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	<title>Modern slavery / Schiavitù moderna &#8211; Dress Ecode</title>
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		<title>Luxurywashing: lusso fa rima con etica?</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Jul 2025 15:39:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Se chiedessimo a chi acquista capi firmati da migliaia di euro se ritiene quei prodotti più sostenibili, molti risponderebbero di sì. Il prezzo elevato viene spesso interpretato come garanzia di qualità, tracciabilità, attenzione al lavoro umano. Eppure, lo scandalo che ha travolto recentemente Loro Piana, lo storico marchio del cashmere italiano coinvolto in un&#8217;indagine per caporalato, incrina questa convinzione. Non è un caso isolato. Max Mara, Dior, Armani, Valentino sono altri brand recentemente coinvolti in casi di condizioni di lavoro inadeguate. È un sintomo di un problema più profondo. In questo articolo-podcast ci addentriamo nel fenomeno del luxurywashing, ovvero la costruzione di un&#8217;immagine &#8220;green e etica&#8221; che nasconde pratiche non sempre coerenti, anche nel mondo del lusso. Quali sono le tattiche di greenwashing più utilizzate dai brand di lusso? Creazione di capsule o collezioni limitate (ad esempio materiale biologico o riciclato), mentre la produzione principale resta insostenibile. Promozione di carbon neutrality attraverso compensazioni (piantagioni, crediti), ma senza ridurre realmente le emissioni interne. Certificazioni auto‑prodotte usate in modo ingannevole. Vengono pubblicizzate certificazioni proprie o partnership con enti eco‑apparenti, ma spesso coprono solo una parte minima della supply chain. Alcune certificazioni non sono indipendenti o non applicate su tutta la linea. Organizzazione di eventi &#8220;green&#8221; (come sfilate carbon neutral) per creare percezione di impegno, senza modificare la produzione generale. Investimenti in iniziative sostenibili atti a migliorare i punteggi ESG (Ambiente, Sociale e Governance), mentre il modello operativo centrale resta intatto — quindi l’immagine verde viene potenziata senza una reale trasformazione. Se vuoi approfondire, questi sono i 7 peccati del greenwashing. Uno studio condotto dalla Commissione Europea nel 2024 ha scoperto che un gran numero di aziende presenta affermazioni non comprovabili. L&#8217;indagine ha rilevato che il 53% delle affermazioni &#8220;green&#8221; è vago, fuorivante o infondato, il 40% non è supportato da prove concrete e il 50 percento di tutte le etichette verdi presenta verifiche deboli o inesistenti. Nella moda, un rapporto del 2021 della Changing Markets Foundation ha dimostrato che circa 6 affermazioni green su 10 nel settore erano vaghe, infondate o potenzialmente fuorvianti. I dati che smontano il mito Antoine Arnault, figlio di Bernard Arnault, proprietario di LVMH, ha affermato pubblicamente che i beni di lusso sono &#8220;sostenibili per natura&#8221;. Ha fatto questa dichiarazione in occasione di un summit sulla sostenibilità nel settore della moda, ma è davvero così? Uno studio finanziato da Primark, condotto dalla University of Leeds in collaborazione con Hubbub (2022-2024), ha rivelato che i capi di lusso non durano più di quelli fast fashion. Alcuni dei capi più costosi avevano una durata da media a scarsa, come una maglietta da uomo dal prezzo compreso tra 36 e 45 sterline, che si è classificata al 9° posto su 17 articoli. Il prezzo, quindi, non è indice di maggiore durabilità o qualità strutturale. Il Business of Fashion Sustainability Index 2023 assegna punteggi sotto la sufficienza alla maggior parte dei brand di lusso, per mancanza di trasparenza nelle filiere, soprattutto per quanto riguarda condizioni di lavoro, tracciabilità delle materie prime e gestione dei rifiuti. Non c’è evidenza di maggiore sostenibilità nei marchi luxury rispetto a quelli fast fashion. LVMH non è più sostenibile di H&#38;M o Inditex (di cui fanno parte Zara, Pull&#38;Bear, Bershka). Il punto non è solo verificare se i materiali sono biologici o se le emissioni vengono compensate. La questione è più profonda. Il lusso tradizionalmente si lega a valori estrinseci come la ricchezza, il prestigio e lo status sociale. Sono elementi che parlano più di “apparire” che di “essere”. Al contrario, la sostenibilità si fonda su valori intrinseci come la giustizia sociale, il rispetto per l’ambiente e la connessione autentica con il mondo naturale. C&#8217;è una tensione evidente tra due visioni del mondo: da un lato, il lusso come simbolo di successo individuale; dall’altro, la sostenibilità come impegno collettivo verso il bene comune. Conciliarli non è semplice. Secondo Holmes e Bendell, i brand di lusso rischiano di entrare in contraddizione quando cercano di abbracciare la sostenibilità: come possono promuovere sobrietà, giustizia ed equilibrio con la natura, mentre allo stesso tempo alimentano desideri legati al potere, alla distinzione e al privilegio? Quando un marchio di lusso si proclama sostenibile, la domanda scomoda diventa: sta davvero cambiando paradigma o semplicemente rivestendo vecchi valori con una patina verde? Il rischio è che la sostenibilità venga strumentalizzata per rafforzare proprio quei valori estrinseci che invece dovrebbe mettere in discussione. E così il lusso resta accessibile a pochi, mentre l’impatto – ambientale e sociale – ricade su molti. La sostenibilità è svuotata del suo significato più autentico, ridotta a strumento di marketing per nobilitare ciò che di nobile ha poco. La distanza tra immagine e realtà Il problema del luxurywashing non sta solo nella mancanza di coerenza, ma nella narrazione costruita. Il linguaggio evocativo, le campagne emozionali, le capsule &#8220;eco&#8221; o le limited edition sostenibili diventano strumenti di distrazione, quando la base produttiva resta opaca e in parte illegale. Ricordo che, durante il corso Sustainable Business Models in the Luxury Sector, una studentessa presentò Loro Piana come esempio di brand sostenibile, ammaliata da fonti trovate online sull’impatto positivo del marchio. In passato, Loro Piana è stata accusata di costruire la propria narrazione sostenibile attorno alla vicun˜a (un materiale pregiato prodotto con il pelo della vigogna, un camelide peruviano che vive sulle Ande), senza però fornire dati trasparenti sull’effettivo impatto socio-ambientale e sui benefici restituiti alle comunità andine coinvolte nella sua raccolta. Nel caso Loro Piana, azienda del gruppo LVMH, il cashmere più pregiato al mondo è stato cucito da lavoratori sottopagati, costretti a turni massacranti, in ambienti insalubri. Spendere 2.000 euro per un maglione e scoprire che chi l&#8217;ha realizzato prende 4 euro l&#8217;ora lavorando fino a 90 ore alla settimana fa vacillare tutto il senso del valore. Oggi sappiamo che anche i marchi più prestigiosi affidano la produzione a stabilimenti in Paesi come Croazia, Moldavia, Albania. Prada, Hugo Boss e Dolce &#38; Gabbana e altri brand sono stati citati in un recente rapporto di Clean Clothes Campaign sulle condizioni di lavoro nel cosiddetto cluster tessile euro-mediterraneo — un’area di produzione che comprende Paesi dell’Europa orientale. Il rapporto evidenzia che in Croazia, ad esempio, alcuni fornitori di Hugo Boss pagano salari pari a circa un terzo di quanto sarebbe considerato un salario dignitoso. Un portavoce di Hugo Boss ha risposto affermando che l’azienda richiede ai propri fornitori il rispetto delle normative nazionali sul salario minimo. Tuttavia, ha anche specificato che la negoziazione salariale è una questione che riguarda esclusivamente il datore di lavoro locale, i dipendenti e le istituzioni competenti di ciascun Paese, pur dichiarandosi “aperta al dialogo costruttivo”. Secondo il report, Germania e Italia rappresentano le principali destinazioni di questi capi prodotti nel cluster euro-mediterraneo. Non solo marchi del fast fashion, come Primark e Tesco, ma anche brand di lusso come Versace, Dolce &#38; Gabbana, Armani e Max Mara si riforniscono da questi stabilimenti. Clean Clothes Campaign sottolinea che nessuno dei marchi di fascia alta menzionati ha risposto ufficialmente alle accuse contenute nel rapporto. Hugo Boss, che aveva ricevuto un&#8217;anteprima dello studio Stitched Up, non ha fornito dichiarazioni specifiche sui risultati emersi (fonte The Guardian). Il settore del lusso può sembrare al di fuori di un sistema che trasferisce la produzione dove i costi bassi dei lavoratori consentano un aumento dei profitti. Invece dietro la facciata di artigianalità, design, qualità, unicità e sostenibilità, sbandierata nei report pubblicati online, ci sono le stesse fabbriche e le stesse condizioni di lavoro. Su Reddit compaiono commenti come: &#8220;I brand di lusso non ti vendono solo un capo, ma un&#8217;identità. Se ammetti che quell&#8217;identità sfrutta, il sistema collassa&#8221; Quello che mi dà più fastidio: se potessi permettermi di pagare un ricarico di diverse migliaia di dollari su una borsa, vorrei sapere per certo che una parte proporzionale di quel denaro viene destinata a garantire una produzione e condizioni di lavoro di livello assolutamente mondiale. (…) Per il prezzo di una borsa Dior non ci sono scuse. (…) Quel ricarico del lusso dovrebbe estendersi a ogni fase del processo produttivo. (..) Un&#8217;altra cosa che mi dà fastidio: quasi tutti i marchi di borse, sia di lusso che di fascia media, hanno un&#8217;intera sezione sul loro sito web dedicata a tutte le loro iniziative di sostenibilità e a tutte le certificazioni green delle loro fabbriche&#8230; ma MOLTO pochi (e quasi nessuno di quelli di lusso) hanno informazioni sulle condizioni di lavoro etiche per le persone. La fortezza del lusso, dietro cui i brand hanno nascosto scelte via via più simili al fast fashion, sta crollando. Le nuove regole in arrivo La buona notizia è che qualcosa si muove. La Commissione Europea sta introducendo nuove normative come quelle derivanti dal Green Claims Directive, che obbligheranno i brand a fornire prove verificabili delle loro affermazioni ambientali e sociali. Sarà più difficile nascondersi dietro slogan vaghi o certificazioni opache. Nel frattempo, report come quello del BSI (British Standards Institution) suggeriscono che i brand devono ristrutturare l&#8217;intera filiera, non solo la comunicazione, se vogliono evitare il crollo di fiducia da parte dei consumatori. Cosa possiamo fare noi? Da consumatori, abbiamo più potere di quanto sembri. Possiamo: Chiedere trasparenza: esigere che i brand dichiarino chiaramente dove e da chi è stato fatto un prodotto. Affidarci a strumenti di valutazione indipendenti (come Good On You). Scegliere second-hand o piccoli brand con filiere corte e tracciabili. Diffidare dai claim vaghi come &#8220;green&#8221;, &#8220;eco&#8221;, &#8220;responsabile&#8221; senza dati a supporto. In quale lusso crediamo? Il caso Loro Piana è solo l&#8217;ultima crepa in un sistema che si regge sul mito dell&#8217;eccellenza senza macchia. Ma l&#8217;eccellenza, senza rispetto per i diritti umani e l&#8217;ambiente, è solo facciata. Esistono realtà che cercano di riscrivere il significato di lusso: lo fanno con gesti lenti, manifattura consapevole, filiere trasparenti. Eppure anche loro si confrontano con un sistema che premia l’esclusività più della giustizia.In quale lusso crediamo, allora? Forse in uno che non ha bisogno di sembrare etico, perché lo è davvero. In quello  dei piccoli brand. Che non grida, ma sussurra. Non si misura in status, ma in tempo, cura, giustizia. Che non promette la perfezione, ma prova almeno a non costruire il proprio valore sul silenzio di chi cuce nell’ombra. Esiste un lusso che non ha bisogno di sembrare etico, perché lo è davvero. Siamo pronti a riconoscerlo, anche se non ha un logo noto? &#160;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.spreaker.com/episode/luxurywashing-lusso-fa-rima-con-etica--67177136"><img decoding="async" class=" wp-image-15706 alignleft" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg" alt="" width="211" height="82" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg 1080w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-600x234.jpg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-300x117.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-1024x399.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-768x299.jpg 768w" sizes="(max-width: 211px) 100vw, 211px" /></a>Se chiedessimo a chi acquista capi firmati da migliaia di euro se ritiene quei prodotti più sostenibili, molti risponderebbero di sì. Il prezzo elevato viene spesso interpretato come garanzia di qualità, tracciabilità, attenzione al lavoro umano.</p>
<p style="font-weight: 400;">Eppure, <strong>lo scandalo che ha travolto recentemente Loro Piana,</strong> lo storico marchio del cashmere italiano coinvolto in un&#8217;indagine per caporalato, incrina questa convinzione.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Non è un caso isolato.</strong> Max Mara, Dior, Armani, Valentino sono altri brand recentemente coinvolti in casi di condizioni di lavoro inadeguate. È un sintomo di un problema più profondo. In questo articolo-podcast ci addentriamo nel fenomeno del <em>luxurywashing</em>, ovvero la costruzione di un&#8217;immagine &#8220;green e etica&#8221; che nasconde pratiche non sempre coerenti, anche nel mondo del lusso.</p>
<h5 style="font-weight: 400;">Quali sono le tattiche di greenwashing più utilizzate dai brand di lusso?</h5>
<ul>
<li><strong>Creazione di capsule o collezioni limitate</strong> (ad esempio materiale biologico o riciclato), mentre la produzione principale resta insostenibile.</li>
<li><strong>Promozione di carbon neutrality attraverso compensazioni</strong> (piantagioni, crediti), ma senza ridurre realmente le emissioni interne.</li>
<li><strong>Certificazioni auto‑prodotte</strong> usate in modo ingannevole. Vengono pubblicizzate certificazioni proprie o partnership con enti eco‑apparenti, ma spesso coprono solo una parte minima della supply chain. Alcune certificazioni non sono indipendenti o non applicate su tutta la linea.</li>
<li><strong>Organizzazione di eventi &#8220;green&#8221;</strong> (come sfilate carbon neutral) per creare percezione di impegno, senza modificare la produzione generale.</li>
<li><strong>Investimenti in iniziative sostenibili atti a migliorare i punteggi ESG </strong>(Ambiente, Sociale e Governance), mentre il modello operativo centrale resta intatto — quindi l’immagine verde viene potenziata senza una reale trasformazione.</li>
</ul>
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<p>Se vuoi approfondire, questi sono i <a href="https://dress-ecode.com/greenwashing-7-peccati/">7 peccati del greenwashing</a>.</p>
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<p>Uno studio condotto dalla Commissione Europea nel 2024 ha scoperto che <strong>un gran numero di aziende presenta affermazioni non comprovabili.</strong> L&#8217;indagine ha rilevato che il 53% delle affermazioni &#8220;green&#8221; è vago, fuorivante o infondato, il 40% non è supportato da prove concrete e il 50 percento di tutte le etichette verdi presenta verifiche deboli o inesistenti. Nella moda, un rapporto del 2021 della Changing Markets Foundation ha dimostrato che circa 6 affermazioni green su 10 nel settore erano vaghe, infondate o potenzialmente fuorvianti.</p>
</div>
<h5 style="font-weight: 400;">I dati che smontano il mito</h5>
<p style="font-weight: 400;">Antoine Arnault, figlio di Bernard Arnault, proprietario di LVMH, ha affermato pubblicamente che <strong>i beni di lusso sono &#8220;sostenibili per natura&#8221;</strong>. Ha fatto questa dichiarazione in occasione di un summit sulla sostenibilità nel settore della moda, ma è davvero così?</p>
<p style="font-weight: 400;">Uno studio finanziato da Primark, condotto dalla University of Leeds in collaborazione con Hubbub (2022-2024), ha rivelato che <strong>i capi di lusso non durano più di quelli fast fashion</strong>. Alcuni dei capi più costosi avevano una durata da media a scarsa, come una maglietta da uomo dal prezzo compreso tra 36 e 45 sterline, che si è classificata al 9° posto su 17 articoli. <strong>Il prezzo, quindi, non è indice di maggiore durabilità o qualità strutturale.</strong></p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-19366" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/Prezzo-Durabilita-Moda-Sostenibilita.jpg" alt="" width="2245" height="1587" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/Prezzo-Durabilita-Moda-Sostenibilita.jpg 2245w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/Prezzo-Durabilita-Moda-Sostenibilita-300x212.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/Prezzo-Durabilita-Moda-Sostenibilita-1024x724.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/Prezzo-Durabilita-Moda-Sostenibilita-768x543.jpg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/Prezzo-Durabilita-Moda-Sostenibilita-1536x1086.jpg 1536w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/Prezzo-Durabilita-Moda-Sostenibilita-2048x1448.jpg 2048w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/Prezzo-Durabilita-Moda-Sostenibilita-1160x820.jpg 1160w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/Prezzo-Durabilita-Moda-Sostenibilita-600x424.jpg 600w" sizes="(max-width: 2245px) 100vw, 2245px" /></p>
<p style="font-weight: 400;">Il Business of Fashion Sustainability Index 2023 assegna <strong>punteggi sotto la sufficienza alla maggior parte dei brand di lusso</strong>, per mancanza di trasparenza nelle filiere, soprattutto per quanto riguarda condizioni di lavoro, tracciabilità delle materie prime e gestione dei rifiuti. Non c’è evidenza di maggiore sostenibilità nei marchi luxury rispetto a quelli fast fashion. LVMH non è più sostenibile di H&amp;M o Inditex (di cui fanno parte Zara, Pull&amp;Bear, Bershka).</p>
<figure id="attachment_19359" aria-describedby="caption-attachment-19359" style="width: 1280px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-19359 size-full" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/OkyZf4W_d.webp" alt="" width="1280" height="840" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/OkyZf4W_d.webp 1280w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/OkyZf4W_d-300x197.webp 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/OkyZf4W_d-1024x672.webp 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/OkyZf4W_d-768x504.webp 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/OkyZf4W_d-1160x761.webp 1160w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/OkyZf4W_d-600x394.webp 600w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /><figcaption id="caption-attachment-19359" class="wp-caption-text">Fonte: Business of Fashion</figcaption></figure>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il punto non è solo verificare se i materiali sono biologici o se le emissioni vengono compensate. La questione è più profonda.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Il lusso tradizionalmente si lega a valori estrinseci come la ricchezza, il prestigio e lo status sociale. Sono elementi che parlano più di “apparire” che di “essere”. Al contrario, la sostenibilità si fonda su valori intrinseci come la giustizia sociale, il rispetto per l’ambiente e la connessione autentica con il mondo naturale. <strong>C&#8217;è una tensione evidente tra due visioni del mondo: da un lato, il lusso come simbolo di successo individuale; dall’altro, la sostenibilità come impegno collettivo verso il bene comune.</strong> Conciliarli non è semplice. Secondo Holmes e Bendell, i brand di lusso rischiano di entrare in contraddizione quando cercano di abbracciare la sostenibilità: come possono promuovere sobrietà, giustizia ed equilibrio con la natura, mentre allo stesso tempo alimentano desideri legati al potere, alla distinzione e al privilegio?</p>
