raggio di speranza: un’opportunità per trasformare radicalmente l&#8217;industria della moda.</p>
<h5><span style="color: #b2a4d4;">Il lato oscuro della moda</span></h5>
<p><strong>L&#8217;attuale traiettoria della moda non è solo preoccupante: è addirittura allarmante.</strong> L&#8217;implacabile produzione di abbigliamento da parte delle grandi aziende del fast fashion non solo travolge le discariche ma rappresenta anche una minaccia significativa per i nostri oceani, le nostre comunità e la nostra coscienza collettiva. L’enorme volume di capi di abbigliamento prodotto dai giganti del fast fashion ha raggiunto proporzioni sconcertanti, con le discariche traboccanti di vestiti scartati. Questo spreco non è confinato alle nazioni sviluppate; penetra nel tessuto stesso delle comunità in tutto il mondo, dai vivaci centri urbani ai villaggi remoti. Purtroppo, i Paesi occidentali spediscono i loro indumenti indesiderati e da smaltire in aree in via di sviluppo come il Cile (che può essere visto dallo spazio) e l’Africa, nonostante queste nazioni non vogliano i nostri vestiti. In luoghi come il Cile e l’Africa, le discariche gemono sotto il peso di questi indumenti scartati, servendo come cupi ricordi del ventre oscuro della moda.<br />
Ma il costo ambientale non finisce qui.</p>
<p>Tessuti sintetici, comuni nelle offerte poco costose del fast fashion, rilasciano microplastiche nei nostri corsi d’acqua ad ogni lavaggio, contaminando gli ecosistemi marini e mettendo in pericolo la vita acquatica. Queste minuscole particelle, invisibili a occhio nudo ma devastanti nel loro impatto, permeano ogni angolo dell&#8217;oceano, dalle profondità del mare alle coste di isole lontane, così come nella nostra acqua potabile.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-18065 alignleft" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/inside-a-clothing-factory-fast-fashion.jpg" alt="" width="631" height="361" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/inside-a-clothing-factory-fast-fashion.jpg 1344w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/inside-a-clothing-factory-fast-fashion-300x171.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/inside-a-clothing-factory-fast-fashion-1024x585.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/inside-a-clothing-factory-fast-fashion-768x439.jpg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/inside-a-clothing-factory-fast-fashion-1160x663.jpg 1160w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/inside-a-clothing-factory-fast-fashion-1320x754.jpg 1320w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/inside-a-clothing-factory-fast-fashion-600x343.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 631px) 100vw, 631px" /><strong>Eppure, forse ancora più dannoso della devastazione ambientale è il costo umano dell&#8217;avidità incontrollata della moda.</strong> Il contesto storico della migrazione della moda verso i paesi in via di sviluppo racconta una storia di sfruttamento e disprezzo per la vita umana. Dall’incendio della fabbrica Triangle Shirtwaist nel 1911 negli USA al crollo del Rana Plaza nel 2013, tragici eventi hanno messo a nudo il costo umano dell’incessante ricerca del profitto da parte della moda. Nonostante i modesti miglioramenti negli standard di sicurezza, persistono i problemi di fondo dello sfruttamento e della disuguaglianza, che pongono ombre sulla coscienza del settore.</p>
<p><strong>Di fronte a questa crisi crescente, l’industria della moda si trova a un bivio. Continuerà sulla strada dello sfruttamento e della distruzione ambientale, oppure reagirà alla chiamata al cambiamento?</strong> La scelta è chiara e il momento di agire è adesso. Per il bene del nostro pianeta, delle nostre comunità ednella nostra umanità condivisa, la moda deve subire un cambiamento radicale, che dia priorità alla sostenibilità, all’etica e alla compassione sopra ogni altra cosa.</p>
<h5><span style="color: #b2a4d4;">L’ascesa del made-to-order</span></h5>
<p>In questo contesto di turbolenze, sembra essere in corso una rivoluzione silenziosa. Il modello di business della moda made-to-order non è affatto un concetto nuovo, ma nel clima presente lo è apparentemente ritornando attuale, offrendo un nuovo inizio e una visione piena di speranza per il futuro della moda. Confinato una volta nei regni dell’alta moda, il made-to-order sta guadagnando terreno come valida alternativa alle pratiche distruttive del fast fashion. Producendo indumenti solo su richiesta del cliente, questi marchi stanno sfidando lo status quo e ridefinendo il rapporto della moda con il tempo, la qualità e la domanda dei consumatori.</p>
<h5><span style="color: #b2a4d4;">Vantaggi del prodotto su ordinazione</span></h5>
<p><strong>Meno rifiuti</strong><br />
I vantaggi della moda made-to-order vanno ben oltre la sostenibilità ambientale. I marchi con questo modello creano rifiuti minimi e sono in grado di prevenire sovrapproduzione e consumo eccessivo.<br />
Naturalmente c&#8217;è un periodo di attesa più lungo tra l&#8217;ordine e la ricezione di un capo. <strong>Questo serve a ricordare che la pazienza viene premiata e favorisce la comprensione della dedizione e del tempo investiti nella realizzazione di abiti. Pertanto, questo approccio non solo rallenta il ritmo produttivo, ma modera anche le nostre aspettative generali sulla moda.</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-18087 alignright" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/inclusive-fashion-diversity-plus-size.jpg" alt="" width="414" height="468" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/inclusive-fashion-diversity-plus-size.jpg 694w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/inclusive-fashion-diversity-plus-size-265x300.jpg 265w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/inclusive-fashion-diversity-plus-size-600x680.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 414px) 100vw, 414px" /></p>