<p style="font-weight: 400;">Quando un marchio di lusso si proclama sostenibile, la domanda scomoda diventa: sta davvero cambiando paradigma o semplicemente rivestendo vecchi valori con una patina verde? <strong>Il rischio è che la sostenibilità venga strumentalizzata per rafforzare proprio quei valori estrinseci che invece dovrebbe mettere in discussione.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>E così il lusso resta accessibile a pochi, mentre l’impatto – ambientale e sociale – ricade su molti.</strong> La sostenibilità è svuotata del suo significato più autentico, ridotta a strumento di marketing per nobilitare ciò che di nobile ha poco.</p>
<h5 style="font-weight: 400;">La distanza tra immagine e realtà</h5>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il problema del luxurywashing non sta solo nella mancanza di coerenza, ma nella narrazione costruita.</strong> Il linguaggio evocativo, le campagne emozionali, le capsule &#8220;eco&#8221; o le limited edition sostenibili diventano strumenti di distrazione, quando la base produttiva resta opaca e in parte illegale. Ricordo che, durante il corso <em data-start="101" data-end="151">Sustainable Business Models in the Luxury Sector</em>, una studentessa presentò Loro Piana come esempio di brand sostenibile, ammaliata da fonti trovate online sull’impatto positivo del marchio. <strong>In passato, Loro Piana è stata accusata di costruire la propria narrazione sostenibile attorno alla vicun˜a (un materiale pregiato prodotto con il pelo della <b>vigogna, un camelide peruviano che vive sulle Ande)</b>, senza però fornire dati trasparenti sull’effettivo impatto socio-ambientale e sui benefici restituiti alle comunità andine coinvolte nella sua raccolta.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Nel caso Loro Piana, azienda del gruppo LVMH, il cashmere più pregiato al mondo è stato cucito da lavoratori sottopagati, costretti a turni massacranti, in ambienti insalubri.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Spendere 2.000 euro per un maglione e scoprire che chi l&#8217;ha realizzato prende 4 euro l&#8217;ora lavorando fino a 90 ore alla settimana fa vacillare tutto il senso del valore<em>.</em></strong></p>
<p data-start="155" data-end="474"><span data-olk-copy-source="MailCompose">Oggi sappiamo che anche i marchi più prestigiosi affidano la produzione a stabilimenti in Paesi come Croazia, Moldavia, Albania. Prada, Hugo Boss e Dolce &amp; Gabbana e altri brand sono stati citati in un recente rapporto di <i>Clean Clothes Campaign</i> sulle condizioni di lavoro nel cosiddetto <i>cluster tessile euro-mediterraneo</i> — un’area di produzione che comprende Paesi dell’Europa orientale.</span></p>
<p data-start="476" data-end="1036">Il rapporto evidenzia che in Croazia, ad esempio, alcuni fornitori di Hugo Boss pagano salari pari a circa un terzo di quanto sarebbe considerato un salario dignitoso. Un portavoce di Hugo Boss ha risposto affermando che l’azienda richiede ai propri fornitori il rispetto delle normative nazionali sul salario minimo. Tuttavia, ha anche specificato che la negoziazione salariale è una questione che riguarda esclusivamente il datore di lavoro locale, i dipendenti e le istituzioni competenti di ciascun Paese, pur dichiarandosi “aperta al dialogo costruttivo”.</p>
<p data-start="1038" data-end="1340">Secondo il report, Germania e Italia rappresentano le principali destinazioni di questi capi prodotti nel cluster euro-mediterraneo. Non solo marchi del fast fashion, come Primark e Tesco, ma anche brand di lusso come Versace, Dolce &amp; Gabbana, Armani e Max Mara si riforniscono da questi stabilimenti.</p>
<p data-start="1342" data-end="1669">Clean Clothes Campaign sottolinea che <em data-start="1383" data-end="1392">nessuno</em> dei marchi di fascia alta menzionati ha risposto ufficialmente alle accuse contenute nel rapporto. Hugo Boss, che aveva ricevuto un&#8217;anteprima dello studio <em data-start="1556" data-end="1569">Stitched Up</em>, non ha fornito dichiarazioni specifiche sui risultati emersi (fonte The Guardian).</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il settore del lusso può sembrare al di fuori di un sistema che trasferisce la produzione dove i costi bassi dei lavoratori consentano un aumento dei profitti. Invece dietro la facciata di artigianalità, design, qualità, unicità e sostenibilità, sbandierata nei report pubblicati online, ci sono le stesse fabbriche e le stesse condizioni di lavoro.</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-19371" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/freepik__the-style-is-candid-image-photography-with-natural__16571.png" alt="" width="1216" height="832" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/freepik__the-style-is-candid-image-photography-with-natural__16571.png 1216w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/freepik__the-style-is-candid-image-photography-with-natural__16571-300x205.png 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/freepik__the-style-is-candid-image-photography-with-natural__16571-1024x701.png 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/freepik__the-style-is-candid-image-photography-with-natural__16571-768x525.png 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/freepik__the-style-is-candid-image-photography-with-natural__16571-1160x794.png 1160w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/07/freepik__the-style-is-candid-image-photography-with-natural__16571-600x411.png 600w" sizes="auto, (max-width: 1216px) 100vw, 1216px" /></p>
<p style="font-weight: 400;">Su Reddit compaiono commenti come:</p>
<blockquote><p><em>&#8220;I brand di lusso non ti vendono solo un capo, ma un&#8217;identità. Se ammetti che quell&#8217;identità sfrutta, il sistema collassa&#8221;</em></p>
<p style="font-weight: 400;"><em>Quello che mi dà più fastidio: se potessi permettermi di pagare un ricarico di diverse migliaia di dollari su una borsa, vorrei sapere per certo che una parte proporzionale di quel denaro viene destinata a garantire una produzione e condizioni di lavoro di livello assolutamente mondiale. (…) Per il prezzo di una borsa Dior non ci sono scuse. (…) Quel ricarico del lusso dovrebbe estendersi a ogni fase del processo produttivo. (..) Un&#8217;altra cosa che mi dà fastidio: quasi tutti i marchi di borse, sia di lusso che di fascia media, hanno un&#8217;intera sezione sul loro sito web dedicata a tutte le loro iniziative di sostenibilità e a tutte le certificazioni green delle loro fabbriche&#8230; ma MOLTO pochi (e quasi nessuno di quelli di lusso) hanno informazioni sulle condizioni di lavoro etiche per le persone.</em></p>
</blockquote>
<p style="font-weight: 400;"><strong>La fortezza del lusso, dietro cui i brand hanno nascosto scelte via via più simili al fast fashion, sta crollando.</strong></p>
<p><iframe title="Spotify Embed: Luxurywashing: lusso fa rima con etica?" style="border-radius: 12px" width="100%" height="152" frameborder="0" allowfullscreen allow="autoplay; clipboard-write; encrypted-media; fullscreen; picture-in-picture" loading="lazy" src="https://open.spotify.com/embed/episode/1A54Af0bWlHou9cu4QBSXV?si=a23d786b4a4c4c93&#038;utm_source=oembed"></iframe></p>
<h5 style="font-weight: 400;">Le nuove regole in arrivo</h5>
<p style="font-weight: 400;">La buona notizia è che qualcosa si muove. La Commissione Europea sta introducendo nuove normative come quelle derivanti dal Green Claims Directive, che obbligheranno i brand a fornire prove verificabili delle loro affermazioni ambientali e sociali. Sarà più difficile nascondersi dietro slogan vaghi o certificazioni opache.</p>
<p style="font-weight: 400;">Nel frattempo, report come quello del BSI (British Standards Institution) suggeriscono che <strong>i brand devono ristrutturare l&#8217;intera filiera, non solo la comunicazione,</strong> se vogliono evitare il crollo di fiducia da parte dei consumatori.</p>
<h5 style="font-weight: 400;">Cosa possiamo fare noi?</h5>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Da consumatori, abbiamo più potere di quanto sembri.</strong> Possiamo:</p>
<ul style="font-weight: 400;">
<li>Chiedere trasparenza: esigere che i brand dichiarino chiaramente dove e da chi è stato fatto un prodotto.</li>
<li>Affidarci a strumenti di valutazione indipendenti (come Good On You).</li>
<li>Scegliere second-hand o piccoli brand con filiere corte e tracciabili.</li>
<li>Diffidare dai claim vaghi come &#8220;green&#8221;, &#8220;eco&#8221;, &#8220;responsabile&#8221; senza dati a supporto.</li>
</ul>
<h5 style="font-weight: 400;">In quale lusso crediamo?</h5>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il caso Loro Piana è solo l&#8217;ultima crepa in un sistema che si regge sul mito dell&#8217;eccellenza senza macchia.</strong> Ma l&#8217;eccellenza, senza rispetto per i diritti umani e l&#8217;ambiente, è solo facciata.</p>
<p style="font-weight: 400;">Esistono realtà che cercano di riscrivere il significato di lusso: lo fanno con gesti lenti, manifattura consapevole, filiere trasparenti. Eppure anche loro si confrontano con un sistema che premia l’esclusività più della giustizia.<br data-start="2201" data-end="2204" />In quale lusso crediamo, allora?</p>
<p style="font-weight: 400;">Forse in uno che non ha bisogno di sembrare etico, perché lo è davvero.<strong> In quello  dei piccoli brand. Che non grida, ma sussurra. Non si misura in status, ma in tempo, cura, giustizia. Che non promette la perfezione, ma prova almeno a non costruire il proprio valore sul silenzio di chi cuce nell’ombra. <span data-olk-copy-source="MailCompose">Esiste un lusso che non ha bisogno di sembrare etico, perché lo è davvero. Siamo pronti a riconoscerlo, anche se non ha un logo noto?</span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>“Siete obese”: La fiaba cupa delle lavoratrici dietro ai lustrini della moda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[dressecode]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Jun 2025 11:01:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Companies / Aziende]]></category>
		<category><![CDATA[Fashion/Moda]]></category>
		<category><![CDATA[Modern slavery / Schiavitù moderna]]></category>
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					<description><![CDATA[Quando la moda dimentica chi la cuce Tra gli anni Sessanta e Settanta, le operaie tessili di Reggio Emilia scesero in sciopero nelle principali fabbriche come Confit, Bloch, Maska, Max Mara, non solo per il salario. Chiedevano diritti sul corpo, sulla salute, sul tempo. Lavoravano in ambienti saturi di fibre, in piedi per ore, con turni notturni che non lasciavano spazio alla maternità, alla vita, alla dignità. Quelle donne, spesso invisibili nelle narrazioni sindacali dell’epoca, portarono nel cuore delle fabbriche un&#8217;urgenza nuova: la lotta non era solo economica. Era esistenziale. In casi come Max Mara, le lavoratrici chiedevano il riconoscimento delle organizzazioni sindacali e dei contratti nazionali di lavoro del settore. “La richiesta di migliorare l’ambiente di lavoro e di agire in difesa della salute […] rappresentò una significativa presa di parola e un campo di mobilitazione autonomo per molte donne” da Le lotte delle operaie tessili reggiane, Genere Lavoro Cultura Tecnica All’interno di aziende tessili come quelle del Gruppo Max Mara, le lavoratrici promossero auto-inchieste sulle condizioni ambientali e sanitarie nei luoghi di lavoro. Un’indagine svolta in collaborazione con il Centro di Medicina del Lavoro di Guastalla rivelò gravi criticità: temperature elevate, scarsa ventilazione, rumore, polveri tessili, mancanza di luce naturale e postazioni sedentarie forzate. Le conseguenze erano diffuse: disturbi ginecologici, muscolari, visivi e psicosomatici come ansia e irritabilità. Cinquantaquattro anni dopo, sembra che il filo si sia annodato nello stesso punto. Maggio 2025. Le lavoratrici della Manifattura San Maurizio – sede della produzione Max Mara – scioperano. “Qui siamo fermi agli anni ’80” – spiega Erica Morelli, segretaria generale Filctem Cgil Reggio Emilia. Proprio lì, nella provincia di Reggio Emilia dove le operaie erano scese in sciopero, le lavoratrici moderne denunciano un sistema produttivo che sembra aver dimenticato tutto. Che impone ritmi forsennati, paga a cottimo mascherato, sorveglia costantemente per produrre sempre di più. Che le giudica per il corpo – troppo lente, troppo grasse, “mucche da mungere”- invitandole a fare esercizi a casa per dimagrire, come hanno denunciato intervistate da Ilaria Mauri de Il Fatto Quotidiano  Un linguaggio che degrada, disumanizza. E dietro quel linguaggio, un’organizzazione che sfrutta il silenzio e la necessità di portare a casa uno stipendio. “Ci pagano praticamente a cottimo e controllano anche quante volte andiamo in bagno, ma siamo tutte donne, abbiamo il ciclo: è disumano” Non è solo Max Mara. Negli stessi giorni, a fine maggio, i carabinieri della Stazione di Modena e del Nucleo ispettorato del lavoro di Modena irrompono in un laboratorio tessile a Cognento, vicino Modena e scoprono lavoratori cinesi assunti in nero, sottopagati, privi di diritti. La responsabile cinese viene arrestata. Nell&#8217;autunno del 2024, tra Reggio e Modena un&#8217;operazione contro il caporalato coordinata dalla Procura di Reggio porta al sequestro di sette laboratori del settore manifatturiero e del confezionamento di capi di abbigliamento. Vengono alla luce gravi condizioni di sfruttamento, violazioni delle norme di salute e sicurezza e condizioni precarie e degradanti degli alloggi. Nel Nord affiorano casi analoghi: A Tezze sul Brenta (Vicenza), blitz della Guardia di Finanza: laboratorio sequestrato, dormitori ricavati nei capannoni, impianti pericolosi (Il Giornale di Vicenza) A Serravalle a Po (Mantova), ispettorato locale ha scoperto operai in nero, normative sicurezza disattese. La Procura della Repubblica di Mantova ha denunciato un 29enne di origini cinesi (Gazzetta di Mantova) A Cabiate (Como), chiuso un laboratorio tessile cinese che produce per conto dei migliori brand italiani nel settore moda (Il Giorno) A Milano e Monza, altri laboratori vengono multati. Sette titolari cinesi sono denunciati per caporalato. Manodopera irregolare e clandestina in condizioni di sfruttamento. Completamente inosservate anche le norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e mancato anche il rispetto dei Contratti nazionali di lavoro riguardo a retribuzioni, orari, pause e ferie (il Cittadino Monza e Brianza). A Milano, chiusa una fabbrica-dormitorio dove gli operai erano pagati 4 euro all’ora per lavorare fino a 90 ore alla settimana, 7 giorni su 7 (Ansa). Le etichette sono italiane, le condizioni no. Ma l’indignazione si spegne presto, come una storia su Instagram. Eppure queste storie gridano. Gridano un ritorno del caporalato sotto nuove forme. Gridano che anche nella moda di fascia alta la dignità umana può essere cucita via, punto dopo punto, in nome della produttività. Le mani che confezionano il cappotto perfetto non compaiono mai in passerella. Ma sono lì, usurate, controllate, stanche. E ora finalmente parlano. È questa la “collezione primavera-estate” della moda italiana? Corpi denigrati, voci ignorate, eleganza fondata sul sacrificio altrui. La filiera della moda – lusso compreso – è tessuta di contraddizioni: belle immagini e filati di silenzio. La sostenibilità non può essere una parola vuota sui cartellini. Deve essere una presa in carico pubblica: ambientale, economica, umana. Se c’è qualcosa da ricordare oggi, è questo: dietro a un cappotto da mille euro, c’è la temperatura di corpi spremuti. Se vogliamo parlare di moda giusta, iniziamo da chi quella moda la cuce. Riflessioni Il corpo femminile come «misura» di produttività: quel “mucche da mungere” è la via estrema del body‑shaming industriale, dove il corpo diventa strumento, non soggetto. Il modello della catena invisibile: abiti che costano migliaia di euro nascono da un meccanismo disumano di caporalato, ramificazioni illegali che svelano l’anima oscura della filiera della moda. Dallo sfruttamento alla ribellione: dalle lotte delle operaie tessili degli anni ’70 – che hanno posto le tematiche di genere e salute sul tavolo – oggi rialzare la testa è un’esigenza politica, sociale, estetica. La bellezza non può prescindere dalla dignità. &#160; Cosa è necessario fare ora: Azione Scopo Ispezioni mirate su stabilimenti storici come Manifattura e sub-forniture Verificare contratti, applicazione CCNL e sicurezza Trasparenza delle filiere I marchi dichiarino origine, condizioni e terze parti coinvolte Dialogo sindacale reale Apertura a contrattazioni integrative e monitoraggio da CGIL/UIL. Sensibilizzazione dei consumatori Rendere visibili i prezzi sociali  dietro ogni capo Revisione del ruolo delle istituzioni Dal governo a livello locale, sorveglianza, sanzioni efficaci &#160; &#160;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><em><a href="https://www.spreaker.com/episode/siete-obese-la-fiaba-cupa-delle-lavoratrici-dietro-ai-lustrini-della-moda--66738377"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-15706 alignleft" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg" alt="" width="187" height="73" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg 1080w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-600x234.jpg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-300x117.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-1024x399.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-768x299.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 187px) 100vw, 187px" /></a>Quando la moda dimentica chi la cuce</em></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Tra gli anni Sessanta e Settanta, le operaie tessili di Reggio Emilia scesero in sciopero</strong> nelle principali fabbriche come Confit, Bloch, Maska, Max Mara, non solo per il salario. Chiedevano diritti sul corpo, sulla salute, sul tempo. Lavoravano in ambienti saturi di fibre, in piedi per ore, con turni notturni che non lasciavano spazio alla maternità, alla vita, alla dignità. Quelle donne, spesso invisibili nelle narrazioni sindacali dell’epoca, portarono nel cuore delle fabbriche un&#8217;urgenza nuova: <strong>la lotta non era solo economica. Era esistenziale.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">In casi come Max Mara, le lavoratrici chiedevano il riconoscimento delle organizzazioni sindacali e dei contratti nazionali di lavoro del settore.</p>
<blockquote><p>“La richiesta di migliorare l’ambiente di lavoro e di agire in difesa della salute […] rappresentò una significativa presa di parola e un campo di mobilitazione autonomo per molte donne”</p>
<p><em>da Le lotte delle operaie tessili reggiane, Genere Lavoro Cultura Tecnica</em></p></blockquote>
<p style="font-weight: 400;">All’interno di aziende tessili come quelle del Gruppo Max Mara, le lavoratrici promossero auto-inchieste sulle condizioni ambientali e sanitarie nei luoghi di lavoro. Un’indagine svolta in collaborazione con il Centro di Medicina del Lavoro di Guastalla rivelò <strong>gravi criticità</strong>: temperature elevate, scarsa ventilazione, rumore, polveri tessili, mancanza di luce naturale e postazioni sedentarie forzate. Le conseguenze erano diffuse: disturbi ginecologici, muscolari, visivi e psicosomatici come ansia e irritabilità.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-19319 alignleft" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/06/freepik__the-style-is-modern-and-it-is-a-detailed-illustrat__12771.jpeg" alt="" width="254" height="508" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/06/freepik__the-style-is-modern-and-it-is-a-detailed-illustrat__12771.jpeg 704w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/06/freepik__the-style-is-modern-and-it-is-a-detailed-illustrat__12771-150x300.jpeg 150w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/06/freepik__the-style-is-modern-and-it-is-a-detailed-illustrat__12771-512x1024.jpeg 512w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/06/freepik__the-style-is-modern-and-it-is-a-detailed-illustrat__12771-600x1200.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 254px) 100vw, 254px" />Cinquantaquattro anni dopo, sembra che il filo si sia annodato nello stesso punto.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Maggio 2025. Le lavoratrici della Manifattura San Maurizio – sede della produzione Max Mara – scioperano. “Qui siamo fermi agli anni ’80” – spiega Erica Morelli, segretaria generale Filctem Cgil Reggio Emilia.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Proprio lì, nella provincia di Reggio Emilia dove le operaie erano scese in sciopero, le lavoratrici moderne denunciano un sistema produttivo che sembra aver dimenticato tutto.</strong> Che impone ritmi forsennati, paga a cottimo mascherato, sorveglia costantemente per produrre sempre di più. Che le giudica per il corpo – troppo lente, troppo grasse, “mucche da mungere”- invitandole a fare esercizi a casa per dimagrire, come hanno denunciato intervistate da Ilaria Mauri de <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2025/06/07/siete-mucche-da-mungere-ed-e-sciopero-a-max-mara/8017712/"><em>Il Fatto Quotidiano</em></a>  Un linguaggio che degrada, disumanizza. E dietro quel linguaggio, un’organizzazione che sfrutta il silenzio e la necessità di portare a casa uno stipendio.</p>
<blockquote><p>“Ci pagano praticamente a cottimo e controllano anche quante volte andiamo in bagno, ma siamo tutte donne, abbiamo il ciclo: è disumano”</p></blockquote>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Non è solo Max Mara.</strong> Negli stessi giorni, a fine maggio, i carabinieri della Stazione di Modena e del Nucleo ispettorato del lavoro di Modena irrompono in un laboratorio tessile a Cognento, vicino Modena e scoprono lavoratori cinesi assunti in nero, sottopagati, privi di diritti. La responsabile cinese viene arrestata.</p>
<p>Nell&#8217;autunno del 2024, tra Reggio e Modena un&#8217;operazione contro il caporalato coordinata dalla Procura di Reggio porta al sequestro di sette laboratori del settore manifatturiero e del confezionamento di capi di abbigliamento. Vengono alla luce gravi condizioni di sfruttamento, violazioni delle norme di salute e sicurezza e condizioni precarie e degradanti degli alloggi.</p>
<p style="font-weight: 400;"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-19321 alignright" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/06/freepik__the-style-is-modern-and-it-is-a-detailed-illustrat__12772.jpeg" alt="" width="285" height="571" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/06/freepik__the-style-is-modern-and-it-is-a-detailed-illustrat__12772.jpeg 704w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/06/freepik__the-style-is-modern-and-it-is-a-detailed-illustrat__12772-150x300.jpeg 150w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/06/freepik__the-style-is-modern-and-it-is-a-detailed-illustrat__12772-512x1024.jpeg 512w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/06/freepik__the-style-is-modern-and-it-is-a-detailed-illustrat__12772-600x1200.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 285px) 100vw, 285px" />Nel Nord affiorano casi analoghi:</p>
<ul style="font-weight: 400;">
<li>A Tezze sul Brenta (Vicenza), blitz della Guardia di Finanza: laboratorio sequestrato, dormitori ricavati nei capannoni, impianti pericolosi (<a href="https://www.ilgiornaledivicenza.it/territorio-vicentino/bassano/lavoro-nero-e-macchinari-pericolosi-laboratorio-tessile-sotto-sequestro-1.10663553">Il Giornale di Vicenza</a>)</li>
<li>A Serravalle a Po (Mantova), ispettorato locale ha scoperto operai in nero, normative sicurezza disattese. La Procura della Repubblica di Mantova ha denunciato un 29enne di origini cinesi (<a href="https://www.gazzettadimantova.it/territorio-mantovano/carabinieri-serravalle-po-mantova-lavoro-nero-cinesi-1.12654237?">Gazzetta di Mantova</a>)</li>
<li>A Cabiate (Como), chiuso un laboratorio tessile cinese che produce per conto dei migliori brand italiani nel settore moda (<a href="https://www.ilgiorno.it/como/cronaca/cabiate-laboratorio-cinese-tessile-bw2giyxy">Il Giorno</a>)</li>
<li>A Milano e Monza, altri laboratori vengono multati. Sette titolari cinesi sono denunciati per caporalato. Manodopera irregolare e clandestina in condizioni di sfruttamento. Completamente inosservate anche le norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e mancato anche il rispetto dei Contratti nazionali di lavoro riguardo a retribuzioni, orari, pause e ferie (<a href="https://www.ilcittadinomb.it/news/cronaca/presunto-caporalato-sette-denunce-laboratori-anche-in-brianza/">il Cittadino Monza e Brianza</a>). A Milano, chiusa una fabbrica-dormitorio dove gli operai erano pagati 4 euro all’ora per lavorare fino a 90 ore alla settimana, 7 giorni su 7 (<a href="https://www.ansa.it/lombardia/notizie/2025/05/20/al-lavoro-90-ore-a-settimana-chiusa-una-fabbrica-dormitorio_9ab9a1ae-6fa9-41c9-952a-3e67af38aa56.html?">Ansa</a>).</li>
</ul>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Le etichette sono italiane, le condizioni no.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Ma l’indignazione si spegne presto, come una storia su Instagram.</p>
<p style="font-weight: 400;">Eppure queste storie gridano. Gridano un ritorno del caporalato sotto nuove forme. Gridano che anche nella moda di fascia alta la dignità umana può essere cucita via, punto dopo punto, in nome della produttività. Le mani che confezionano il cappotto perfetto non compaiono mai in passerella. Ma sono lì, usurate, controllate, stanche. E ora finalmente parlano.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>È questa la “collezione primavera-estate” della moda italiana?</strong> Corpi denigrati, voci ignorate, eleganza fondata sul sacrificio altrui. La filiera della moda – lusso compreso – è tessuta di contraddizioni: belle immagini e filati di silenzio.</p>
<p style="font-weight: 400;">La sostenibilità non può essere una parola vuota sui cartellini. Deve essere una presa in carico pubblica: ambientale, economica, umana. Se c’è qualcosa da ricordare oggi, è questo: dietro a un cappotto da mille euro, c’è la temperatura di corpi spremuti. <strong>Se vogliamo parlare di moda giusta, iniziamo da chi quella moda la cuce.</strong></p>
<p><iframe title="Spotify Embed: “Siete obese”: La fiaba cupa delle lavoratrici dietro ai lustrini della moda" style="border-radius: 12px" width="100%" height="152" frameborder="0" allowfullscreen allow="autoplay; clipboard-write; encrypted-media; fullscreen; picture-in-picture" loading="lazy" src="https://open.spotify.com/embed/episode/5vHns60nybbupqYZEMepxg?si=a2323830eb554dc3&#038;utm_source=oembed"></iframe></p>
<h5 style="font-weight: 400;"><span style="color: #ac5e6e;"><strong>Riflessioni</strong></span></h5>
<ul style="font-weight: 400;">
<li><strong>Il corpo femminile come «misura» di produttività</strong>: quel “mucche da mungere” è la via estrema del body‑shaming industriale, dove il corpo diventa strumento, non soggetto.</li>
<li><strong>Il modello della catena invisibile</strong>: abiti che costano migliaia di euro nascono da un meccanismo disumano di caporalato, ramificazioni illegali che svelano l’anima oscura della filiera della moda.</li>
<li><strong>Dallo sfruttamento alla ribellione</strong>: dalle lotte delle operaie tessili degli anni ’70 – che hanno posto le tematiche di genere e salute sul tavolo – oggi rialzare la testa è un’esigenza politica, sociale, estetica. La bellezza non può prescindere dalla dignità.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<h5 style="font-weight: 400;"><span style="color: #ac5e6e;"><strong>Cosa è necessario fare ora:</strong></span></h5>
<table style="font-weight: 400;">
<thead>
<tr>
<td><strong>Azione</strong></td>
<td><strong>Scopo</strong></td>
</tr>
</thead>
<tbody>
<tr>
<td><strong>Ispezioni mirate</strong> su stabilimenti storici come Manifattura e sub-forniture</td>
<td>Verificare contratti, applicazione CCNL e sicurezza</td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Trasparenza delle filiere</strong></td>
<td>I marchi dichiarino origine, condizioni e terze parti coinvolte</td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Dialogo sindacale reale</strong></td>
<td>Apertura a contrattazioni integrative e monitoraggio da CGIL/UIL.</td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Sensibilizzazione dei consumatori</strong></td>
<td>Rendere visibili i prezzi sociali  dietro ogni capo</td>
</tr>
<tr>
<td><strong>Revisione del ruolo delle istituzioni</strong></td>
<td>Dal governo a livello locale, sorveglianza, sanzioni efficaci</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Appropriazione culturale nella moda: una guida per un fashion system etico e sostenibile</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Jan 2025 09:37:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Diversity&inclusion]]></category>
		<category><![CDATA[Fashion/Moda]]></category>
		<category><![CDATA[Modern slavery / Schiavitù moderna]]></category>
		<category><![CDATA[appropriazione culturale]]></category>
		<category><![CDATA[colonialismo moderno]]></category>
		<category><![CDATA[cultural appropriation]]></category>
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					<description><![CDATA[ La moda trae spesso ispirazione da culture diverse, ma quando avviene senza riconoscimento o compensazione economica si rischia di scivolare nell’appropriazione culturale. È fondamentale distinguere tra apprezzamento e appropriazione: mentre il primo implica rispetto e riconoscimento, la seconda comporta l&#8217;utilizzo di elementi culturali senza consenso, principalmente per profitto. In sostanza, l&#8217;appropriazione culturale si riferisce all&#8217;atto di prendere in prestito, imitare o adottare elementi di una cultura da parte di membri di un&#8217;altra cultura, spesso senza comprendere, attribuire o rispettare il significato e il contesto culturale di quegli elementi (Chumo 2023). L’uso di simboli indigeni è in crescita, ma senza il dovuto rispetto. Pham e Nguyen (2018) hanno analizzato il fenomeno nei magazine di moda e nei social media, scoprendo che l’uso di simboli culturali indigeni è aumentato negli ultimi 5 anni, spesso senza riconoscimento o attribuzione. Il risultato? Proteste e reazioni negative da parte delle comunità coinvolte. Le fashion week: tra inclusività e appropriazione Kim e Park (2020) hanno confrontato diverse fashion week globali, evidenziando che mentre alcuni eventi promuovono collaborazioni autentiche con designer di diverse culture, altri continuano a presentare collezioni con elementi culturalmente appropriati. I designer marginalizzati lottano per preservare la loro cultura. Smith e Johnson (2016) hanno intervistato stilisti provenienti da comunità marginalizzate, rivelando che molti di loro si sentono spinti a conformarsi alle tendenze del mercato, rischiando di appropriarsi involontariamente delle loro stesse tradizioni. Differenze tra apprezzamento, ispirazione e appropriazione Il tema è complesso, a partire dal confine tra prendere ispirazione e appropriarsi di elementi di un’altra cultura. Proviamo a fare chiarezza. Apprezzamento → Riconoscere e celebrare un’altra cultura con rispetto, spesso coinvolgendo le comunità di origine e dando loro credito. Ispirazione → Lasciarsi influenzare da elementi estetici, simbolici o tecnici di una cultura senza copiarli direttamente. L’ispirazione avviene in modo contestualizzato e consapevole, evitando di snaturare il significato originale. Appropriazione → Adottare elementi di una cultura senza comprenderne o rispettarne il contesto, spesso semplificandoli, svuotandoli del loro significato o sfruttandoli per fini commerciali senza coinvolgere la comunità di appartenenza. ⚠️ Come riconoscere l’appropriazione culturale? Nelle immagini seguenti riportiamo alcune Red Flag per riconoscere l’appropriazione culturale nella moda e scoprire i segnali d’allarme da non sottovalutare. Clicca sulla foto qui sotto: &#160; Esempi di appropriazione culturale In questo reel raccontiamo di alcuni casi che si sono verificari nel settore della moda. Impatto sulle culture coinvolte Sfruttamento senza riconoscimento – Le comunità che hanno creato certi design, tessuti o simboli spesso non ricevono né crediti né compensi economici generati dalla loro creatività e artigianalità. Perdita di significato culturale – Quando un elemento viene commercializzato senza rispetto per il suo contesto originale, può perdere il suo valore spirituale o identitario, riducendolo a semplici tendenze della moda. Rafforzamento stereotipi – La Teoria Critica della Razza (CRT), fondata da un gruppo di giuristi tra cui Derrick Bell e Kimberlé Crenshaw, aiuta a comprendere come l’appropriazione culturale rafforzi stereotipi, discriminazione e gerarchie razziali (Chumo 2023). Mancanza di diversità e inclusione &#8211; Le comunità indigene e locali hanno spesso difficoltà a essere coinvolte risultando così poco rappresentate e inasprendo la mancanza di diversità, sia nel design sia nella rappresentazione, di cui la moda è spesso accusata. Colonialismo culturale moderno – L’appropriazione culturale perpetua dinamiche di potere in cui le culture dominanti traggono beneficio economico e simbolico da elementi appartenenti a minoranze, senza contribuire al loro benessere. Studiosi come Edward Said, Homi Bhabha e Gayatri Spivak hanno evidenziato come le eredità coloniali abbiano modellato la moda, influenzando il modo in cui elementi culturali vengono adottati e reinterpretati. Rischi per i brand Nell’era della consapevolezza culturale, anche un piccolo errore può far sembrare un brand insensibile e poco attento. Prendere elementi culturali senza il giusto contesto e rispetto può esporre a diversi rischi significativi: Danno all&#8217;immagine e alla reputazione – Se un marchio viene accusato di appropriazione culturale, può subire una ripercussione negativa sui social media e nella stampa, perdendo la fiducia dei consumatori. Boicottaggi e perdita di vendite – I consumatori, soprattutto le nuove generazioni attente all&#8217;etica e alla diversità, possono smettere di acquistare da un brand percepito come insensibile o irrispettoso. Chen e Lee (2019) hanno dimostrato che i consumatori informati sulle pratiche di appropriazione culturale tendono a boicottare i brand coinvolti e a preferire marchi che valorizzano la cultura in modo autentico. Azioni legali e richieste di risarcimento – Alcune culture stanno lavorando per proteggere legalmente le proprie tradizioni. Dopo le accuse a Carolina Herrera di aver copiato ricami della comunità indigena di Tenango senza permesso, nuovamente nel 2021 il ministero messicano della cultura ha incolpato Zara di copiare i tradizionali abiti “huipiles“dello stato di Oaxaca. Necessità di gestire crisi PR – I brand che incappano in polemiche devono spesso rimediare con scuse pubbliche, donazioni o collaborazioni con le comunità colpite, ma non sempre riescono a riparare il danno. Strategie per fermare l’appropriazione culturale Comprendere i significati culturali Non basta apprezzare superficialmente un elemento di design. È necessario approfondire e comprendere cosa rappresenta veramente, studiando il significato culturale degli elementi per evitare appropriazioni involontarie. Collaborare autenticamente con le comunità culturali Includere designer e artisti delle culture rappresentate nel processo creativo. Il rispetto si manifesta attraverso collaborazioni genuine e la ricerca di partnership con individui provenienti da contesti culturali diversi. Trasparenza e attribuzione Dichiarare l&#8217;origine di un design e riconoscere adeguatamente quando sono incorporati elementi culturali dimostra ai clienti correttezza e vero rispetto delle culture. Questa trasparenza costruisce fiducia con i consumatori e dimostra un impegno verso pratiche responsabili. Sostenere le comunità culturali Garantire che artigiani e creativi siano compensati equamente per il loro contributo. Informare i consumatori Mettere a conoscenza i consumatori delle implicazioni dell&#8217;appropriazione culturale può condurre a decisioni di acquisto più responsabili. I social media, hanno un ruolo chiave sia nell’amplificare i casi di appropriazione culturale sia nel promuovere educazione e consapevolezza culturale. Sono necessari linee guida più rigorose per i contenuti e un uso responsabile delle piattaforme da parte di influencer e marchi. I media della moda e gli influencer dovrebbero impegnarsi in sforzi educativi per diffondere consapevolezza. Costruire un forte quadro legale Le leggi attuali non proteggono adeguatamente il patrimonio culturale. Ng e Wong (2018) hanno analizzato le sfide legali dell’appropriazione culturale nella moda, evidenziando che le attuali normative non tutelano efficacemente le culture marginalizzate. La collaborazione tra governi e industria della moda per sviluppare normative più solide che salvaguardino l’eredità culturale delle comunità è essenziale. Creare spazi sicuri e inclusivi I designer marginalizzati lottano per preservare la loro cultura. Smith e Johnson (2016) hanno intervistato stilisti provenienti da comunità marginalizzate, rivelando che molti di loro si sentono spinti a conformarsi alle tendenze del mercato, rischiando di appropriarsi involontariamente delle loro stesse tradizioni. La creazione di spazi sicuri e inclusivi che permettano ai designer di esprimere