<p><strong>Inclusività delle dimensioni</strong></p>
<p>I modelli di business made-to-order, permettendo personalizzazioni da modelli pre-esistenti, offrono una soluzione per rendere la moda più inclusiva per gli individui che sono stati storicamente trascurati e sotto-rappresentati nel settore, come persone con taglia plus oppure persone con disabilità, da molto tempo ignorate dall’industria della moda. Adattando i capi alle specifiche preferenze del cliente, l&#8217;abbigliamento made-to-order offre un&#8217;abbondanza di opzioni di stile per tutti i consumatori, consentendo loro di selezionare ciò che si adatta a forme e dimensioni del corpo uniche.</p>
<p><strong>Creazione di una connessione emotiva con i nostri vestiti</strong></p>
<p>Forse la cosa più importante è che la moda made-to-order alimenta una connessione più profonda tra i consumatori e i loro vestiti. Ogni capo è infuso con un senso di scopo e intenzionalità, servendo come testimonianza dell&#8217;artigianalità e della cura impiegate nella sua creazione. <strong>Stabilire una connessione emotiva con i nostri vestiti ci aiuta ad allontanarci dall’atteggiamento usa-e-getta</strong> che abbiamo adottato nella moda negli ultimi decenni ed è una direzione tanto necessaria su cui dobbiamo concentrarci se vogliamo fare un vero cambiamento.</p>
<h5><span style="color: #b2a4d4;">Sfide e opportunità</span></h5>
<p>Per i marchi di moda potrebbero sorgere alcuni ostacoli nei modelli di business made-to-order. In primo luogo, i tempi di produzione tendono ad allungarsi rispetto agli articoli prêt-à-porter, con conseguenti tempi di consegna più lunghi. <strong>Questo ritardo può mettere alla prova la pazienza dei clienti abituati alla gratificazione immediata.</strong></p>
<p>Inoltre, i marchi di moda tradizionali sono abili nel gestire l’inventario in base a previsioni e tendenze. Tuttavia, <strong>prevedere la domanda diventa un compito più complicato con il prodotto su ordinazione</strong>, il che potrebbe portare a frustranti esaurimenti delle scorte.</p>
<p>La creazione di un sistema made-to-order<strong> richiede investimenti in tecnologia, manodopera qualificata e infrastrutture</strong>. I costi di installazione iniziali possono aumentare e i margini di profitto potrebbero ridursi rispetto agli articoli prodotti in serie.</p>
<p><strong>Gestire le aspettative dei consumatori aggiunge un ulteriore livello di complessità</strong>. Le opzioni di personalizzazione, le variazioni dei prezzi e i tempi di consegna richiedono una gestione attenta. Bilanciare queste diverse esigenze garantendo al tempo stesso la redditività è davvero una passeggiata sul filo del rasoio.</p>
<p>Tuttavia, all’interno di queste sfide emergono diverse opportunità. La moda su ordinazione <strong>sostiene intrinsecamente la sostenibilità</strong>, allineandosi perfettamente con la crescente domanda dei consumatori per alternative ecologiche. Producendo articoli solo su richiesta, le scorte in eccesso e i prodotti invenduti tipici della moda prêt-à-porter vengono significativamente ridotti.</p>
<p><strong><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-18082 alignleft" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/made-to-order-fashion-business-model.jpg" alt="" width="547" height="375" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/made-to-order-fashion-business-model.jpg 939w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/made-to-order-fashion-business-model-300x205.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/made-to-order-fashion-business-model-768x525.jpg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/made-to-order-fashion-business-model-600x410.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 547px) 100vw, 547px" /></strong>La produzione su ordinazione può anche offrire <strong>vantaggi in termini di flusso di cassa</strong>, garantendo che le vendite vengano effettuate prima di procedere con la produzione, evitando così il ritardo tra spesa e pagamento. Ciò rende il modello più gestibile per avviare e sostenere un’impresa, eliminando la necessità di investimenti esterni.</p>
<p>Inoltre, questo modello <strong>offre una grande quantità di dati,</strong> consentendo una comprensione più profonda delle preferenze e delle esigenze dei singoli consumatori, migliorando così la pianificazione dell’inventario. Un altro strumento per facilitare l’adattamento alle fluttuazioni della domanda e contemporaneamente mitigare il rischio di ritardi nella consegna dei prodotti implica la prototipazione virtuale, come CLO-3D e altre tecnologie che consentono <strong>l’automazione e la digitalizzazione dei processi di progettazione e produzione dei capi.</strong></p>
<p>Abbracciare un modello su misura può distinguere il tuo marchio in un mercato saturo. È un segnale di innovazione e centralità del cliente, <strong>attirando consumatori che danno priorità alla trasparenza, alla sostenibilità e all’unicità</strong>.</p>
<h5><span style="color: #b2a4d4;">Conclusioni</span></h5>
<p>Poiché i consumatori danno sempre più priorità alla sostenibilità e all&#8217;etica nelle loro decisioni di acquisto, l&#8217;industria della moda si trova a un bivio. L’ascesa dei modelli made-to-order offre una visione avvincente per un futuro più sostenibile ed equo, in cui <strong>la moda non è solo una merce, ma una forma di espressione personale e creatività</strong>. Adottando questi modelli, i marchi di moda possono non solo ridurre il proprio impatto ambientale, ma anche favorire connessioni più profonde con i consumatori e promuovere cambiamenti positivi nel settore.</p>