la loro identità senza pressioni commerciali può ridurre questo rischio. Confini tra Ispirazione e Appropriazione Coinvolgimento della comunità d&#8217;origine: Se un designer lavora con artisti, artigiani o esperti della cultura da cui trae ispirazione, dando loro riconoscimento e compensazione, è ispirazione. Se invece prende elementi senza permesso o riconoscimento, è appropriazione. Modifica e contestualizzazione: Se un elemento culturale viene reinterpretato con sensibilità e rispetto, senza privarlo della sua identità e senza travisarne il significato, è ispirazione. Se viene decontestualizzato e usato solo come ornamento, è appropriazione. Intenzione e impatto: Se l’obiettivo è omaggiare una cultura con rispetto e senza vantaggi unilaterali, è ispirazione. Se invece il risultato porta vantaggi economici a chi si appropria di un simbolo senza restituire nulla alla comunità d’origine, è appropriazione. Un esempio pratico: Ispirazione: Un brand che studia i motivi tessili africani e collabora con artigiani locali per creare una collezione riconoscendo il loro contributo. Appropriazione: Un marchio di lusso che usa motivi Maasai su accessori senza consultare o compensare la comunità Maasai. In sintesi, la chiave è il rispetto e il coinvolgimento attivo della cultura da cui si trae ispirazione. Conclusioni L&#8217;appropriazione culturale è un concetto profondamente intrecciato con l&#8217;industria della moda, dove tendenze e implicazioni si intersecano in modi complessi. Riconoscere l&#8217;importanza della sensibilità culturale, della collaborazione e dell&#8217;istruzione all&#8217;interno del settore può aiutare ad attenuare le conseguenze negative dell&#8217;appropriazione culturale e promuovere un approccio più inclusivo e rispettoso allo scambio culturale nella moda (Chumo 2023). Martinez (2017) ha indagato il ruolo di Instagram e TikTok, rivelando che le piattaforme spesso diffondono inconsapevolmente pratiche di appropriazione culturale. Tuttavia, sempre più utenti stanno diventando critici verso i brand, chiedendo maggiore rispetto e trasparenza. In un&#8217;epoca in cui i consumatori premiano l&#8217;etica e l&#8217;autenticità, la moda ha il potenziale per diventare un potente strumento di inclusione e valorizzazione culturale, ma questo può avvenire solo attraverso un approccio consapevole e rispettoso. &#160; Fonti Chumo Lewis (2023), Cultural Appropriation in the Fashion Industry: A Critical Examination of Trends and Implications, Faculty of Arts, Catholic University International Journal of Arts, Recreation and Sports, ISSN: 3005- 5393 Chen e Lee (2019), Cultural Appropriation and Consumer Behavior: Implications for the Fashion Industry. Journal of Consumer Research Kim e Park (2020), Fashion Weeks and Cultural Appropriation: A Comparative Analysis of Global Events. International Journal of Fashion Studies  Martinez (2017), Social Media and Cultural Appropriation in Fashion: An Influencer Perspective. Journal of Fashion Communication  Ng e Wong (2018), Legal Perspectives on Cultural Appropriation in Fashion. Intellectual Property Law Journal Pham e Nguyen (2018), Cultural Appropriation in Fashion: A Content Analysis of Indigenous Cultural Symbols. Fashion Studies Journal Smith e Johnson (2016), Cultural Identity and Cultural Appropriation: Perspectives of Fashion Designers from Marginalized Backgrounds. Fashion and Culture Journal  &#160;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.spreaker.com/episode/appropriazione-culturale-nella-moda-una-guida-per-un-fashion-system-etico-e-sostenibile--64033875"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-15706 alignleft" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg" alt="" width="238" height="92" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg 1080w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-600x234.jpg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-300x117.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-1024x399.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-768x299.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 238px) 100vw, 238px" /></a> La moda trae spesso ispirazione da culture diverse, ma quando avviene senza riconoscimento o compensazione economica si rischia di scivolare nell’appropriazione culturale. È fondamentale distinguere tra <strong>apprezzamento e appropriazione</strong>: mentre il primo implica rispetto e riconoscimento, la seconda comporta l&#8217;utilizzo di elementi culturali senza consenso, principalmente per profitto.</p>
<p style="font-weight: 400;">In sostanza, l&#8217;appropriazione culturale si riferisce all&#8217;atto di prendere in prestito, imitare o adottare elementi di una cultura da parte di membri di un&#8217;altra cultura, spesso senza comprendere, attribuire o rispettare il significato e il contesto culturale di quegli elementi (Chumo 2023).</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>L’uso di simboli indigeni è in crescita, ma senza il dovuto rispetto</strong>. Pham e Nguyen (2018) hanno analizzato il fenomeno nei magazine di moda e nei social media, scoprendo che l’uso di simboli culturali indigeni è aumentato negli ultimi 5 anni, spesso senza riconoscimento o attribuzione. Il risultato? Proteste e reazioni negative da parte delle comunità coinvolte.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Le f<em>ashion week</em>: tra inclusività e appropriazione</strong><br />
Kim e Park (2020) hanno confrontato diverse fashion week globali, evidenziando che mentre alcuni eventi promuovono collaborazioni autentiche con designer di diverse culture, altri continuano a presentare collezioni con elementi culturalmente appropriati.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>I designer marginalizzati lottano per preservare la loro cultura</strong>. Smith e Johnson (2016) hanno intervistato stilisti provenienti da comunità marginalizzate, rivelando che molti di loro si sentono spinti a conformarsi alle tendenze del mercato, rischiando di appropriarsi involontariamente delle loro stesse tradizioni.</p>
<h5 style="font-weight: 400;"><span style="color: #a44043;">Differenze tra apprezzamento, ispirazione e appropriazione</span></h5>
<p style="font-weight: 400;">Il tema è complesso, a partire dal confine tra prendere ispirazione e appropriarsi di elementi di un’altra cultura. Proviamo a fare chiarezza.</p>
<ol style="font-weight: 400;">
<li><strong>Apprezzamento</strong> → Riconoscere e celebrare un’altra cultura con rispetto, spesso coinvolgendo le comunità di origine e dando loro credito.</li>
<li><strong>Ispirazione</strong> → Lasciarsi influenzare da elementi estetici, simbolici o tecnici di una cultura senza copiarli direttamente. L’ispirazione avviene in modo contestualizzato e consapevole, evitando di snaturare il significato originale.</li>
<li><strong>Appropriazione</strong> → Adottare elementi di una cultura senza comprenderne o rispettarne il contesto, spesso semplificandoli, svuotandoli del loro significato o sfruttandoli per fini commerciali senza coinvolgere la comunità di appartenenza.</li>
</ol>
<p style="font-weight: 400;"><strong><span style="font-weight: 400;"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/15.0.3/72x72/26a0.png" alt="⚠" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></span> Come riconoscere l’appropriazione culturale?</strong></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nelle immagini seguenti riportiamo alcune <em>Red Flag</em> per riconoscere l’appropriazione culturale nella moda</span><span style="font-weight: 400;"> e scoprire i segnali d’allarme da non sottovalutare. Clicca sulla foto qui sotto:</span></p>
<p><a href="https://www.instagram.com/p/DBwW82FA1LK/?img_index=1"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-19039" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/01/cultural-appropriation-red-flag.jpg" alt="" width="538" height="538" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/01/cultural-appropriation-red-flag.jpg 1080w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/01/cultural-appropriation-red-flag-300x300.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/01/cultural-appropriation-red-flag-1024x1024.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/01/cultural-appropriation-red-flag-150x150.jpg 150w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/01/cultural-appropriation-red-flag-768x768.jpg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/01/cultural-appropriation-red-flag-75x75.jpg 75w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/01/cultural-appropriation-red-flag-600x600.jpg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/01/cultural-appropriation-red-flag-100x100.jpg 100w" sizes="auto, (max-width: 538px) 100vw, 538px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Esempi di appropriazione culturale</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">In questo reel raccontiamo di alcuni casi che si sono verificari nel settore della moda.</p>
<p><iframe loading="lazy" title="Appropriazione culturale: 5 casi nella moda" width="960" height="540" src="https://www.youtube.com/embed/FJMrvNExdKY?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></p>
<h5 style="font-weight: 400;"><span style="color: #a44043;">Impatto sulle culture coinvolte</span></h5>
<ol style="font-weight: 400;">
<li><strong>Sfruttamento senza riconoscimento</strong> – Le comunità che hanno creato certi design, tessuti o simboli spesso non ricevono né crediti né compensi economici generati dalla loro creatività e artigianalità.</li>
<li><strong>Perdita di significato culturale</strong> – Quando un elemento viene commercializzato senza rispetto per il suo contesto originale, può perdere il suo valore spirituale o identitario, riducendolo a semplici tendenze della moda.</li>
<li><strong>Rafforzamento stereotipi </strong>– La <strong>Teoria Critica della Razza (CRT), </strong>fondata da un gruppo di giuristi tra cui Derrick Bell e Kimberlé Crenshaw, aiuta a comprendere come l’appropriazione culturale rafforzi stereotipi, discriminazione e gerarchie razziali (Chumo 2023).</li>
<li><strong>Mancanza di diversità e inclusione &#8211; </strong>Le comunità indigene e locali hanno spesso difficoltà a essere coinvolte risultando così poco rappresentate e inasprendo la mancanza di diversità, sia nel design sia nella rappresentazione, di cui la moda è spesso accusata.</li>
<li><strong>Colonialismo culturale moderno</strong> – L’appropriazione culturale perpetua dinamiche di potere in cui le culture dominanti traggono beneficio economico e simbolico da elementi appartenenti a minoranze, senza contribuire al loro benessere. Studiosi come Edward Said, Homi Bhabha e Gayatri Spivak hanno evidenziato come le eredità coloniali abbiano modellato la moda, influenzando il modo in cui elementi culturali vengono adottati e reinterpretati.</li>
</ol>
<h5 style="font-weight: 400;"><span style="color: #a44043;">Rischi per i brand</span></h5>
<p style="font-weight: 400;">Nell’era della consapevolezza culturale, anche un piccolo errore può far sembrare un brand insensibile e poco attento. Prendere elementi culturali senza il giusto contesto e rispetto può esporre a diversi rischi significativi:</p>
<ol style="font-weight: 400;">
<li><strong>Danno all&#8217;immagine e alla reputazione</strong> – Se un marchio viene accusato di appropriazione culturale, può subire una ripercussione negativa sui social media e nella stampa, perdendo la fiducia dei consumatori.</li>
<li><strong>Boicottaggi e perdita di vendite</strong> – I consumatori, soprattutto le nuove generazioni attente all&#8217;etica e alla diversità, possono smettere di acquistare da un brand percepito come insensibile o irrispettoso. Chen e Lee (2019) hanno dimostrato che i consumatori informati sulle pratiche di appropriazione culturale tendono a boicottare i brand coinvolti e a preferire marchi che valorizzano la cultura in modo autentico.</li>
<li><strong>Azioni legali e richieste di risarcimento</strong> – Alcune culture stanno lavorando per proteggere legalmente le proprie tradizioni. Dopo le accuse a Carolina Herrera di aver copiato ricami della comunità indigena di Tenango senza permesso, nuovamente nel 2021 il ministero messicano della cultura ha incolpato Zara di copiare i tradizionali abiti “huipiles“dello stato di Oaxaca.</li>
<li><strong>Necessità di gestire crisi PR</strong> – I brand che incappano in polemiche devono spesso rimediare con scuse pubbliche, donazioni o collaborazioni con le comunità colpite, ma non sempre riescono a riparare il danno.</li>
</ol>
<h5 style="font-weight: 400;"><span style="color: #a44043;"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-19044 aligncenter" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/01/Appropriazione-culturale-Sostenibilita.jpg" alt="" width="650" height="506" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/01/Appropriazione-culturale-Sostenibilita.jpg 1141w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/01/Appropriazione-culturale-Sostenibilita-300x234.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/01/Appropriazione-culturale-Sostenibilita-1024x798.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/01/Appropriazione-culturale-Sostenibilita-768x598.jpg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/01/Appropriazione-culturale-Sostenibilita-600x467.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 650px) 100vw, 650px" />Strategie per fermare l’appropriazione culturale</span></h5>
<p><span style="color: #a44043;"><b>Comprendere i significati culturali</b></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Non basta apprezzare superficialmente un elemento di design. È necessario approfondire e comprendere cosa rappresenta veramente, studiando il significato culturale degli elementi per evitare appropriazioni involontarie.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="color: #a44043;"><strong>Collaborare autenticamente con le comunità culturali</strong></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Includere designer e artisti delle culture rappresentate nel processo creativo. Il rispetto si manifesta attraverso collaborazioni genuine e la ricerca di partnership con individui provenienti da contesti culturali diversi.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="color: #a44043;"><strong>Trasparenza e attribuzione </strong></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Dichiarare l&#8217;origine di un design e riconoscere adeguatamente quando sono incorporati elementi culturali dimostra ai clienti correttezza e vero rispetto delle culture. Questa trasparenza costruisce fiducia con i consumatori e dimostra un impegno verso pratiche responsabili.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="color: #a44043;"><strong>Sostenere le comunità culturali</strong></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Garantire che artigiani e creativi siano compensati equamente per il loro contributo.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="color: #a44043;"><strong>Informare i consumatori</strong></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Mettere a conoscenza i consumatori delle implicazioni dell&#8217;appropriazione culturale può condurre a decisioni di acquisto più responsabili. I social media, hanno un ruolo chiave sia nell’amplificare i casi di appropriazione culturale sia nel promuovere educazione e consapevolezza culturale. Sono necessari linee guida più rigorose per i contenuti e un uso responsabile delle piattaforme da parte di influencer e marchi. I media della moda e gli influencer dovrebbero impegnarsi in sforzi educativi per diffondere consapevolezza.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="color: #a44043;"><strong>Costruire un forte quadro legale</strong></span></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Le leggi attuali non proteggono adeguatamente il patrimonio culturale</strong>. Ng e Wong (2018) hanno analizzato le sfide legali dell’appropriazione culturale nella moda, evidenziando che le attuali normative non tutelano efficacemente le culture marginalizzate. La collaborazione tra governi e industria della moda per sviluppare normative più solide che salvaguardino l’eredità culturale delle comunità è essenziale.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="color: #a44043;"><strong>Creare spazi sicuri e inclusivi</strong></span></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>I designer marginalizzati lottano per preservare la loro cultura</strong>. Smith e Johnson (2016) hanno intervistato stilisti provenienti da comunità marginalizzate, rivelando che molti di loro si sentono spinti a conformarsi alle tendenze del mercato, rischiando di appropriarsi involontariamente delle loro stesse tradizioni. La creazione di spazi sicuri e inclusivi che permettano ai designer di esprimere la loro identità senza pressioni commerciali può ridurre questo rischio.</p>
<h5><span style="color: #a44043;"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-19046 aligncenter" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/01/Cultural-appropriation-sustainaibility.jpg" alt="" width="652" height="504" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/01/Cultural-appropriation-sustainaibility.jpg 1147w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/01/Cultural-appropriation-sustainaibility-300x232.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/01/Cultural-appropriation-sustainaibility-1024x792.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/01/Cultural-appropriation-sustainaibility-768x594.jpg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2025/01/Cultural-appropriation-sustainaibility-600x464.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 652px) 100vw, 652px" />Confini tra Ispirazione e Appropriazione</span></h5>
<ul>
<li><strong>Coinvolgimento della comunità d&#8217;origine: </strong>Se un designer lavora con artisti, artigiani o esperti della cultura da cui trae ispirazione, dando loro riconoscimento e compensazione, è ispirazione. Se invece prende elementi senza permesso o riconoscimento, è appropriazione.</li>
<li><strong>Modifica e contestualizzazione:</strong> Se un elemento culturale viene reinterpretato con sensibilità e rispetto, senza privarlo della sua identità e senza travisarne il significato, è ispirazione. Se viene decontestualizzato e usato solo come ornamento, è appropriazione.</li>
<li><strong>Intenzione e impatto:</strong> Se l’obiettivo è omaggiare una cultura con rispetto e senza vantaggi unilaterali, è ispirazione. Se invece il risultato porta vantaggi economici a chi si appropria di un simbolo senza restituire nulla alla comunità d’origine, è appropriazione.</li>
</ul>
<p style="font-weight: 400;">Un esempio pratico:</p>
<ul style="font-weight: 400;">
<li><strong>Ispirazione: </strong>Un brand che studia i motivi tessili africani e collabora con artigiani locali per creare una collezione riconoscendo il loro contributo.</li>
<li><strong>Appropriazione: </strong>Un marchio di lusso che usa motivi Maasai su accessori senza consultare o compensare la comunità Maasai.</li>
</ul>