<p>Il percorso da seguire potrebbe essere impegnativo, ma le potenziali ricompense sono illimitate: un futuro in cui la moda non sarà solo bella, ma veramente sostenibile. Se hai domande o desideri esplorare ulteriormente la produzione su ordinazione, <a href="https://us20.list-manage.com/contact-form?u=05fbd46aa4e2a7e7b8df0701b&amp;form_id=5d327dd87c9ca78d3301d63235657b2a"><strong>non esitare a fissare un appuntamento con noi.</strong></a> Possiamo vedere insieme le tue esigenze e determinare se i nostri servizi sono in linea con ciò di cui hai bisogno.</p>
<p><strong>Inge Duiker</strong></p>
<p><iframe title="Spotify Embed: Trasformare la moda: abbracciare modelli made-to-order per la sostenibilità" style="border-radius: 12px" width="100%" height="152" frameborder="0" allowfullscreen allow="autoplay; clipboard-write; encrypted-media; fullscreen; picture-in-picture" loading="lazy" src="https://open.spotify.com/embed/episode/13ufMpN0SjZrlibR5azk3k?si=624754557ace424e&#038;utm_source=oembed"></iframe></p>
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		<title>Sanzioni e divieto di pubblicità: la Francia ferma il fast fashion</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Apr 2024 10:49:48 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Environment/Ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[L&#8217;Assemblea nazionale francese ha adottato all&#8217;unanimità il disegno di legge volto a ridurre l&#8217;impatto ambientale dell&#8217;industria tessile, che dovrà proseguire il suo percorso legislativo al Senato. Con l&#8217;obiettivo di fermare il fast fashion, il testo prevede: il divieto di pubblicità per la vendita di capi di abbigliamento a prezzi stracciati la decisione di definire il fast fashion in base a un numero stabilito di capi immessi sul mercato annualmente una sanzione ambientale rafforzata per rendere i prodotti della moda veloce meno attraenti Inoltre, le aziende che vendono moda usa-e-getta online dovranno esporre vicino al prezzo sul proprio sito messaggi che: sensibilizzino sull’impatto ambientale dei propri prodotti; incoraggino la sobrietà, il riutilizzo, la riparazione o il riciclaggio. In caso di violazione le aziende incorreranno in una sanzione pecuniaria (fino a 15.000 euro). Un altro emendamento aggiunge ulteriori dettagli sull&#8217;impatto ambientale nell&#8217;articolo L941-9-11 del codice dell&#8217;ambiente, integrando il criterio della sostenibilità. Il sistema di valutazione ambientale conosciuto come eco-score, che considera l&#8217;impatto ambientale di prodotti e servizi, è stato sperimentato nell&#8217;industria tessile tra il 2020 e il 2022 e si prevede che sarà implementato entro la fine del 2024. Non è una tassa. È impropriamente chiamata tassa ma si tratta di un sistema bonus/malus: i prodotti con il peggiore impatto ambientale non potranno beneficiare dei bonus ma saranno soggetti a sanzioni dissuasive a partire dal 2025. La sanzione ecologica sarà a prodotto di: 5 euro nel 2025 6 euro nel 2026 7 euro nel 2027 8 euro nel 2028 9 euro nel 2029 10 euro nel 2030. Queste sanzioni dovrebbero contribuire a finanziare bonus a beneficio delle aziende virtuose del settore tessile. Le tasse sono generalmente imposte dai governi come pagamenti obbligatori per un particolare servizio o un’attività prestata dallo Stato nei suoi confronti. (Le imposte invece rappresentano il contributo obbligatorio del cittadino alle casse dello Stato per il finanziamento di servizi pubblici in generale). Le sanzioni sono spesso associate a misure punitive per la violazione di leggi o regolamenti. Anche se potrebbero funzionare in modo simile alle tasse in termini di impatto finanziario sulle aziende, non sono esattamente la stessa cosa. Saranno misure efficaci? Da un punto di vista macroeconomico, l’efficacia di un disegno di legge rivolto alle aziende del fast fashion dipende da vari fattori, tra cui le disposizioni specifiche del disegno di legge, le reazioni dei consumatori e delle imprese e le dinamiche di mercato più ampie. Ecco alcune considerazioni: Elasticità della domanda: se i consumatori sono molto reattivi alle variazioni dei prezzi o alle restrizioni pubblicitarie, le sanzioni e i divieti pubblicitari imposti dalla legge potrebbero portare a una significativa diminuzione della domanda di prodotti fast fashion. Tuttavia, se la domanda di fast fashion è relativamente anelastica, ossia i consumatori sono meno sensibili alle variazioni di prezzo, l’impatto della sanzione potrebbe essere limitato. Effetti di sostituzione: le aziende che operano nel settore del fast fashion possono rispondere alle sanzioni e ai divieti pubblicitari modificando le proprie strategie di produzione o diversificando la propria offerta di prodotti. Ad esempio, potrebbero concentrarsi sulla produzione di abbigliamento di qualità superiore e più duraturi o esplorare modelli di business alternativi come linee di moda sostenibili. La misura in cui riusciranno ad adattarsi con successo influenzerà l’efficacia del disegno di legge come deterrente. Concorrenza di mercato: il settore del fast fashion è altamente competitivo, con numerose aziende in lizza per quote di mercato. Se solo un Paese applicasse sanzioni e divieti pubblicitari, le aziende potrebbero semplicemente spostare le proprie attività in altri Paesi con normative più indulgenti. L’efficacia del disegno di legge potrebbe essere migliorata se fosse parte di uno sforzo coordinato tra più Paesi o regioni. Innovazione e progressi tecnologici: le aziende del fast fashion possono investire in ricerca e sviluppo per trovare modi per mitigare l’impatto ambientale dei loro prodotti o migliorare le proprie credenziali di sostenibilità. Ciò potrebbe comportare innovazioni nei materiali, nei processi di produzione o nella gestione della catena di fornitura. Il disegno di legge potrebbe incentivare tale innovazione creando opportunità di mercato per le aziende in grado di offrire alternative più sostenibili. Applicazione e sostegno del governo: l’efficacia del disegno di legge dipenderà dalla capacità del governo francese di far rispettare le sue disposizioni e fornire sostegno alle aziende nella transizione verso