<p style="font-weight: 400;">In sintesi, la chiave è il <strong>rispetto</strong> e il <strong>coinvolgimento attivo</strong> della cultura da cui si trae ispirazione.</p>
<h5><span style="color: #a44043;">Conclusioni</span></h5>
<p style="font-weight: 400;">L&#8217;appropriazione culturale è un concetto profondamente intrecciato con l&#8217;industria della moda, dove tendenze e implicazioni si intersecano in modi complessi. Riconoscere l&#8217;importanza della sensibilità culturale, della collaborazione e dell&#8217;istruzione all&#8217;interno del settore può aiutare ad attenuare le conseguenze negative dell&#8217;appropriazione culturale e promuovere un approccio più inclusivo e rispettoso allo scambio culturale nella moda (Chumo 2023).</p>
<p style="font-weight: 400;">Martinez (2017) ha indagato il ruolo di Instagram e TikTok, rivelando che le piattaforme spesso diffondono inconsapevolmente pratiche di appropriazione culturale. Tuttavia, sempre più utenti stanno diventando critici verso i brand, chiedendo maggiore rispetto e trasparenza.</p>
<p style="font-weight: 400;">In un&#8217;epoca in cui i consumatori premiano l&#8217;etica e l&#8217;autenticità, la moda ha il potenziale per diventare un potente strumento di inclusione e valorizzazione culturale, ma questo può avvenire solo attraverso un approccio consapevole e rispettoso.</p>
<p><iframe title="Spotify Embed: Appropriazione culturale nella moda: una guida per un fashion system etico e sostenibile" style="border-radius: 12px" width="100%" height="152" frameborder="0" allowfullscreen allow="autoplay; clipboard-write; encrypted-media; fullscreen; picture-in-picture" loading="lazy" src="https://open.spotify.com/embed/episode/0NJoCC2te2REhF9ILkUbg7?si=02822b4a8a234c35&#038;utm_source=oembed"></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Fonti</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Chumo Lewis (2023), <em>Cultural Appropriation in the Fashion Industry: A Critical Examination of Trends and Implications</em>, Faculty of Arts, Catholic University International Journal of Arts, Recreation and Sports, ISSN: 3005- 5393</p>
<p style="font-weight: 400;">Chen e Lee (2019), <em>Cultural Appropriation and Consumer Behavior: Implications for the Fashion Industry. Journal of Consumer Research</em></p>
<p style="font-weight: 400;">Kim e Park (2020), F<em>ashion Weeks and Cultural Appropriation: A Comparative Analysis of Global Events. International Journal of Fashion Studies<span class="Apple-converted-space"> </span></em></p>
<p style="font-weight: 400;">Martinez (2017), <em>Social Media and Cultural Appropriation in Fashion: An Influencer Perspective. Journal of Fashion Communication<span class="Apple-converted-space"> </span></em></p>
<p style="font-weight: 400;">Ng e Wong (2018), <em>Legal Perspectives on Cultural Appropriation in Fashion. Intellectual Property Law Journal</em></p>
<p style="font-weight: 400;">Pham e Nguyen (2018), <em>Cultural Appropriation in Fashion: A Content Analysis of Indigenous Cultural Symbols. Fashion Studies Journal</em></p>
<p style="font-weight: 400;">Smith e Johnson (2016), <em>Cultural Identity and Cultural Appropriation: Perspectives of Fashion Designers from Marginalized Backgrounds. Fashion and Culture Journal<span class="Apple-converted-space"> </span></em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>SHEIN: un nuovo studio rivela sostanze chimiche pericolose nei prodotti</title>
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		<pubDate>Thu, 18 May 2023 07:35:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Companies / Aziende]]></category>
		<category><![CDATA[Environment/Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Fashion/Moda]]></category>
		<category><![CDATA[Modern slavery / Schiavitù moderna]]></category>
		<category><![CDATA[environmental and social cost of fast fashion]]></category>
		<category><![CDATA[fast fashion]]></category>
		<category><![CDATA[scarpe]]></category>
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					<description><![CDATA[SHEIN, marchio di ultra-fast fashion, ha un &#8220;modello di business basato su sostanze chimiche pericolose e distruzione ambientale&#8221; secondo una recente indagine di Greenpeace Germania. Il marketing di SHEIN bombarda i giovani, attraverso piattaforme come TikTok, con articoli dall&#8217;aspetto affascinante venduti a prezzi stracciati, promossi da micro e macro influencer che ottengono in cambio prodotti gratuiti e altri vantaggi. Poco però si sa delle migliaia di fornitori che tagliano e cuciono i capi nel Guangdong, in Cina, e ancor meno delle fabbriche che trattano e tingono i loro tessuti, maggior fonte dell&#8217;inquinamento causato da SHEIN. Per scoprire di più sui prodotti e in particolare sull&#8217;uso di sostanze chimiche pericolose nella catena di approvvigionamento, Greenpeace ha acquistato 42 articoli dai siti web SHEIN in Austria, Germania, Italia, Spagna e Svizzera e 5 articoli da un pop-up store a Monaco, in Germania, per farli analizzare chimicamente nel laboratorio indipendente BUI. I risultati mostrano un atteggiamento negligente di SHEIN nei confronti dei rischi per l&#8217;ambiente e per la salute umana associati all&#8217;uso di sostanze chimiche pericolose. Per i prodotti venduti in Europa sono fissati severi limiti di concentrazione ai sensi del regolamento sulle sostanze chimiche pericolose, noto come REACH, presenti come additivi o contaminanti nei tessuti per abbigliamento, accessori e scarpe. Il regolamento dell&#8217;UE attribuisce la responsabilità di fornire informazioni sui pericoli delle sostanze chimiche utilizzate ai produttori di tali sostanze e ai fabbricanti di prodotti che le contengono. Tutte le aziende (sia produttori sia brand) devono quindi essere pienamente consapevoli delle sostanze chimiche impiegate dai loro fornitori e assumersi la responsabilità di eliminare il loro utilizzo, la loro presenza nei prodotti, i loro impatti ed eventuali scarichi, compresi quelli in acqua. Il regolamento REACH si basa sul principio secondo cui è responsabilità dei fabbricanti, degli importatori e degli utilizzatori a valle garantire di fabbricare, immettere sul mercato o utilizzare solo le sostanze che non incidono negativamente sulla salute umana o sull&#8217;ambiente. È emerso che SHEIN sta infrangendo le normative ambientali dell&#8217;UE sui prodotti chimici duramente conquistate e mettendo a rischio la salute dei consumatori e dei lavoratori che realizzano i prodotti. Dei 47 prodotti acquistati, 7 contenevano sostanze chimiche pericolose in eccesso rispetto ai limiti fissati dalle normative UE, quindi il 15% degli articoli analizzati. In 5 calzature (FT-17, FT-27, FT-15, FT-35, FT-42) i livelli molto elevati di ftalati erano superiori a 100.000 mg/kg (100%) rispetto al requisito del regolamento REACH dell&#8217;UE di &#60;1.000 mg/kg. Il livello più alto di ftalati è stato riscontrato in alcuni stivali da neve neri (FT-27) acquistati in Svizzera, pari a 685.000 mg/kg di DEHP, uno ftalato (680%). In un tutù da bambina (FT-1) la formaldeide è stata trovata con un valore di 130 mg/kg nel tulle viola, che supera i requisiti REACH, e di 40 mg/kg in un cinturino verde e nel tulle viola, oltre il limite di 30 mg/kg della direttiva europea relativa ai giocattoli. In un paio di stivali rossi a spillo (FT-22) acquistati in Spagna il rilascio di nichel riscontrato pari a 1,5 μg/m2/settimana è superiore ai requisiti REACH di &#60;0,5 μg/m2/settimana. Anche in una giacca da moto scamosciata (FT-21) acquistata in Spagna è stato rilevato il rilascio di 0,7 μg/m2/settimana di nichel, superiore al limite REACH &#8211; tuttavia, c&#8217;è un margine di incertezza nel test. Un totale di 15 prodotti contiene sostanze chimiche pericolose a livelli preoccupanti (32%).  6 prodotti infatti contengono DMF (N,N-dimetilformammide) e il piombo è stato trovato negli zoccoli arancioni in un polimero con un valore di 4.500 mg/kg. Almeno una sostanza chimica pericolosa è stata quantificata in 45 dei 47 prodotti, sebbene la maggior parte si trovasse a livelli relativamente inferiori a quanto stabilito dai regolamenti. La preoccupazione non è solo che i prodotti SHEIN con livelli illegali di sostanze chimiche pericolose vengano ampiamente venduti in Europa, contravvenendo alle normative dell&#8217;UE, con potenziali impatti sui consumatori. Suggerisce inoltre che SHEIN ha poca supervisione della gestione delle sostanze chimiche pericolose all&#8217;interno della sua catena di approvvigionamento. &#8220;Sono i lavoratori dei fornitori di SHEIN, le persone nelle comunità circostanti e l&#8217;ambiente in Cina a sopportare il peso maggiore della pericolosa dipendenza chimica di SHEIN&#8221;, spiega Viola Wohlgemuth, attivista della campagna Toxics and Circular economy di Greenpeace Germany. &#8220;Fondamentalmente, il modello di business lineare del fast fashion è totalmente incompatibile con un futuro rispettoso del clima, ma l&#8217;emergere dell&#8217;ultra-fast fashion sta ulteriormente accelerando la catastrofe climatica e ambientale e deve essere fermata attraverso una legislazione vincolante. Le alternative all&#8217;acquisto di nuovo devono diventare la nuova norma&#8221;. Abbiamo parlato di Shein anche in questi articoli: L&#8217;indagine Channel 4 dentro le fabbriche di Shein; Le false dichiarazioni di Shein sulle fabbriche; Patagonia vs Fast Fashion: leader a confronto. Fonte: Greenpeace Germania]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.spreaker.com/episode/54111215"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-15706" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg" alt="" width="211" height="83" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg 1080w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-600x234.jpg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-300x117.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-1024x399.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-768x299.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 211px) 100vw, 211px" /></a>SHEIN, marchio di ultra-fast fashion, ha un &#8220;modello di business basato su sostanze chimiche pericolose e distruzione ambientale&#8221; secondo una recente indagine di Greenpeace Germania. Il marketing di SHEIN bombarda i giovani, attraverso piattaforme come TikTok, con articoli dall&#8217;aspetto affascinante venduti a prezzi stracciati, promossi da micro e macro influencer che ottengono in cambio prodotti gratuiti e altri vantaggi. Poco però si sa delle migliaia di fornitori che tagliano e cuciono i capi nel Guangdong, in Cina, e ancor meno delle fabbriche che trattano e tingono i loro tessuti, maggior fonte dell&#8217;inquinamento causato da SHEIN. Per scoprire di più sui prodotti e in particolare sull&#8217;uso di sostanze chimiche pericolose nella catena di approvvigionamento, Greenpeace ha acquistato 42 articoli dai siti web SHEIN in Austria, Germania, Italia, Spagna e Svizzera e 5 articoli da un pop-up store a Monaco, in Germania, per farli analizzare chimicamente nel laboratorio indipendente BUI.</p>
<h5><span style="color: #a44043;">I risultati mostrano un atteggiamento negligente di SHEIN nei confronti dei rischi per l&#8217;ambiente e per la salute umana associati all&#8217;uso di sostanze chimiche pericolose.</span></h5>
<p>Per i prodotti venduti in Europa sono fissati severi limiti di concentrazione ai sensi del regolamento sulle sostanze chimiche pericolose, noto come REACH, presenti come additivi o contaminanti nei tessuti per abbigliamento, accessori e scarpe. Il regolamento dell&#8217;UE attribuisce la responsabilità di fornire informazioni sui pericoli delle sostanze chimiche utilizzate ai produttori di tali sostanze e ai fabbricanti di prodotti che le contengono. Tutte le aziende (sia produttori sia brand) devono quindi essere pienamente consapevoli delle sostanze chimiche impiegate dai loro fornitori e assumersi la responsabilità di eliminare il loro utilizzo, la loro presenza nei prodotti, i loro impatti ed eventuali scarichi, compresi quelli in acqua.<br />
<span style="color: #a44043;"><strong>Il regolamento REACH si basa sul principio secondo cui è responsabilità dei fabbricanti, degli importatori e degli utilizzatori a valle garantire di fabbricare, immettere sul mercato o utilizzare solo le sostanze che non incidono negativamente sulla salute umana o sull&#8217;ambiente</strong></span>.</p>
<p>È emerso che SHEIN sta infrangendo le normative ambientali dell&#8217;UE sui prodotti chimici duramente conquistate e mettendo a rischio la salute dei consumatori e dei lavoratori che realizzano i prodotti.</p>
<h5><span style="color: #a44043;">Dei 47 prodotti acquistati, 7 contenevano sostanze chimiche pericolose in eccesso rispetto ai limiti fissati dalle normative UE, quindi il 15% degli articoli analizzati.</span></h5>
<p>In <strong><span style="color: #a44043;">5 calzature </span></strong>(FT-17, FT-27, FT-15, FT-35, FT-42) i livelli molto elevati di ftalati erano superiori a 100.000 mg/kg (100%) rispetto al requisito del regolamento REACH dell&#8217;UE di &lt;1.000 mg/kg. Il livello più alto di ftalati è stato riscontrato in alcuni stivali da neve neri (FT-27) acquistati in Svizzera, pari a 685.000 mg/kg di DEHP, uno ftalato (680%).</p>

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<p>In <span style="color: #a44043;"><strong>un tutù da bambina (FT-1)</strong></span> la formaldeide è stata trovata con un valore di 130 mg/kg nel tulle viola, che supera i requisiti REACH, e di 40 mg/kg in un cinturino verde e nel tulle viola, oltre il limite di 30 mg/kg della direttiva europea relativa ai giocattoli.</p>
<p>In <span style="color: #a44043;"><strong>un paio di stivali rossi a spillo (FT-22)</strong></span> acquistati in Spagna il rilascio di nichel riscontrato pari a 1,5 μg/m2/settimana è superiore ai requisiti REACH di &lt;0,5 μg/m2/settimana. Anche in una <strong><span style="color: #a44043;">giacca da moto </span></strong>scamosciata (FT-21) acquistata in Spagna è stato rilevato il rilascio di 0,7 μg/m2/settimana di nichel, superiore al limite REACH &#8211; tuttavia, c&#8217;è un margine di incertezza nel test.</p>

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<a href='https://dress-ecode.com/shein-un-nuovo-studio-rivela-sostanze-chimiche-pericolose-nei-prodotti/shein-textilesshein-textilien-2/'><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="200" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2023/05/GP1T4A5U_Low_res_with_credit_line-300x200.jpg" class="attachment-medium size-medium" alt="" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2023/05/GP1T4A5U_Low_res_with_credit_line-300x200.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2023/05/GP1T4A5U_Low_res_with_credit_line.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>

<h5><span style="color: #a44043;">Un totale di 15 prodotti contiene sostanze chimiche pericolose a livelli preoccupanti (32%). </span></h5>
<p>6 prodotti infatti contengono DMF (N,N-dimetilformammide) e il piombo è stato trovato negli zoccoli arancioni in un polimero con un valore di 4.500 mg/kg.</p>
<h5><span style="color: #a44043;">Almeno una sostanza chimica pericolosa è stata quantificata in 45 dei 47 prodotti, sebbene la maggior parte si trovasse a livelli relativamente inferiori a quanto stabilito dai regolamenti.</span></h5>
<p>La preoccupazione non è solo che i prodotti SHEIN con livelli illegali di sostanze chimiche pericolose vengano ampiamente venduti in Europa, contravvenendo alle normative dell&#8217;UE, con potenziali impatti sui consumatori. Suggerisce inoltre che SHEIN ha poca supervisione della gestione delle sostanze chimiche pericolose all&#8217;interno della sua catena di approvvigionamento. &#8220;Sono i lavoratori dei fornitori di SHEIN, le persone nelle comunità circostanti e l&#8217;ambiente in Cina a sopportare il peso maggiore della pericolosa dipendenza chimica di SHEIN&#8221;, spiega Viola Wohlgemuth, attivista della campagna Toxics and Circular economy di Greenpeace Germany. &#8220;Fondamentalmente, il modello di business lineare del fast fashion è totalmente incompatibile con un futuro rispettoso del clima, ma l&#8217;emergere dell&#8217;ultra-fast fashion sta ulteriormente accelerando la catastrofe climatica e ambientale e deve essere fermata attraverso una legislazione vincolante. Le alternative all&#8217;acquisto di nuovo devono diventare la nuova norma&#8221;.</p>
<p><strong><span style="color: #a44043;">Abbiamo parlato di Shein anche in questi articoli: </span></strong></p>
<p><strong><span style="color: #a44043;"><a style="color: #a44043;" href="https://dress-ecode.com/2022/11/02/shein-lindagine-di-channel-4-dentro-le-fabbriche-cinesi/">L&#8217;indagine Channel 4 dentro le fabbriche di Shein</a>;</span></strong></p>
<p><strong><span style="color: #a44043;"> <a style="color: #a44043;" href="https://dress-ecode.com/2021/08/31/shein-le-false-dichiarazioni-sulle-fabbriche-del-marchio-ultra-fast-fashion/">Le false dichiarazioni di Shein sulle fabbriche</a>; </span></strong></p>
<p><strong><span style="color: #a44043;"><a style="color: #a44043;" href="https://dress-ecode.com/2022/10/06/patagonia-vs-fast-fashion-leader-a-confronto/">Patagonia vs Fast Fashion: leader a confronto</a>.</span></strong></p>
<p><iframe title="Spotify Embed: SHEIN: un nuovo studio rivela sostanze chimiche pericolose nei prodotti" style="border-radius: 12px" width="100%" height="152" frameborder="0" allowfullscreen allow="autoplay; clipboard-write; encrypted-media; fullscreen; picture-in-picture" loading="lazy" src="https://open.spotify.com/embed/episode/45QBQuPXYaEGWbk2yGfkNb?si=80d794eb6ee14925&#038;utm_source=oembed"></iframe></p>
<p>Fonte: Greenpeace Germania</p>
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		<title>La produzione di denim in Pakistan: impatti ambientali, strategie e direzioni future</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Apr 2023 08:28:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il denim è uno dei tessuti più popolari e onnipresenti a livello globale e l&#8217;industria della moda fa molto affidamento su di esso. Tuttavia, la produzione di denim ha un impatto ambientale significativo, dal consumo di acqua all&#8217;inquinamento chimico. Pertanto, la necessità di una produzione sostenibile di denim è diventata più pressante man mano che il mondo si muove verso pratiche più sostenibili. Nell&#8217;ultima fiera Premièr Vision Denim di Milano abbiamo incontrato molte realtà pakistane che vendono denim. Questo articolo si propone di esplorare le sfide affrontate dal Pakistan nel raggiungere una produzione sostenibile di denim e le strategie impiegate per superarle. Denim in Pakistan: Una corsa all&#8217;oro blu Il Pakistan è il terzo dei maggiori paesi produttori di &#8220;cotone preferito&#8221;* nel 2019/2020, dopo Brasile e India. Il paese è considerato un grande produttore ed esportatore di denim, con una lunga storia di produzione tessile, e ospita diversi stabilimenti e fabbriche di denim che realizzano tessuti, indumenti e accessori in denim per i mercati nazionali e internazionali. L&#8217;industria del denim in Pakistan è cresciuta notevolmente negli ultimi anni, grazie alla grande forza lavoro del paese, ai prezzi competitivi e agli accordi commerciali favorevoli con i principali mercati come gli Stati Uniti e l&#8217;Unione Europea. *definito dall&#8217;elenco degli standard riconosciuti. Include: ABRAPA, BASF e3, Better Cotton Initiative (BCI), Cleaner Cotton, Cotton made in Africa (CmiA), Fairtrade, Fairtrade Organic, Field to Market, In-Conversion Cotton (Transitional in USA), ISCC, myBMP, Organic (Biologico), REEL Cotton, Regenerative Cotton e USCTP. Impatto ambientale della produzione di denim La produzione di denim contribuisce in modo significativo all&#8217;economia del Pakistan, ma ha impatti ambientali negativi. Quali sono cinque impatti ambientali della produzione di denim in Pakistan? Inquinamento dell&#8217;acqua Uno dei principali impatti ambientali della produzione di denim è l&#8217;inquinamento delle acque. Durante la produzione del denim, vengono utilizzate grandi quantità di sostanze chimiche per tingere e trattare il tessuto. Queste sostanze chimiche possono contaminare l&#8217;acqua utilizzata nella produzione, portando all&#8217;inquinamento delle fonti d&#8217;acqua vicine come fiumi e torrenti. L&#8217;acqua inquinata può danneggiare la vita acquatica e la salute delle persone che fanno affidamento su queste fonti per bere e irrigare. Consumo di energia La produzione del denim richiede una notevole quantità di energia. L&#8217;energia viene utilizzata per alimentare le varie macchine nel processo di produzione, comprese le macchine per la filatura, la tessitura e la tintura. Questo consumo di energia aumenta le emissioni di gas serra, contribuendo al cambiamento climatico. Uso del suolo La produzione di denim richiede ampi terreni per la coltivazione del cotone. L&#8217;utilizzo di terreni agricoli per la coltivazione del cotone può portare alla deforestazione, all&#8217;erosione del suolo e alla perdita di biodiversità. Generazione di rifiuti Il processo di produzione del denim genera una quantità significativa di rifiuti, tra cui fibre di cotone, filati e sostanze chimiche rimanenti. Questi rifiuti possono finire in discarica o essere smaltiti in modo improprio, portando a un ulteriore degrado ambientale. Salute umana L&#8217;uso di sostanze chimiche nella produzione del denim può avere effetti negativi sulla salute dei lavoratori e delle comunità vicine. L&#8217;esposizione a queste sostanze chimiche può causare problemi respiratori, irritazione della pelle e altri problemi di salute. Pratiche sostenibili nella produzione di denim in Pakistan Come in molti altri paesi, la produzione di denim in Pakistan è stata storicamente associata a varie sfide ambientali e sociali. Negli ultimi anni c&#8217;è stato un crescente riconoscimento della necessità di pratiche sostenibili nella produzione del denim, che possono aiutare a ridurre al minimo l&#8217;impatto negativo sull&#8217;ambiente e migliorare le condizioni sociali dei lavoratori coinvolti nel processo produttivo. Ecco alcune pratiche sostenibili nella produzione di denim in Pakistan: Conservazione dell&#8217;acqua La produzione di denim è un processo ad alta intensità idrica e in molti casi l&#8217;acqua viene scaricata non trattata nei corpi idrici vicini, causando inquinamento. Per affrontare questo problema, molti produttori di denim in Pakistan stanno adottando misure di conservazione dell&#8217;acqua, come il riciclaggio e il riutilizzo nelle diverse fasi della produzione, l&#8217;implementazione di sistemi a ciclo chiuso e l&#8217;utilizzo di tecnologie di tintura a basso contenuto idrico. Queste pratiche possono ridurre significativamente la quantità di acqua dolce utilizzata nella produzione di denim e ridurre al minimo il rischio di inquinamento idrico. Efficienza energetica La produzione di denim richiede una notevole quantità di energia, principalmente per il riscaldamento, il raffreddamento e l&#8217;alimentazione dei macchinari. Per ridurre il consumo energetico, molti produttori di denim in Pakistan stanno investendo in tecnologie ad alta efficienza energetica, come illuminazione a LED, sistemi di recupero del calore e fonti di energia rinnovabile come quella solare ed eolica. Utilizzando fonti di energia rinnovabile, i produttori di denim possono ridurre la loro dipendenza dai combustibili fossili e ridurre al minimo la loro impronta di carbonio. Gestione chimica La produzione di jeans comporta l&#8217;uso di una varietà di sostanze chimiche, inclusi coloranti, agenti di finissaggio e detergenti, che possono avere effetti dannosi sulla salute umana e sull&#8217;ambiente. Per garantire un uso sicuro delle sostanze chimiche, molti produttori di denim in Pakistan stanno adottando pratiche di gestione delle sostanze chimiche, come l&#8217;utilizzo di sostanze più sicure ed ecologiche, l&#8217;implementazione di sistemi a circuito chiuso per il riciclaggio delle sostanze chimiche e il corretto smaltimento dei rifiuti pericolosi. Pratiche di lavoro eque La produzione di jeans in Pakistan, come in molti altri paesi, è stata associata a violazioni dei diritti dei lavoratori, tra cui bassi salari, lunghi orari di lavoro e cattive condizioni di lavoro. Per affrontare questi problemi, molti produttori di denim in Pakistan stanno adottando pratiche di lavoro eque, come fornire ai lavoratori condizioni più sicure e salutari, garantire salari e benefici equi e promuovere l&#8217;uguaglianza di genere e la diversità sul posto di lavoro. Tracciabilità del prodotto La produzione di denim coinvolge complesse catene di approvvigionamento globali, rendendo difficile rintracciare l&#8217;origine dei materiali e garantire pratiche di approvvigionamento responsabili. Per promuovere la trasparenza e la responsabilità nella catena di approvvigionamento, molti produttori di denim in Pakistan stanno implementando sistemi di tracciabilità del prodotto, come la tecnologia della catena a blocchi e le etichette RFID, che consentono loro di tracciare l&#8217;origine dei materiali e garantire che soddisfino gli standard ambientali e sociali. Sfide nell&#8217;implementazione di pratiche sostenibili L&#8217;attuazione di pratiche sostenibili in Pakistan presenta diverse sfide che richiedono un&#8217;attenta considerazione e pianificazione. Una sfida importante è la mancanza di consapevolezza delle pratiche sostenibili tra la popolazione in generale. Di conseguenza, molte persone in Pakistan non sono consapevoli dell&#8217;importanza delle pratiche sostenibili e di come possono contribuire a preservare l&#8217;ambiente. Un&#8217;altra sfida è la mancanza di un quadro normativo e di meccanismi di applicazione per garantire il rispetto delle pratiche sostenibili. Ciò crea una situazione in cui molte aziende e industrie continuano a operare in modo dannoso per l&#8217;ambiente. Inoltre, la mancanza di risorse e finanziamenti per l&#8217;attuazione di pratiche sostenibili può rendere difficile per le imprese e le organizzazioni investire in soluzioni sostenibili. Infine, anche le norme culturali e sociali in Pakistan possono rappresentare una sfida per l&#8217;adozione di modalità sostenibili, poiché alcune pratiche possono entrare in conflitto con i valori e le credenze tradizionali. Affrontare queste sfide richiede un approccio sfaccettato che includa campagne di sensibilizzazione, quadri normativi più solidi, maggiori finanziamenti e risorse e impegno con le comunità locali per promuovere la comprensione e l&#8217;accettazione di pratiche sostenibili. Storie di successo nella produzione sostenibile di denim in Pakistan L&#8217;industria pakistana del denim ha compiuto progressi significativi nell&#8217;adozione di pratiche sostenibili negli ultimi anni. Ecco tre storie di successo nella produzione sostenibile di denim in Pakistan: * Artistic Milliners Artistic Milliners è un produttore leader di denim in Pakistan che ha fatto passi da gigante nella produzione di denim sostenibile. L&#8217;azienda ha investito in tecnologie sostenibili, come la stampa laser e i lavaggi con ozono, per ridurre il consumo di acqua e l&#8217;uso di sostanze chimiche nella produzione. Hanno anche implementato un sistema di produzione a ciclo chiuso che ricicla l&#8217;acqua e riduce gli sprechi. * Soorty Enterprises Soorty Enterprises è un altro produttore di denim pakistano che implementa pratiche sostenibili nei suoi processi di produzione. Il dipartimento dedicato alla sostenibilità dell&#8217;azienda riduce il consumo di acqua, sostanze chimiche ed energia. Soorty ha anche implementato un programma di riciclo dell&#8217;acqua, che ha aiutato l&#8217;azienda a ridurre il consumo del 40%. * Naveena Denim Naveena Denim è un produttore di denim pakistano che ha investito in modo significativo in pratiche sostenibili. L&#8217;azienda ha installato un impianto di trattamento delle acque reflue che ricicla il 100% delle acque generate durante la produzione. Naveena ha inoltre implementato un programma di gestione sostenibile delle sostanze chimiche, che garantisce che tutte quelle utilizzate nel processo di produzione siano sicure per i lavoratori e per l&#8217;ambiente. Inoltre, l&#8217;azienda ha implementato pratiche di efficienza energetica, come l&#8217;utilizzo di pannelli solari per alimentare le sue fabbriche. Il futuro della produzione sostenibile di denim in Pakistan Il futuro della produzione sostenibile di denim in Pakistan è strettamente legato alla crescente attenzione dell&#8217;industria della moda alla sostenibilità. La sostenibilità del denim è diventata una priorità fondamentale per molti marchi di moda che cercano di ridurre l&#8217;impatto ambientale dei loro prodotti. Anche la sostenibilità del cotone è fondamentale, poiché il cotone è la materia prima principale utilizzata nella produzione del denim. Oltre alle preoccupazioni ambientali, la schiavitù moderna è un problema significativo nell&#8217;industria tessile e i marchi devono garantire che il loro denim sia prodotto in modo etico. La tintura dei tessuti è un&#8217;altra area in cui le pratiche sostenibili possono avere un impatto significativo, poiché i metodi di tintura tradizionali possono essere altamente inquinanti. Mentre l&#8217;industria della moda continua a dare priorità alla sostenibilità, i produttori di denim del Pakistan devono adottare pratiche sostenibili per rimanere competitivi e soddisfare le esigenze dei consumatori attenti all&#8217;ambiente. Le aziende tessili pakistane stanno appena iniziando a incorporare pratiche aziendali sostenibili. Non solo per la pressione delle forze di mercato come la concorrenza e la domanda (per competere nel mercato globale, i produttori tessili devono soddisfare le richieste ambientali dei clienti), ma anche perché le aziende tessili sono sotto la pressione normativa, ad esempio da parte del GSP+ (Generalized Scheme of Preferences Plus) dell&#8217;Unione Europea per avvalersi dell&#8217;esportazione esente da dazio verso l&#8217;UE. Le aziende tessili si impegnano costantemente per adottare pratiche commerciali sostenibili. Net Zero Pakistan, ad esempio, è una partnership nazionale che coinvolge aziende all&#8217;avanguardia, organizzazioni governative e specialisti del settore per raggiungere l&#8217;obiettivo del Pakistan di zero emissioni di carbonio entro il 2050. 23 firmatari di questa partnership si sono impegnati e hanno fissato obiettivi net zero, affermando di misurare e divulgare in modo trasparente i livelli e le fonti delle emissioni di gas serra, promettendo di decarbonizzare le catene del valore e, infine, mostrando interesse nel sostenere l&#8217;azione per il clima. Il settore tessile è anche attivamente impegnato in convenzioni e piattaforme internazionali come &#8220;Better Work Programme&#8221;, &#8220;Decent Work Country Programme-IV (2023-27)&#8221;. Raggiungere una produzione sostenibile di denim in Pakistan richiede uno sforzo collettivo da parte di tutte le parti interessate del settore. Sebbene siano stati compiuti progressi nell&#8217;adozione di pratiche rispettose dell&#8217;ambiente, ci sono ancora sfide da superare, come l&#8217;alto costo dei materiali sostenibili e l&#8217;accesso limitato alla tecnologia. Per affrontare queste sfide, i produttori devono investire in ricerca e sviluppo, collaborare con marchi ed esperti internazionali e dare priorità alla salute e alla sicurezza dei lavoratori. Come consumatori, possiamo promuovere la produzione sostenibile di denim acquistando da marchi che danno priorità alla sostenibilità e alle pratiche etiche. Possiamo costruire un&#8217;industria del denim più sostenibile e responsabile in Pakistan e oltre lavorando insieme. &#8211; Dalla nostra corrispondente Pakistana &#8211; Nota: l&#8217;industria tessile in Pakistan ha attraversato una crisi negli ultimi mesi del 2022 che ha causato un calo delle esportazioni tessili. Foto: Divazus Fabric Store;  Claire Abdo; Jason Leung; Maude Frédérique Lavoie. Altri articoli su jeans e denim &#62;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.spreaker.com/episode/53522219"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-15706 alignleft" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg" alt="" width="195" height="76" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg 1080w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-600x234.jpg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-300x117.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-1024x399.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-768x299.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 195px) 100vw, 195px" /></a>Il denim è uno dei tessuti più popolari e onnipresenti a livello globale e l&#8217;industria della moda fa molto affidamento su di esso. Tuttavia, la produzione di denim ha un impatto ambientale significativo, dal consumo di acqua all&#8217;inquinamento chimico. Pertanto, la necessità di una produzione sostenibile di denim è diventata più pressante man mano che il mondo si muove verso pratiche più sostenibili.</p>
<p>Nell&#8217;ultima fiera Premièr Vision Denim di Milano abbiamo incontrato molte realtà pakistane che vendono denim. Questo articolo si propone di esplorare le sfide affrontate dal Pakistan nel raggiungere una produzione sostenibile di denim e le strategie impiegate per superarle.</p>
<h5><span style="color: #b2a4d4;">Denim in Pakistan: Una corsa all&#8217;oro blu</span></h5>
<p>Il Pakistan è il <strong>terzo dei maggiori paesi produttori di &#8220;cotone preferito&#8221;*</strong> nel 2019/2020, dopo Brasile e India. Il paese è considerato <strong>un grande produttore ed esportatore di denim</strong>, con una lunga storia di produzione tessile, e ospita diversi stabilimenti e fabbriche di denim che realizzano tessuti, indumenti e accessori in denim per i mercati nazionali e internazionali.<br />
L&#8217;industria del denim in Pakistan è cresciuta notevolmente negli ultimi anni, grazie alla grande forza lavoro del paese, ai prezzi competitivi e agli accordi commerciali favorevoli con i principali mercati come gli Stati Uniti e l&#8217;Unione Europea.</p>
<p>*definito dall&#8217;elenco degli standard riconosciuti. Include: ABRAPA, BASF e3, Better Cotton Initiative (BCI), Cleaner Cotton, Cotton made in Africa (CmiA), Fairtrade, Fairtrade Organic, Field to Market, In-Conversion Cotton (Transitional in USA), ISCC, myBMP, Organic (Biologico), REEL Cotton, Regenerative Cotton e USCTP.</p>
<h5><span style="color: #b2a4d4;"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-16574 alignright" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2023/04/claire-abdo-aWLTXw6kbDw-unsplash.jpeg" alt="" width="494" height="371" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2023/04/claire-abdo-aWLTXw6kbDw-unsplash.jpeg 1600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2023/04/claire-abdo-aWLTXw6kbDw-unsplash-600x450.jpeg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2023/04/claire-abdo-aWLTXw6kbDw-unsplash-300x225.jpeg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2023/04/claire-abdo-aWLTXw6kbDw-unsplash-1024x769.jpeg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2023/04/claire-abdo-aWLTXw6kbDw-unsplash-768x576.jpeg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2023/04/claire-abdo-aWLTXw6kbDw-unsplash-1536x1153.jpeg 1536w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2023/04/claire-abdo-aWLTXw6kbDw-unsplash-1160x871.jpeg 1160w" sizes="auto, (max-width: 494px) 100vw, 494px" /></span></h5>
<h5><span style="color: #b2a4d4;">Impatto ambientale della produzione di denim</span></h5>
<p>La produzione di denim contribuisce in modo significativo all&#8217;economia del Pakistan, ma ha impatti ambientali negativi. Quali sono cinque impatti ambientali della produzione di denim in Pakistan?</p>
<ul>
<li><span style="color: #b2a4d4;"><strong>Inquinamento dell&#8217;acqua</strong></span><br />
Uno dei principali impatti ambientali della produzione di denim è l&#8217;inquinamento delle acque. Durante la produzione del denim, vengono utilizzate grandi quantità di sostanze chimiche per tingere e trattare il tessuto. Queste sostanze chimiche possono contaminare l&#8217;acqua utilizzata nella produzione, portando all&#8217;inquinamento delle fonti d&#8217;acqua vicine come fiumi e torrenti. L&#8217;acqua inquinata può danneggiare la vita acquatica e la salute delle persone che fanno affidamento su queste fonti per bere e irrigare.</li>
<li><strong><span style="color: #b2a4d4;">Consumo di energia</span></strong><br />
La produzione del denim richiede una notevole quantità di energia. L&#8217;energia viene utilizzata per alimentare le varie macchine nel processo di produzione, comprese le macchine per la filatura, la tessitura e la tintura. Questo consumo di energia aumenta le emissioni di gas serra, contribuendo al cambiamento climatico.</li>
<li><strong><span style="color: #b2a4d4;">Uso del suolo</span></strong><br />
La produzione di denim richiede ampi terreni per la coltivazione del cotone. L&#8217;utilizzo di terreni agricoli per la coltivazione del cotone può portare alla deforestazione, all&#8217;erosione del suolo e alla perdita di biodiversità.</li>
<li><strong><span style="color: #b2a4d4;">Generazione di rifiuti</span></strong><br />
Il processo di produzione del denim genera una quantità significativa di rifiuti, tra cui fibre di cotone, filati e sostanze chimiche rimanenti. Questi rifiuti possono finire in discarica o essere smaltiti in modo improprio, portando a un ulteriore degrado ambientale.</li>
<li><strong><span style="color: #b2a4d4;">Salute umana</span></strong><br />
L&#8217;uso di sostanze chimiche nella produzione del denim può avere effetti negativi sulla salute dei lavoratori e delle comunità vicine. L&#8217;esposizione a queste sostanze chimiche può causare problemi respiratori, irritazione della pelle e altri problemi di salute.</li>
</ul>
<h5><span style="color: #b2a4d4;">Pratiche sostenibili nella produzione di denim in Pakistan</span></h5>