pratiche più sostenibili. Meccanismi di applicazione efficaci, insieme a incentivi finanziari e sostegno all’innovazione, potrebbero contribuire a garantire la conformità e promuovere cambiamenti a livello di settore. Da una prospettiva di microeconomia, le sanzioni imposte dalla legge sul fast fashion possono avere diversi effetti sul comportamento delle singole aziende e dei consumatori nel mercato della moda. Ecco alcuni dei possibili effetti: Riduzione della produzione di fast fashion: Le sanzioni finanziarie e i divieti pubblicitari possono rendere meno conveniente per le imprese produrre e commercializzare prodotti di fast fashion. Di conseguenza, le aziende potrebbero ridurre la quantità di tali prodotti offerti sul mercato, concentrandosi invece su linee di prodotti più sostenibili e di qualità superiore. Incentivi per l&#8217;innovazione e la differenziazione: Le sanzioni possono spingere le aziende a investire in ricerca e sviluppo per realizzare materiali e processi di produzione più sostenibili. Ciò potrebbe portare a un aumento dell&#8217;innovazione nel settore della moda e alla creazione di prodotti differenziati che si distinguono per la loro sostenibilità e qualità. Aumento dei prezzi al dettaglio: Se le aziende trasferiscono i costi delle sanzioni ai consumatori attraverso aumenti dei prezzi al dettaglio, ciò potrebbe ridurre la domanda di prodotti di fast fashion. I consumatori potrebbero essere disposti a pagare di più per prodotti più sostenibili o di qualità superiore, ma potrebbero anche ridurre le proprie spese complessive per abbigliamento a causa dei prezzi più alti. Cambiamenti nelle preferenze dei consumatori: Le sanzioni e i divieti pubblicitari possono influenzare le percezioni e le preferenze dei consumatori nei confronti dei prodotti di fast fashion. La riduzione dell&#8217;esposizione pubblicitaria a tali prodotti potrebbe portare i consumatori a cercare alternative più sostenibili o a valutare in modo diverso i marchi che promuovono pratiche più etiche e responsabili. Pro e contro Pro: Benefici ambientali: Imporre penalità e divieti pubblicitari sui prodotti di fast fashion incoraggia le aziende ad adottare pratiche più sostenibili, come la riduzione delle emissioni di carbonio, la minimizzazione dei rifiuti e l&#8217;uso di materiali ecologici. Ciò può portare a benefici ambientali a lungo termine, tra cui una riduzione dell&#8217;inquinamento e la conservazione delle risorse. Correzione del mercato: Il fast fashion è stato criticato per i suoi impatti sociali e ambientali negativi, come le pratiche lavorative sfruttative e il consumo eccessivo di risorse naturali. La legge fornisce un meccanismo per correggere le inefficienze di mercato internalizzando i costi esterni associati al fast fashion, promuovendo comportamenti più responsabili tra le aziende. Innovazione e creazione di posti di lavoro: La legge incentiva gli investimenti nella ricerca e nello sviluppo per identificare alternative sostenibili ai prodotti tradizionali di fast fashion. Ciò può stimolare l&#8217;innovazione nell&#8217;industria della moda e creare nuove opportunità per le imprese specializzate in materiali ecologici, tecnologie e processi produttivi. Inoltre, il passaggio alla moda sostenibile potrebbe creare nuovi posti di lavoro in settori come il design sostenibile. Competitività migliorata: L&#8217;adozione di pratiche sostenibili può migliorare la competitività delle imprese di moda francesi sia nei mercati interni sia internazionali. Con il cambiamento delle preferenze dei consumatori verso prodotti più ecologici, le aziende che danno priorità alla sostenibilità possono guadagnare un vantaggio competitivo e attirare più clienti. Ciò può contribuire alla sostenibilità e al successo a lungo termine dell&#8217;industria della moda francese. Contro: Implicazioni finanziarie: Il rispetto delle disposizioni della legge, come le penalità per i prodotti di fast fashion e le restrizioni pubblicitarie, potrebbe aumentare i costi di produzione per le aziende. Questi costi aggiuntivi potrebbero essere trasferiti ai consumatori sotto forma di prezzi più alti, riducendo potenzialmente il potere d&#8217;acquisto dei consumatori e la domanda complessiva di abbigliamento. Ciò potrebbe avere implicazioni negative per la crescita economica e l&#8217;occupazione nell&#8217;industria della moda. Distorsioni di mercato: La legge potrebbe creare distorsioni nel mercato della moda favorendo le aziende in grado di permettersi di investire in iniziative di sostenibilità rispetto a quelle più piccole o meno finanziariamente sicure. Ciò potrebbe portare a una concentrazione del mercato e a una riduzione della concorrenza, limitando potenzialmente la scelta dei consumatori e l&#8217;innovazione a lungo termine. Inoltre, se le penalità colpiscono in modo sproporzionato le aziende domestiche rispetto ai concorrenti internazionali, potrebbe risultare in inefficienze di mercato e squilibri commerciali. Complessità della catena di approvvigionamento: L&#8217;implementazione di pratiche sostenibili nell&#8217;industria della moda richiede collaborazione e coordinamento lungo complesse catene di approvvigionamento globali. Le aziende potrebbero affrontare sfide nel reperimento di materiali sostenibili, nell&#8217;assicurare pratiche lavorative etiche e nel mantenere standard di qualità durante il processo produttivo. Ciò potrebbe portare a interruzioni nella catena di approvvigionamento, all&#8217;aumento degli oneri amministrativi e a rischi operativi per le imprese. Conseguenze non volute: Le disposizioni della legge potrebbero avere conseguenze non desiderate che colpiscono negativamente determinati stakeholder, come i lavoratori dell&#8217;industria del fast fashion o i consumatori con opzioni d&#8217;acquisto limitate. Ad esempio, le penalità per i prodotti di fast fashion potrebbero avere effetto  in modo sproporzionato i consumatori