<p>Come in molti altri paesi, la produzione di denim in Pakistan è stata storicamente associata a varie sfide ambientali e sociali. Negli ultimi anni c&#8217;è stato un crescente riconoscimento della necessità di pratiche sostenibili nella produzione del denim, che possono aiutare a ridurre al minimo l&#8217;impatto negativo sull&#8217;ambiente e migliorare le condizioni sociali dei lavoratori coinvolti nel processo produttivo.<br />
Ecco alcune pratiche sostenibili nella produzione di denim in Pakistan:</p>
<ul>
<li><strong><span style="color: #acc0a5;">Conservazione dell&#8217;acqua</span></strong><br />
La produzione di denim è un processo ad alta intensità idrica e in molti casi l&#8217;acqua viene scaricata non trattata nei corpi idrici vicini, causando inquinamento. Per affrontare questo problema, molti produttori di denim in Pakistan stanno adottando misure di conservazione dell&#8217;acqua, come il riciclaggio e il riutilizzo nelle diverse fasi della produzione, l&#8217;implementazione di sistemi a ciclo chiuso e l&#8217;utilizzo di tecnologie di tintura a basso contenuto idrico. Queste pratiche possono ridurre significativamente la quantità di acqua dolce utilizzata nella produzione di denim e ridurre al minimo il rischio di inquinamento idrico.</li>
<li><strong><span style="color: #acc0a5;">Efficienza energetica</span></strong><br />
La produzione di denim richiede una notevole quantità di energia, principalmente per il riscaldamento, il raffreddamento e l&#8217;alimentazione dei macchinari. Per ridurre il consumo energetico, molti produttori di denim in Pakistan stanno investendo in tecnologie ad alta efficienza energetica, come illuminazione a LED, sistemi di recupero del calore e fonti di energia rinnovabile come quella solare ed eolica. Utilizzando fonti di energia rinnovabile, i produttori di denim possono ridurre la loro dipendenza dai combustibili fossili e ridurre al minimo la loro impronta di carbonio.</li>
<li><strong><span style="color: #acc0a5;">Gestione chimica</span></strong><br />
La produzione di jeans comporta l&#8217;uso di una varietà di sostanze chimiche, inclusi coloranti, agenti di finissaggio e detergenti, che possono avere effetti dannosi sulla salute umana e sull&#8217;ambiente. Per garantire un uso sicuro delle sostanze chimiche, molti produttori di denim in Pakistan stanno adottando pratiche di gestione delle sostanze chimiche, come l&#8217;utilizzo di sostanze più sicure ed ecologiche, l&#8217;implementazione di sistemi a circuito chiuso per il riciclaggio delle sostanze chimiche e il corretto smaltimento dei rifiuti pericolosi.</li>
<li><strong><span style="color: #acc0a5;">Pratiche di lavoro eque</span></strong><br />
La produzione di jeans in Pakistan, come in molti altri paesi, è stata associata a violazioni dei diritti dei lavoratori, tra cui bassi salari, lunghi orari di lavoro e cattive condizioni di lavoro. Per affrontare questi problemi, molti produttori di denim in Pakistan stanno adottando pratiche di lavoro eque, come fornire ai lavoratori condizioni più sicure e salutari, garantire salari e benefici equi e promuovere l&#8217;uguaglianza di genere e la diversità sul posto di lavoro.</li>
<li><strong><span style="color: #acc0a5;">Tracciabilità del prodotto</span></strong><br />
La produzione di denim coinvolge complesse catene di approvvigionamento globali, rendendo difficile rintracciare l&#8217;origine dei materiali e garantire pratiche di approvvigionamento responsabili. Per promuovere la trasparenza e la responsabilità nella catena di approvvigionamento, molti produttori di denim in Pakistan stanno implementando sistemi di tracciabilità del prodotto, come la tecnologia della catena a blocchi e le etichette RFID, che consentono loro di tracciare l&#8217;origine dei materiali e garantire che soddisfino gli standard ambientali e sociali.</li>
</ul>
<h5><span style="color: #b2a4d4;"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-16576 alignleft" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2023/04/jason-leung-DmD8HVOjy4c-unsplash.jpeg" alt="" width="534" height="355" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2023/04/jason-leung-DmD8HVOjy4c-unsplash.jpeg 1500w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2023/04/jason-leung-DmD8HVOjy4c-unsplash-600x400.jpeg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2023/04/jason-leung-DmD8HVOjy4c-unsplash-300x200.jpeg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2023/04/jason-leung-DmD8HVOjy4c-unsplash-1024x683.jpeg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2023/04/jason-leung-DmD8HVOjy4c-unsplash-768x512.jpeg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2023/04/jason-leung-DmD8HVOjy4c-unsplash-1160x773.jpeg 1160w" sizes="auto, (max-width: 534px) 100vw, 534px" />Sfide nell&#8217;implementazione di pratiche sostenibili</span></h5>
<p>L&#8217;attuazione di pratiche sostenibili in Pakistan presenta diverse sfide che richiedono un&#8217;attenta considerazione e pianificazione. Una sfida importante è la <strong>mancanza di consapevolezza delle pratiche sostenibili</strong> tra la popolazione in generale. Di conseguenza, molte persone in Pakistan non sono consapevoli dell&#8217;importanza delle pratiche sostenibili e di come possono contribuire a preservare l&#8217;ambiente. Un&#8217;altra sfida è la<strong> mancanza di un quadro normativo e di meccanismi di applicazione per garantire il rispetto</strong> delle pratiche sostenibili. Ciò crea una situazione in cui molte aziende e industrie continuano a operare in modo dannoso per l&#8217;ambiente.<br />
Inoltre, la <strong>mancanza di risorse e finanziamenti</strong> per l&#8217;attuazione di pratiche sostenibili può rendere difficile per le imprese e le organizzazioni investire in soluzioni sostenibili. Infine, anche le norme culturali e sociali in Pakistan possono rappresentare una sfida per l&#8217;adozione di modalità sostenibili, poiché alcune pratiche possono entrare in conflitto con i valori e le credenze tradizionali. Affrontare queste sfide richiede un approccio sfaccettato che includa <strong>campagne di sensibilizzazione, quadri normativi più solidi, maggiori finanziamenti e risorse e impegno con le comunità locali</strong> per promuovere la comprensione e l&#8217;accettazione di pratiche sostenibili.</p>
<h5><span style="color: #b2a4d4;">Storie di successo nella produzione sostenibile di denim in Pakistan</span></h5>
<p>L&#8217;industria pakistana del denim ha compiuto progressi significativi nell&#8217;adozione di pratiche sostenibili negli ultimi anni. Ecco tre storie di successo nella produzione sostenibile di denim in Pakistan:<br />
* <strong>Artistic Milliners</strong><br />
Artistic Milliners è un produttore leader di denim in Pakistan che ha fatto passi da gigante nella produzione di denim sostenibile. L&#8217;azienda ha investito in tecnologie sostenibili, come la stampa laser e i lavaggi con ozono, per ridurre il consumo di acqua e l&#8217;uso di sostanze chimiche nella produzione. Hanno anche implementato un sistema di produzione a ciclo chiuso che ricicla l&#8217;acqua e riduce gli sprechi.<br />
* <strong>Soorty Enterprises</strong><br />
Soorty Enterprises è un altro produttore di denim pakistano che implementa pratiche sostenibili nei suoi processi di produzione. Il dipartimento dedicato alla sostenibilità dell&#8217;azienda riduce il consumo di acqua, sostanze chimiche ed energia. Soorty ha anche implementato un programma di riciclo dell&#8217;acqua, che ha aiutato l&#8217;azienda a ridurre il consumo del 40%.<br />
* <strong>Naveena Denim</strong><br />
Naveena Denim è un produttore di denim pakistano che ha investito in modo significativo in pratiche sostenibili. L&#8217;azienda ha installato un impianto di trattamento delle acque reflue che ricicla il 100% delle acque generate durante la produzione. Naveena ha inoltre implementato un programma di gestione sostenibile delle sostanze chimiche, che garantisce che tutte quelle utilizzate nel processo di produzione siano sicure per i lavoratori e per l&#8217;ambiente. Inoltre, l&#8217;azienda ha implementato pratiche di efficienza energetica, come l&#8217;utilizzo di pannelli solari per alimentare le sue fabbriche.</p>
<h5><span style="color: #b2a4d4;"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-16579 alignright" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2023/04/jeans-sostenibilita.jpeg" alt="" width="476" height="476" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2023/04/jeans-sostenibilita.jpeg 1600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2023/04/jeans-sostenibilita-300x300.jpeg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2023/04/jeans-sostenibilita-100x100.jpeg 100w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2023/04/jeans-sostenibilita-600x600.jpeg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2023/04/jeans-sostenibilita-1024x1024.jpeg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2023/04/jeans-sostenibilita-150x150.jpeg 150w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2023/04/jeans-sostenibilita-768x768.jpeg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2023/04/jeans-sostenibilita-1536x1536.jpeg 1536w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2023/04/jeans-sostenibilita-1160x1160.jpeg 1160w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2023/04/jeans-sostenibilita-75x75.jpeg 75w" sizes="auto, (max-width: 476px) 100vw, 476px" />Il futuro della produzione sostenibile di denim in Pakistan</span></h5>
<p>Il futuro della produzione sostenibile di denim in Pakistan è strettamente legato alla crescente attenzione dell&#8217;industria della moda alla sostenibilità. <strong>La sostenibilità del denim è diventata una priorità fondamentale per molti marchi di moda</strong> che cercano di ridurre l&#8217;impatto ambientale dei loro prodotti. Anche la sostenibilità del cotone è fondamentale, poiché il cotone è la materia prima principale utilizzata nella produzione del denim. Oltre alle preoccupazioni ambientali, la schiavitù moderna è un problema significativo nell&#8217;industria tessile e i marchi devono garantire che il loro denim sia prodotto in modo etico. La tintura dei tessuti è un&#8217;altra area in cui le pratiche sostenibili possono avere un impatto significativo, poiché i metodi di tintura tradizionali possono essere altamente inquinanti.</p>
<p>Mentre l&#8217;industria della moda continua a dare priorità alla sostenibilità, i produttori di denim del Pakistan devono adottare pratiche sostenibili per rimanere competitivi e soddisfare le esigenze dei consumatori attenti all&#8217;ambiente. <strong>Le aziende tessili pakistane stanno appena iniziando a incorporare pratiche aziendali sostenibili.</strong> Non solo per la pressione delle forze di mercato come la concorrenza e la domanda (per competere nel mercato globale, i produttori tessili devono soddisfare le richieste ambientali dei clienti), ma anche perché le aziende tessili sono sotto la pressione normativa, ad esempio da parte del GSP+ (Generalized Scheme of Preferences Plus) dell&#8217;Unione Europea per avvalersi dell&#8217;esportazione esente da dazio verso l&#8217;UE. Le aziende tessili si impegnano costantemente per adottare pratiche commerciali sostenibili. <strong>Net Zero Pakistan</strong>, ad esempio, è una partnership nazionale che coinvolge aziende all&#8217;avanguardia, organizzazioni governative e specialisti del settore per raggiungere l&#8217;obiettivo del Pakistan di zero emissioni di carbonio entro il 2050. 23 firmatari di questa partnership si sono impegnati e hanno fissato obiettivi net zero, affermando di misurare e divulgare in modo trasparente i livelli e le fonti delle emissioni di gas serra, promettendo di decarbonizzare le catene del valore e, infine, mostrando interesse nel sostenere l&#8217;azione per il clima. Il settore tessile è anche attivamente impegnato in convenzioni e piattaforme internazionali come &#8220;Better Work Programme&#8221;, &#8220;Decent Work Country Programme-IV (2023-27)&#8221;.</p>
<p>Raggiungere una produzione sostenibile di denim in Pakistan richiede uno <strong>sforzo collettivo da parte di tutte le parti interessate del settore.</strong> Sebbene siano stati compiuti progressi nell&#8217;adozione di pratiche rispettose dell&#8217;ambiente, ci sono ancora sfide da superare, come l&#8217;alto costo dei materiali sostenibili e l&#8217;accesso limitato alla tecnologia. Per affrontare queste sfide, i produttori devono <strong>investire in ricerca e sviluppo, collaborare con marchi ed esperti internazionali e dare priorità alla salute e alla sicurezza dei lavoratori</strong>. Come consumatori, possiamo promuovere la produzione sostenibile di denim<strong> acquistando da marchi che danno priorità alla sostenibilità e alle pratiche etiche</strong>. Possiamo costruire un&#8217;industria del denim più sostenibile e responsabile in Pakistan e oltre lavorando insieme.</p>
<p>&#8211; Dalla nostra corrispondente Pakistana &#8211;</p>
<p><em>Nota: l&#8217;industria tessile in Pakistan ha attraversato una crisi negli ultimi mesi del 2022 che ha causato un calo delle esportazioni tessili.</em></p>
<p>Foto: Divazus Fabric Store;  Claire Abdo; Jason Leung; Maude Frédérique Lavoie.</p>
<p><a href="https://dress-ecode.com/?s=jeans">Altri articoli su jeans e denim &gt;</a></p>
<p><iframe title="Spotify Embed: La produzione di denim in Pakistan: impatti ambientali, strategie e direzioni future" style="border-radius: 12px" width="100%" height="152" frameborder="0" allowfullscreen allow="autoplay; clipboard-write; encrypted-media; fullscreen; picture-in-picture" loading="lazy" src="https://open.spotify.com/embed/episode/4MAu7DZKtSXLQE7q8ZQ879?si=53c445d7efd54252&#038;utm_source=oembed"></iframe></p>
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		<title>Shein: l&#8217;indagine di Channel 4 dentro le fabbriche cinesi</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Nov 2022 08:45:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Companies / Aziende]]></category>
		<category><![CDATA[Fashion/Moda]]></category>
		<category><![CDATA[Modern slavery / Schiavitù moderna]]></category>
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					<description><![CDATA[Channel 4 entra nelle fabbriche cinesi di Shein sotto copertura e racconta il lato sociale oscuro del fast fashion. Il video inchiesta, dal titolo Inside the Shein Machine: UNTOLD, porta alla luce le condizioni dei lavoratori che producono i capi del colosso di moda ultra-rapida: lavorano 7 giorni su 7 fino a 18 ore al giorno non hanno nessuna pausa, nella pausa pranzo le dipendenti sono costrette a lavarsi i capelli hanno un solo giorno libero al mese realizzano 500 capi di abbigliamento al giorno sono pagati al massimo 4.000 yuan al mese (circa 550 euro) per ogni errore commesso perdono 2/3 dello stipendio giornaliero ricevono 4 centesimi di euro a capo violando sia le leggi sul lavoro cinesi sia il Codice di condotta dei fornitori di Shein. Iniziare alle 8 del mattino e finire alle 2 del mattino successivo, non avere riposo, non ricevere un salario adeguato: questo è quello che, da quanto emerge dall&#8217;indagine, i dipendenti sopportano per poter lavorare. A City AM, un portavoce di Shein dichiara: &#8220;Siamo estremamente preoccupati per le affermazioni presentate da Channel 4, che violerebbero il codice di condotta concordato da ogni fornitore Shein. Qualsiasi non conformità a questo codice viene gestita rapidamente e porremo fine alle partnership che non soddisfano i nostri standard. Abbiamo richiesto informazioni specifiche a Channel 4 in modo da poter indagare&#8221;. Non è, purtroppo, la prima volta In novembre dello scorso anno, un altro report portava alla luce le condizioni di lavoro non conformi alle leggi locali in 17 fabbriche che riforniscono Shein. Nelle interviste condotte dai ricercatori di Public Eye, i dipendenti hanno riferito di effettuare tre turni al giorno, di avere spesso solo un giorno libero al mese, di non avere un contratto di lavoro e di essere incoraggiati a lavorare per molte ore motivati dalla modalità di &#8220;pagamento per capo&#8221;. Ricevendo una somma di denaro per ogni pezzo completato, in caso di problemi di qualità non hanno inoltre garanzia di essere retribuiti. Dall&#8217;indagine di Public Eye: &#8220;Seguiamo ancora una volta il nostro ricercatore, a pochi chilometri a Ovest dove si trovano numerose altre fabbriche tessili. Queste fabbriche sono generalmente leggermente più grandi e hanno fino a 300 dipendenti. Di solito hanno sistemi di ventilazione ragionevolmente ben funzionanti e spazi di lavoro leggermente più grandi, e ci sono mense per i dipendenti e alloggi nelle vicinanze. I cinque dipendenti delle aziende più grandi con cui il ricercatore dialoga descrivono condizioni di lavoro simili a quelle già segnalate: 11 ore al giorno, nessun contratto di lavoro, nessun contributo previdenziale. In una delle aziende incontriamo qualcosa che non abbiamo visto altrove: un reddito minimo garantito. Un cartellone di reclutamento all&#8217;ingresso della fabbrica indica le entrate minime per compiti specifici: tagliare i fili: 4.000 yuan; imballaggio: 5.000 yuan; stiratura: 7.000 yuan. La differenza di retribuzione per la stiratura si spiega con il fatto che i lavoratori stirano i panni a calore costante, a causa del vapore, e raramente possono sedersi&#8220;. In agosto del 2021 abbiamo raccontato delle false dichiarazioni di Shein sulle fabbriche. Intanto continua il lancio da parte di Shein di iniziative &#8220;sostenibili&#8221; L&#8217;azienda, che rilascia tra 700 e 1.000 nuovi articoli quotidianamente, qualche giorno fa ha annunciato il lancio di una piattaforma per lo scambio e la rivendita di prodotti, disponibile al momento solo nel mercato statunitense. “In Shein crediamo che sia nostra responsabilità costruire un futuro della moda equo per tutti, accelerando al contempo le soluzioni per ridurre gli sprechi tessili”, ha dichiarato Adam Whinston, capo della divisione CSR dell’azienda (Forbes, ottobre 2022). La reazione di un&#8217;agenzia di influencer Intanto Georgia Portogallo, che recluta influencer nel Regno Unito per promuovere i marchi sui social media, ha detto ai suoi follower di aver deciso che lei e la sua agenzia non lavoreranno più con Shein: &#8220;Non avremo più collaborazioni con Shein, fino a quando le loro condizioni di lavoro non cambieranno&#8221;. Portogallo ha preso la sua decisione dopo essere venuta a conoscenza di come i lavoratori sono pagati nelle fabbriche cinesi che producono vestiti per Shein. L&#8217;influencer appare nel video inchiesta di Channel 4 per spiegare come i giovani siano attratti dalle promozioni di Shein sui social media con il richiamo di vestiti gratuiti. “Dopo aver visto questo documentario, ora so – mi è stato confermato al 100 per cento – che il loro personale è sottopagato, lavora per troppe ore, non ha giorni di ferie. Le condizioni di lavoro complessive sono orrende” (iNews, ottobre 2022). &#8220;Shein Hauls&#8221; sono visti milioni di volte su YouTube e TikTok. I giovani aprono i pacchi consegnati, provano i vestiti e commentano davanti alla telecamera. L&#8217;interruzione dei rapporti con Shein da parte delle agenzie di influencer marketing è una buona strada per aumentare la pressione sul marchio di ultra-fast fashion, che si rivolge soprattutto ai più giovani. Foto di copertina: Channel 4]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.spreaker.com/episode/51762026"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-15706 alignleft" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg" alt="" width="176" height="68" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg 1080w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-600x234.jpg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-300x117.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-1024x399.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-768x299.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 176px) 100vw, 176px" /></a>Channel 4 entra nelle fabbriche cinesi di Shein sotto copertura e racconta il lato sociale oscuro del fast fashion. Il video inchiesta, dal titolo <em><a href="https://www.channel4.com/programmes/inside-the-shein-machine-untold">Inside the Shein Machine: UNTOLD</a>, </em>porta alla luce le condizioni dei lavoratori che producono i capi del colosso di moda ultra-rapida:</p>