a basso reddito che dipendono da opzioni di abbigliamento accessibili. La reazione di Shein Shein ha risposto al disegno di legge dichiarando a Reuters che i loro abiti rispondono a una domanda esistente, mantenendo basso il tasso di invenduti rispetto ai produttori tradizionali che possono arrivare fino al 40% di invenduto. Sostengono che l&#8217;unico effetto della legge sarebbe quello di danneggiare il potere d&#8217;acquisto dei consumatori francesi, specialmente in un periodo in cui già si sente l&#8217;impatto della crisi del costo della vita. I prossimi passi La questione delle soglie, che definirebbero la moda usa-e-getta, è stata criticata poiché lasciata al governo, con timori che possa non essere attuata efficacemente. Inoltre, l&#8221;introduzione di criteri sociali per garantire il rispetto dei diritti umani nella produzione di abbigliamento ha sollevato dibattiti, con alcuni sostenitori che citavano precedenti scandali come il Rana Plaza. Tuttavia, altri hanno avvertito che la moda ultraveloce potrebbe non essere il contesto adatto per stabilire regole globali contro il dumping sociale. Il ministro della transizione ecologica ha promesso di avviare una missione per definire criteri sociali ed ecologici nei prossimi due mesi. Dopo essere stato adottato in prima lettura dall&#8217;Assemblea nazionale, il disegno di legge dovrà quindi proseguire il suo percorso legislativo al Senato. Nel frattempo, il ministro dell&#8217;ambiente francese ha annunciato l&#8217;intenzione di proporre un divieto sulle esportazioni di vestiti usati a livello dell&#8217;Unione Europea, cercando di affrontare il crescente problema dei rifiuti tessili. Fonti: LCP Assemblée Nationale; Vie Publique; Reuters]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span class="OYPEnA text-decoration-none text-strikethrough-none"><a href="https://www.spreaker.com/episode/sanzioni-e-divieto-di-pubblicita-la-francia-ferma-il-fast-fashion--59415625"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-15706" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg" alt="" width="235" height="91" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg 1080w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-600x234.jpg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-300x117.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-1024x399.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-768x299.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 235px) 100vw, 235px" /></a>L&#8217;Assemblea nazionale francese ha adottato all&#8217;unanimità il disegno di legge volto a ridurre l&#8217;impatto ambientale dell&#8217;industria tessile, che dovrà proseguire il suo percorso legislativo al Senato. Con l&#8217;obiettivo di fermare il fast fashion, il testo prevede:</span></p>
<ul>
<li><span class="OYPEnA text-decoration-none text-strikethrough-none">il </span><strong><span class="OYPEnA text-strikethrough-none text-decoration-underline">divieto di pubblicità</span></strong><span class="OYPEnA text-strikethrough-none text-decoration-none"> per la vendita di capi di abbigliamento a prezzi stracciati</span></li>
<li><span class="OYPEnA text-strikethrough-none text-decoration-underline">la decisione di <strong>definire il fast fashion</strong></span><span class="OYPEnA text-strikethrough-none text-decoration-none"> in base a un numero stabilito di capi immessi sul mercato annualmente</span></li>
<li><span class="OYPEnA text-decoration-none text-strikethrough-none">una </span><span class="OYPEnA text-strikethrough-none text-decoration-underline">sanzione ambientale</span><span class="OYPEnA text-strikethrough-none text-decoration-none"> rafforzata per rendere i prodotti della moda veloce meno attraenti</span></li>
</ul>
<p class="cvGsUA direction-ltr align-center para-style-body"><span class="OYPEnA text-decoration-none text-strikethrough-none">Inoltre, le aziende che vendono moda usa-e-getta online dovranno <strong>esporre vicino al prezzo</strong> sul proprio sito</span> <span class="OYPEnA text-decoration-none text-strikethrough-none">messaggi che:</span></p>
<ul>
<li><span class="OYPEnA text-decoration-underline text-strikethrough-none">sensibilizzino</span><span class="OYPEnA text-decoration-underline text-strikethrough-none white-space-prewrap"> </span><span class="OYPEnA text-decoration-underline text-strikethrough-none">sull’impatto</span><span class="OYPEnA text-strikethrough-none text-decoration-none"> ambientale dei propri prodotti;</span></li>
<li><span class="OYPEnA text-decoration-underline text-strikethrough-none">incoraggino</span><span class="OYPEnA text-strikethrough-none text-decoration-none"> la sobrietà, il riutilizzo, la riparazione o il riciclaggio.</span></li>
</ul>
<p class="cvGsUA direction-ltr align-center para-style-body"><span class="OYPEnA text-decoration-none text-strikethrough-none">In caso di violazione le aziende incorreranno in una sanzione pecuniaria (fino a 15.000 euro).</span></p>
<div class="flex-shrink-0 flex flex-col relative items-end">
<div class="pt-0.5">
<div class="gizmo-shadow-stroke flex h-6 w-6 items-center justify-center overflow-hidden rounded-full">
<div class="relative p-1 rounded-sm h-9 w-9 text-white flex items-center justify-center">Un altro emendamento aggiunge ulteriori dettagli sull&#8217;impatto ambientale nell&#8217;articolo L941-9-11 del codice dell&#8217;ambiente, integrando il criterio della sostenibilità. Il sistema di valutazione ambientale conosciuto come <strong>eco-score,</strong> che considera l&#8217;impatto ambientale di prodotti e servizi, è stato sperimentato nell&#8217;industria tessile tra il 2020 e il 2022 e si prevede che sarà implementato entro la fine del 2024.</div>
</div>
</div>
</div>
<h5 class="cvGsUA direction-ltr align-center para-style-body"><span class="OYPEnA text-decoration-none text-strikethrough-none" style="color: #68a69b;"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-18039 alignright" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/fast-fashion-moda-veloca.jpg" alt="" width="488" height="334" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/fast-fashion-moda-veloca.jpg 1216w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/fast-fashion-moda-veloca-300x205.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/fast-fashion-moda-veloca-1024x701.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/fast-fashion-moda-veloca-768x525.jpg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/fast-fashion-moda-veloca-1160x794.jpg 1160w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/fast-fashion-moda-veloca-600x411.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 488px) 100vw, 488px" />Non è una tassa.</span></h5>
<p class="cvGsUA direction-ltr align-center para-style-body"><span class="OYPEnA text-decoration-none text-strikethrough-none">È impropriamente chiamata tassa ma si tratta di </span><span class="OYPEnA text-strikethrough-none text-decoration-underline">un<strong> sistema bonus/malus: </strong></span><span class="OYPEnA text-decoration-none text-strikethrough-none">i prodotti con il peggiore impatto ambientale non potranno beneficiare dei bonus ma saranno soggetti a sanzioni dissuasive a partire dal 2025. La </span><span class="OYPEnA text-decoration-none text-strikethrough-none">sanzione ecologica</span><span class="OYPEnA text-decoration-none text-strikethrough-none"> sarà a prodotto di:</span></p>
<ul>
<li class="cvGsUA direction-ltr align-center para-style-body"><span class="OYPEnA text-decoration-none text-strikethrough-none">5 euro nel 2025</span></li>
<li class="cvGsUA direction-ltr align-center para-style-body"><span class="OYPEnA text-decoration-none text-strikethrough-none">6 euro nel 2026</span></li>
<li class="cvGsUA direction-ltr align-center para-style-body"><span class="OYPEnA text-decoration-none text-strikethrough-none">7 euro nel 2027</span></li>
<li class="cvGsUA direction-ltr align-center para-style-body"><span class="OYPEnA text-decoration-none text-strikethrough-none">8 euro nel 2028</span></li>
<li class="cvGsUA direction-ltr align-center para-style-body"><span class="OYPEnA text-decoration-none text-strikethrough-none">9 euro nel 2029</span></li>
<li class="cvGsUA direction-ltr align-center para-style-body"><span class="OYPEnA text-decoration-none text-strikethrough-none">10 euro nel 2030.</span></li>
</ul>
<p class="cvGsUA direction-ltr align-center para-style-body"><span class="OYPEnA text-decoration-none text-strikethrough-none">Queste sanzioni dovrebbero <strong>contribuire a </strong></span><span class="OYPEnA text-strikethrough-none text-decoration-underline"><strong>finanziare bonus a beneficio delle aziende virtuose</strong> </span><span class="OYPEnA text-strikethrough-none text-decoration-none">del settore tessile.</span></p>
<p class="cvGsUA direction-ltr align-center para-style-body"><span class="OYPEnA text-decoration-none text-strikethrough-none">Le</span><span class="OYPEnA text-strikethrough-none text-decoration-underline"><strong> tasse</strong> </span><span class="OYPEnA text-strikethrough-none text-decoration-none">sono generalmente imposte dai governi come pagamenti obbligatori per un particolare servizio o un’attività prestata dallo Stato nei suoi confronti. (Le imposte invece rappresentano il contributo obbligatorio del cittadino alle casse dello Stato per il finanziamento di servizi pubblici in generale).</span></p>
<p class="cvGsUA direction-ltr align-center para-style-body"><span class="OYPEnA text-decoration-none text-strikethrough-none">Le </span><strong><span class="OYPEnA text-strikethrough-none text-decoration-underline">sanzion</span></strong><span class="OYPEnA text-strikethrough-none text-decoration-none"><strong>i</strong> sono spesso associate a </span><span class="OYPEnA text-strikethrough-none text-decoration-underline">misure punitive</span><span class="OYPEnA text-strikethrough-none text-decoration-none"> per la violazione di leggi o regolamenti. </span><span class="OYPEnA text-decoration-none text-strikethrough-none">Anche se potrebbero funzionare in modo simile alle tasse in termini di impatto finanziario sulle aziende, non sono esattamente la stessa cosa.</span></p>
<h5><span style="color: #68a69b;">Saranno misure efficaci?</span></h5>
<p>Da un <strong>punto di vista macroeconomico</strong>, l’efficacia di un disegno di legge rivolto alle aziende del fast fashion dipende da vari fattori, tra cui le disposizioni specifiche del disegno di legge, le reazioni dei consumatori e delle imprese e le dinamiche di mercato più ampie. Ecco alcune considerazioni:</p>
<ul>
<li><strong>Elasticità della domanda:</strong> se i consumatori sono molto reattivi alle variazioni dei prezzi o alle restrizioni pubblicitarie, le sanzioni e i divieti pubblicitari imposti dalla legge potrebbero portare a una <strong>significativa diminuzione della domanda di prodotti fast fashion</strong>. Tuttavia, se la domanda di fast fashion è relativamente anelastica, ossia i consumatori sono meno sensibili alle variazioni di prezzo, l’impatto della sanzione potrebbe essere limitato.</li>
<li><strong>Effetti di sostituzione:</strong> le aziende che operano nel settore del fast fashion possono rispondere alle sanzioni e ai divieti pubblicitari <strong>modificando le proprie strategie di produzione o diversificando la propria offerta di prodotti.</strong> Ad esempio, potrebbero concentrarsi sulla produzione di abbigliamento di qualità superiore e più duraturi o esplorare modelli di business alternativi come linee di moda sostenibili. La misura in cui riusciranno ad adattarsi con successo influenzerà l’efficacia del disegno di legge come deterrente.</li>
<li><strong>Concorrenza di mercato:</strong> il settore del fast fashion è altamente competitivo, con numerose aziende in lizza per quote di mercato. Se solo un Paese applicasse sanzioni e divieti pubblicitari, <strong>le aziende potrebbero semplicemente spostare le proprie attività in altri Paesi con normative più indulgenti.</strong> L’efficacia del disegno di legge potrebbe essere migliorata se fosse parte di uno sforzo coordinato tra più Paesi o regioni.</li>
<li><strong>Innovazione e progressi tecnologici:</strong> le aziende del fast fashion possono investire in ricerca e sviluppo per trovare modi per mitigare l’impatto ambientale dei loro prodotti o migliorare le proprie credenziali di sostenibilità. Ciò potrebbe comportare innovazioni nei materiali, nei processi di produzione o nella gestione della catena di fornitura. Il disegno di legge potrebbe incentivare tale innovazione creando opportunità di mercato per le aziende in grado di offrire alternative più sostenibili.</li>
<li><strong>Applicazione e sostegno del governo:</strong> l’efficacia del disegno di legge dipenderà dalla <strong>capacità del governo francese di far rispettare le sue disposizioni e fornire sostegno</strong> alle aziende nella transizione verso pratiche più sostenibili. Meccanismi di applicazione efficaci, insieme a incentivi finanziari e sostegno all’innovazione, potrebbero contribuire a garantire la conformità e promuovere cambiamenti a livello di settore.</li>
</ul>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-18041 alignright" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/stop-fast-fashion.jpg" alt="" width="542" height="370" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/stop-fast-fashion.jpg 1216w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/stop-fast-fashion-300x205.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/stop-fast-fashion-1024x701.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/stop-fast-fashion-768x525.jpg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/stop-fast-fashion-1160x794.jpg 1160w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/stop-fast-fashion-600x411.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 542px) 100vw, 542px" />Da una <strong>prospettiva di microeconomia</strong>, le sanzioni imposte dalla legge sul fast fashion possono avere diversi effetti sul comportamento delle singole aziende e dei consumatori nel mercato della moda. Ecco alcuni dei possibili effetti:</p>
<ul>
<li><strong>Riduzione della produzione di fast fashion</strong>: Le sanzioni finanziarie e i divieti pubblicitari possono rendere meno conveniente per le imprese produrre e commercializzare prodotti di fast fashion. Di conseguenza, <strong>le aziende potrebbero ridurre la quantità di tali prodotti</strong> offerti sul mercato, concentrandosi invece su linee di prodotti più sostenibili e di qualità superiore.</li>
<li><strong>Incentivi per l&#8217;innovazione e la differenziazione</strong>: Le sanzioni possono spingere le aziende a investire in ricerca e sviluppo per realizzare materiali e processi di produzione più sostenibili. Ciò potrebbe portare a un <strong>aumento dell&#8217;innovazione</strong> nel settore della moda e alla creazione di prodotti differenziati che si distinguono per la loro sostenibilità e qualità.</li>
<li><strong>Aumento dei prezzi al dettaglio</strong>: Se le <strong>aziende trasferiscono i costi delle sanzioni ai consumatori attraverso aumenti dei prezzi</strong> al dettaglio, ciò potrebbe ridurre la domanda di prodotti di fast fashion. I consumatori potrebbero essere disposti a pagare di più per prodotti più sostenibili o di qualità superiore, ma potrebbero anche ridurre le proprie spese complessive per abbigliamento a causa dei prezzi più alti.</li>
<li><strong>Cambiamenti nelle preferenze dei consumatori</strong>: Le sanzioni e i divieti pubblicitari possono influenzare le percezioni e le preferenze dei consumatori nei confronti dei prodotti di fast fashion. La riduzione dell&#8217;esposizione pubblicitaria a tali prodotti potrebbe <strong>portare i consumatori a cercare alternative più sostenibili</strong> o a valutare in modo diverso i marchi che promuovono pratiche più etiche e responsabili.</li>
</ul>
<h5><span style="color: #68a69b;">Pro e contro</span></h5>
<p><strong>Pro:</strong></p>
<ol>
<li><strong>Benefici ambientali:</strong> Imporre penalità e divieti pubblicitari sui prodotti di fast fashion incoraggia le aziende ad adottare pratiche più sostenibili, come la riduzione delle emissioni di carbonio, la minimizzazione dei rifiuti e l&#8217;uso di materiali ecologici. Ciò può portare a benefici ambientali a lungo termine, tra cui una riduzione dell&#8217;inquinamento e la conservazione delle risorse.</li>
<li><strong>Correzione del mercato:</strong> Il fast fashion è stato criticato per i suoi impatti sociali e ambientali negativi, come le pratiche lavorative sfruttative e il consumo eccessivo di risorse naturali. La legge fornisce un meccanismo per correggere le inefficienze di mercato <strong>internalizzando i costi esterni associati al fast fashion,</strong> promuovendo comportamenti più responsabili tra le aziende.</li>
<li><strong>Innovazione e creazione di posti di lavoro:</strong> La legge incentiva gli investimenti nella ricerca e nello sviluppo per identificare alternative sostenibili ai prodotti tradizionali di fast fashion. Ciò può stimolare l&#8217;innovazione nell&#8217;industria della moda e creare nuove opportunità per le imprese specializzate in materiali ecologici, tecnologie e processi produttivi. Inoltre, il passaggio alla moda sostenibile potrebbe creare nuovi posti di lavoro in settori come il design sostenibile.</li>
<li><strong>Competitività migliorata:</strong> L&#8217;adozione di pratiche sostenibili può migliorare la competitività delle imprese di moda francesi sia nei mercati interni sia internazionali. Con il cambiamento delle preferenze dei consumatori verso prodotti più ecologici, le aziende che danno priorità alla sostenibilità possono guadagnare un vantaggio competitivo e attirare più clienti. Ciò può contribuire alla sostenibilità e al successo a lungo termine dell&#8217;industria della moda francese.</li>
</ol>
<p><strong><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-18043 alignright" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/moda-ultra-fast-fashion-shein.jpg" alt="" width="546" height="374" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/moda-ultra-fast-fashion-shein.jpg 1216w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/moda-ultra-fast-fashion-shein-300x205.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/moda-ultra-fast-fashion-shein-1024x701.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/moda-ultra-fast-fashion-shein-768x525.jpg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/moda-ultra-fast-fashion-shein-1160x794.jpg 1160w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2024/04/moda-ultra-fast-fashion-shein-600x411.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 546px) 100vw, 546px" />Contro:</strong></p>
<ol>
<li><strong>Implicazioni finanziarie:</strong> Il rispetto delle disposizioni della legge, come le penalità per i prodotti di fast fashion e le restrizioni pubblicitarie, potrebbe aumentare i costi di produzione per le aziende. Questi costi aggiuntivi potrebbero essere trasferiti ai consumatori sotto forma di <strong>prezzi più alti,</strong> riducendo potenzialmente il potere d&#8217;acquisto dei consumatori e la domanda complessiva di abbigliamento. Ciò potrebbe avere implicazioni negative per la crescita economica e l&#8217;occupazione nell&#8217;industria della moda.</li>
<li><strong>Distorsioni di mercato:</strong> La legge potrebbe creare <strong>distorsioni nel mercato della moda favorendo le aziende in grado di permettersi di investire in iniziative di sostenibilità rispetto a quelle più piccole o meno finanziariamente sicure</strong>. Ciò potrebbe portare a una concentrazione del mercato e a una riduzione della concorrenza, limitando potenzialmente la scelta dei consumatori e l&#8217;innovazione a lungo termine. Inoltre, se le penalità colpiscono in modo sproporzionato le aziende domestiche rispetto ai concorrenti internazionali, potrebbe risultare in inefficienze di mercato e squilibri commerciali.</li>
<li><strong>Complessità della catena di approvvigionamento:</strong> L&#8217;implementazione di pratiche sostenibili nell&#8217;industria della moda richiede collaborazione e coordinamento lungo complesse catene di approvvigionamento globali. Le aziende potrebbero affrontare sfide nel reperimento di materiali sostenibili, nell&#8217;assicurare pratiche lavorative etiche e nel mantenere standard di qualità durante il processo produttivo. Ciò potrebbe portare a interruzioni nella catena di approvvigionamento, all&#8217;aumento degli oneri amministrativi e a rischi operativi per le imprese.</li>
<li><strong>Conseguenze non volute:</strong> Le disposizioni della legge potrebbero avere conseguenze non desiderate che colpiscono negativamente determinati stakeholder, come i lavoratori dell&#8217;industria del fast fashion o i consumatori con opzioni d&#8217;acquisto limitate. Ad esempio, le penalità per i prodotti di fast fashion potrebbero avere effetto  in modo sproporzionato i consumatori a basso reddito che dipendono da opzioni di abbigliamento accessibili.</li>
</ol>
<h5><span style="color: #68a69b;">La reazione di Shein</span></h5>
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<div class="relative p-1 rounded-sm h-9 w-9 text-white flex items-center justify-center">Shein ha risposto al disegno di legge dichiarando a Reuters che i loro abiti rispondono a una domanda esistente, mantenendo basso il tasso di invenduti rispetto ai produttori tradizionali che possono arrivare fino al 40% di invenduto. Sostengono che l&#8217;unico effetto della legge sarebbe quello di danneggiare il potere d&#8217;acquisto dei consumatori francesi, specialmente in un periodo in cui già si sente l&#8217;impatto della crisi del costo della vita.</div>
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<h5><span style="color: #68a69b;">I prossimi passi</span></h5>
<p>La questione delle soglie, che definirebbero la moda usa-e-getta, è stata criticata poiché lasciata al governo, con timori che possa non essere attuata efficacemente.</p>
<p>Inoltre, l&#8221;introduzione di criteri sociali per garantire il rispetto dei diritti umani nella produzione di abbigliamento ha sollevato dibattiti, con alcuni sostenitori che citavano precedenti scandali come il Rana Plaza. Tuttavia, altri hanno avvertito che la moda ultraveloce potrebbe non essere il contesto adatto per stabilire regole globali contro il <em>dumping</em> sociale.</p>
<p>Il ministro della transizione ecologica ha promesso di avviare una missione per definire criteri sociali ed ecologici nei prossimi due mesi. Dopo essere stato adottato in prima lettura dall&#8217;Assemblea nazionale, il disegno di legge dovrà quindi proseguire il suo percorso legislativo al Senato. Nel frattempo, il ministro dell&#8217;ambiente francese ha annunciato l&#8217;intenzione di proporre un divieto sulle esportazioni di vestiti usati a livello dell&#8217;Unione Europea, cercando di affrontare il crescente problema dei rifiuti tessili.</p>
<p><iframe title="Spotify Embed: Sanzioni e divieto di pubblicità: la Francia ferma il fast fashion" style="border-radius: 12px" width="100%" height="152" frameborder="0" allowfullscreen allow="autoplay; clipboard-write; encrypted-media; fullscreen; picture-in-picture" loading="lazy" src="https://open.spotify.com/embed/episode/6NgUYuDQrW1fPg9I86KDeT?si=b9e32625605c4e1e&#038;utm_source=oembed"></iframe></p>
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</div>
<p><em><span class="OYPEnA text-decoration-none text-strikethrough-none">Fonti: LCP Assemblée Nationale; Vie Publique; Reuters</span></em></p>
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