<ul>
<li>lavorano 7 giorni su 7</li>
<li>fino a 18 ore al giorno</li>
<li>non hanno nessuna pausa, nella pausa pranzo le dipendenti sono costrette a lavarsi i capelli</li>
<li>hanno un solo giorno libero al mese</li>
<li>realizzano 500 capi di abbigliamento al giorno</li>
<li>sono pagati al massimo 4.000 yuan al mese (circa 550 euro)</li>
<li>per ogni errore commesso perdono 2/3 dello stipendio giornaliero</li>
<li>ricevono 4 centesimi di euro a capo</li>
</ul>
<p>violando sia le leggi sul lavoro cinesi sia il Codice di condotta dei fornitori di Shein.</p>
<p>Iniziare alle 8 del mattino e finire alle 2 del mattino successivo, non avere riposo, non ricevere un salario adeguato: questo è quello che, da quanto emerge dall&#8217;indagine, i dipendenti sopportano per poter lavorare.</p>
<p>A City AM, un portavoce di Shein dichiara: &#8220;Siamo estremamente preoccupati per le affermazioni presentate da Channel 4, che violerebbero il codice di condotta concordato da ogni fornitore Shein. Qualsiasi non conformità a questo codice viene gestita rapidamente e porremo fine alle partnership che non soddisfano i nostri standard. Abbiamo richiesto informazioni specifiche a Channel 4 in modo da poter indagare&#8221;.</p>
<h5><span style="color: #d3785b;">Non è, purtroppo, la prima volta</span></h5>
<p>In novembre dello scorso anno, un altro report portava alla luce le condizioni di lavoro non conformi alle leggi locali in 17 fabbriche che riforniscono Shein. Nelle interviste condotte dai ricercatori di <a href="https://stories.publiceye.ch/en/shein/">Public Eye</a>, i dipendenti hanno riferito di effettuare tre turni al giorno, di avere spesso solo un giorno libero al mese, di non avere un contratto di lavoro e di essere incoraggiati a lavorare per molte ore motivati dalla modalità di &#8220;pagamento per capo&#8221;. Ricevendo una somma di denaro per ogni pezzo completato, in caso di problemi di qualità non hanno inoltre garanzia di essere retribuiti.</p>
<figure id="attachment_16299" aria-describedby="caption-attachment-16299" style="width: 799px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-16299" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/11/c_panos_2021_shein_021-1000x666-1.jpeg" alt="Donne nella fabbrica cinese Shein" width="799" height="532" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/11/c_panos_2021_shein_021-1000x666-1.jpeg 1000w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/11/c_panos_2021_shein_021-1000x666-1-600x400.jpeg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/11/c_panos_2021_shein_021-1000x666-1-300x200.jpeg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/11/c_panos_2021_shein_021-1000x666-1-768x511.jpeg 768w" sizes="auto, (max-width: 799px) 100vw, 799px" /><figcaption id="caption-attachment-16299" class="wp-caption-text">Foto Public Eye</figcaption></figure>
<p>Dall&#8217;indagine di Public Eye:</p>
<p>&#8220;<em>Seguiamo ancora una volta il nostro ricercatore, a pochi chilometri a Ovest dove si trovano numerose altre fabbriche tessili. Queste fabbriche sono generalmente leggermente più grandi e hanno fino a 300 dipendenti. Di solito hanno sistemi di ventilazione ragionevolmente ben funzionanti e spazi di lavoro leggermente più grandi, e ci sono mense per i dipendenti e alloggi nelle vicinanze. I cinque dipendenti delle aziende più grandi con cui il ricercatore dialoga descrivono condizioni di lavoro simili a quelle già segnalate: 11 ore al giorno, nessun contratto di lavoro, nessun contributo previdenziale.</em></p>
<p><em>In una delle aziende incontriamo qualcosa che non abbiamo visto altrove: un reddito minimo garantito. Un cartellone di reclutamento all&#8217;ingresso della fabbrica indica le entrate minime per compiti specifici: tagliare i fili: 4.000 yuan; imballaggio: 5.000 yuan; stiratura: 7.000 yuan. La differenza di retribuzione per la stiratura si spiega con il fatto che i lavoratori stirano i panni a calore costante, a causa del vapore, e raramente possono sedersi</em>&#8220;.</p>
<p>In agosto del 2021 abbiamo raccontato delle <a href="https://dress-ecode.com/2021/08/31/shein-le-false-dichiarazioni-sulle-fabbriche-del-marchio-ultra-fast-fashion/">false dichiarazioni di Shein sulle fabbriche</a>.</p>
<h5><span style="color: #d3785b;">Intanto continua il lancio da parte di Shein di iniziative &#8220;sostenibili&#8221;</span></h5>
<p>L&#8217;azienda, che rilascia tra 700 e 1.000 nuovi articoli quotidianamente, qualche giorno fa ha annunciato il lancio di una piattaforma per lo scambio e la rivendita di prodotti, disponibile al momento solo nel mercato statunitense. “In Shein crediamo che sia nostra responsabilità costruire un futuro della moda equo per tutti, accelerando al contempo le soluzioni per ridurre gli sprechi tessili”, ha dichiarato Adam Whinston, capo della divisione CSR dell’azienda (Forbes, ottobre 2022).</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-16301" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/11/6438.jpg" alt="Shein resale platform" width="822" height="493" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/11/6438.jpg 1000w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/11/6438-600x360.jpg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/11/6438-300x180.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/11/6438-768x461.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 822px) 100vw, 822px" /></p>
<h5><span style="color: #d3785b;">La reazione di un&#8217;agenzia di influencer</span></h5>
<p>Intanto Georgia Portogallo, che recluta influencer nel Regno Unito per promuovere i marchi sui social media, ha detto ai suoi follower di aver deciso che lei e la sua agenzia non lavoreranno più con Shein: &#8220;Non avremo più collaborazioni con Shein, fino a quando le loro condizioni di lavoro non cambieranno&#8221;. Portogallo ha preso la sua decisione dopo essere venuta a conoscenza di come i lavoratori sono pagati nelle fabbriche cinesi che producono vestiti per Shein. L&#8217;influencer appare nel video inchiesta di Channel 4 per spiegare come i giovani siano attratti dalle promozioni di Shein sui social media con il richiamo di vestiti gratuiti. “Dopo aver visto questo documentario, ora so – mi è stato confermato al 100 per cento – che il loro personale è sottopagato, lavora per troppe ore, non ha giorni di ferie. Le condizioni di lavoro complessive sono orrende” (iNews, ottobre 2022). &#8220;Shein Hauls&#8221; sono visti milioni di volte su YouTube e TikTok. I giovani aprono i pacchi consegnati, provano i vestiti e commentano davanti alla telecamera.</p>
<p>L&#8217;interruzione dei rapporti con Shein da parte delle agenzie di influencer marketing è una buona strada per aumentare la pressione sul marchio di ultra-fast fashion, che si rivolge soprattutto ai più giovani.</p>
<p>Foto di copertina: Channel 4</p>
<p><iframe title="Spotify Embed: Shein: l&amp;apos;indagine di Channel 4 dentro le fabbriche cinesi" style="border-radius: 12px" width="100%" height="152" frameborder="0" allowfullscreen allow="autoplay; clipboard-write; encrypted-media; fullscreen; picture-in-picture" loading="lazy" src="https://open.spotify.com/embed/episode/6nvCiznomQ3jk8qa0vU3Ui?si=3f67d36cce4d45a9&#038;utm_source=oembed"></iframe></p>
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		<title>Primark: più cotone sostenibile vuol dire sostenibilità?</title>
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		<pubDate>Sat, 14 May 2022 10:04:50 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Modern slavery / Schiavitù moderna]]></category>
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		<category><![CDATA[Primark]]></category>
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					<description><![CDATA[Più cotone sostenibile indica automaticamente la sostenibilità di un brand? Primark comunica i passi avanti del programma Sustainable Cotton e non si fa altro che parlare di sostenibilità dopo il lancio della linea Primark Cares. Il rivenditore irlandese di moda, proprietà di Associated British Foods (ABF), dichiara di avere come obiettivo che i capi durino di più, per ridurre l&#8217;impatto dell&#8217;attività dell&#8217;azienda sul pianeta e per migliorare la vita delle persone che realizzano i prodotti. Nella sezione dedicata alla sostenibilità, tra attenzione all&#8217;ambiente e impegno verso le persone la moltitudine di messaggi virtuosi colpisce il lettore. È davvero così se analizziamo più attentamente i dati? Perché la vendita della felpa in plastica riciclata con la scritta Earth Day, a ridosso della Giornata dedicata alla Terra, ha suscitato non poche accuse di greenwashing? Innanzitutto, le informazioni sul sito non sono facilmente accessibili, chiare e trasparenti. Facendo riferimento anche alle pagine della capogruppo ABF, cerchiamo di saperne di più. L&#8217;ambiente Materiali Al momento un terzo dei prodotti è realizzato con materiali riciclati, biologici o provenienti dal programma Sustainable Cotton, che coinvolge agricoltori che applicano pratiche più sostenibili. Sebbene all&#8217;interno del programma dedicato al cotone molte tecniche siano utilizzate da coltivatori biologici, il cotone sostenibile di Primark non è per definizione bio. Primark prevede di raggiungere il 100% dei prodotti con materiali più sostenibili entro il 2030. Una collezione è stata realizzata in collaborazione con Recover, innovatore nel cotone riciclato. Sono presenti capi in plastica recuperata. Non c&#8217;è evidenza della sostenibilità di tutti gli altri materiali utilizzati. Primark si impegna a ridurre le sostanze dannose soggette a restrizioni di produzione (RSL)  lungo la catena di approvvigionamento, raggiungendo l&#8217;obiettivo di &#8220;zero rilascio&#8221; nel 2020. Non c&#8217;è però evidenza del raggiungimento di questo target. Design Primark dichiara un impegno nella riduzione dell&#8217;impatto ambientale nella fase di progettazione dei prodotti nei prossimi anni, ma non ci sono dettagli sulla diminuzione della produzione o delle materie prime utilizzate, né sull&#8217;aumento della qualità e sull&#8217;estensione del ciclo di vita del prodotto. Affermano di voler incrementare il livello di durabilità. Al momento riguarda nella pratica solo il denim. Un ciclo di test molto più intenso di 30 lavaggi è stato introdotto per un ampio campione di denim da uomo, donna e bambino. Questo livello di rigore è raccomandato da WRAP e da Ellen MacArthur Foundation. Rifiuti e spreco &#8220;Il 96% di tutti i rifiuti generati dalle operazioni dirette di Primark è stato deviato dalla discarica&#8221;, è riportato nel report sugli ESG, senza specificare a quali processi facciano riferimento (sembra si intenda quelli relativi alla distribuzione e vendita di articoli di moda). Tra i dati pubblicati si legge che su 57.ooo tonnellate di rifiuti tessili prodotti nel 2021, 54.000 sono stati riciclati, senza dettagli sulle modalità. Si menziona lo schema di riciclaggio in negozio, con scatole di raccolta disponibili in tutti i 191 negozi in tutto il Regno Unito, recentemente esteso a Germania, Austria e Paesi Bassi. Primark collabora con Yellow Octopus, il cui obiettivo è che tutte le donazioni vengano riutilizzate o riciclate in modo tale che nulla finisca in discarica. Imballaggi Nel 2021 Primark ha creato 41.000 tonnellate di imballaggi. Ha rimosso 175 milioni di unità di plastica. Utilizza sacchetti di carta riciclata. Le grucce sono in cartone recuperato. Ha eliminato 86 milioni di etichette e adesivi dai prodotti e si prefigge di azzerare la plastica monouso entro il 2027. Utilizzo di acqua Nel report sugli ESG, si legge riguardo l&#8217;impegno nella riduzione dell&#8217;impiego di acqua ma il cotone, che ne richiede grandi quantità, è una materia prima essenziale per Primark: nel 2020 rappresentava circa la metà del mix totale di fibre utilizzate. Non ci sono dati sull&#8217;impiego totale di acqua per la produzione tessile. Emissioni Anche in questo caso si legge l&#8217;obiettivo: 50% di riduzione di emissioni lungo la catena del valore di Primark entro il 2030. L&#8217;anno scorso l&#8217;azienda ha prodotto in modo diretto 119.000 tonnellate di CO2e, a cui si aggiungono 4.783.000 tonnellate indirettamente generate dal trasporto di terze parti e dall&#8217;inventario esteso. Energia Nei rapporti della capogruppo, è indicato l&#8217;utilizzo totale per la parte retail di 461 GWh, di cui al momento lo 0% è rinnovabile. Primark ha ottenuto la certificazione ISO 50001 per i punti vendita, gli uffici e i centri di distribuzione in alcuni dei mercati consolidati. Le persone I fornitori sono scelti secondo un Codice di Condotta, definito dall&#8217;azienda. Questo insieme di principi guida si basa sugli standard del lavoro riconosciuti a livello internazionale dall&#8217;Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) e dal Codice di base dell&#8217;Ethical Trading Initiative (ETI)*. Primark verifica i suoi fornitori attraverso un&#8217;ispezione annuale sul posto. &#8220;Il nostro team per il commercio equo e la sostenibilità ambientale conta più di 130 esperti locali&#8221;, si legge sul sito. &#8220;Il loro compito è quello di eseguire, almeno una volta all&#8217;anno, controlli di persona presso tutti gli stabilimenti con cui collaboriamo e tenere inoltre corsi di formazione per il personale e i lavoratori&#8221;. Sul sito è menzionata una serie di progetti in India, Myanmar, Bangladesh, Cina, Indonesia, Vietnam e Cambogia. Tra questi, la collaborazione con l&#8217;ILO nel programma Better Work è quella che dà maggior garanzia di impegno nel miglioramento degli standard lavorativi in paesi dove i lavoratori sono meno tutelati. Primark è stata tra i primi rivenditori a firmare l&#8217;Accordo sulla sicurezza antincendio e negli edifici in Bangladesh, avviato da IndustriALL e UNI Global Union. È stata anche una dei primi a garantire alle vittime della fabbrica e alle famiglie colpite dal crollo un sostegno finanziario e aiuti alimentari dopo il disastro del Rana Plaza. Da allora Primark si è impegnata a offrire consulenza e guida finanziaria. Inoltre, il rivenditore irlandese ha lanciato il &#8220;Progetto Pashe Achi&#8221; per garantire che i beneficiari del risarcimento mantengano l&#8217;accesso al proprio compenso finanziario. *È un&#8217;alleanza leader di aziende, sindacati e ONG che promuove il rispetto dei diritti dei lavoratori in tutto il mondo. È davvero tutto a posto dal punto di vista sociale? Sulla tracciabilità, Primark condivide online la mappa e l&#8217;elenco dei fornitori di primo livello (i partner con cui si interfaccia direttamente, che tagliano e cuciono i capi). Non c&#8217;è però evidenza di aumento del numero di lavoratori retribuiti con un salario di sussistenza, né trasparenza sulle condizioni di lavoro esistenti per i lavoratori e la catena di approvvigionamento. Non c&#8217;è evidenza che tutte le materie prime utilizzate siano state prodotte nel rispetto dei diritti umani dei coltivatori e delle loro comunità. Alcuni temono che i colloqui privati dell&#8217;azienda con i lavoratori, decritti come uno strumento di tutela, non siano sufficienti a proteggerli, perché non realizzati da organizzazioni esterne affidabili. Spesso i membri dei sindacati sono minacciati o licenziati: come assicura Primark che siano ammessi all&#8217;interno delle fabbriche e protetti in modo da svolgere liberamente il loro compito? Sembra che le ispezioni annuali siano supportate da società di revisione indipendenti, affinché l&#8217;integrità degli audit non sia influenzata. I rapporti di audit non sono però pubblicamente condivisi, generando così molte domande su quanto Primark stia garantendo la protezione dei diritti dei suoi lavoratori. Analogamente, l&#8217;azienda ha in atto un sistema di reclamo ma non rivela i dati relativi ai reclami presentati. Clean clothes campaign ha denunciato i salari più bassi e il mancato pagamento durante i mesi di fermo a causa della pandemia da parte di multinazionali tra cui anche Primark.  Quasi il 70% dei lavoratori intervistati ha sopportato periodi in cui non veniva pagata la normale retribuzione pre-pandemia. Tutti questi lavoratori sopravvivevano con salari di povertà già prima della pandemia ed è diventato ancora più difficile vivere dignitosamente. Inoltre, i lavoratori segnalano obiettivi di produzione aumentati, condizioni di lavoro non sicure e molestie da parte della direzione. Primark quest&#8217;anno ha fatto qualche progresso, impegnandosi in #PayUp per aumentare i salari e firmando il rinnovo dell&#8217;Accordo sulla sicurezza antincendio e negli edifici in Bangladesh. È recente la notizia di una manager di Primark che denuncia l&#8217;azienda per discriminazione sessuale, dopo che le è stato detto di lavorare fino a tardi nonostante un figlio appena nato (fonte Independent). Certificazioni Non si trovano informazioni sulle certificazioni maggiormente utilizzate nella moda più responsabile, se non in alcuni capi come un tipo di jeans certificato CradleToCradle. Solo nei cosmetici, Cruelty free, certificati da Leaping Bunny. Non sono però vegan, perché alcuni prodotti possono contenere ingredienti da derivati animali. Consumo responsabile e altri aspetti Prezzi bassi È la politica del colosso retail quella dei prezzi bassi, ribadita dalla recente dichiarazione di George Weston, Amministratore Delegato di ABF: &#8220;Ci stiamo impegnando a mantenere la nostra posizione di leadership in termini di prezzo e accessibilità nel quotidiano, soprattutto in questo contesto di crescente incertezza economica&#8221;. Da poco Primark ha comunicato però un aumento sui cartellini delle collezioni autunno-inverno, a causa dell&#8217;incremento dei prezzi delle materie prime e dell&#8217;energia in seguito all&#8217;invasione dell&#8217;Ucraina da parte della Russia. Solo per questa ragione il gruppo prevede una riduzione dei margini delle proprie attività. &#8220;Da più di dieci anni&#8221;, spiega Luca Ciuffreda, head of Primark per l’Italia, &#8220;possiamo garantire prezzi bassi perché non facciamo pubblicità, abbiamo ridotto il packaging al minimo, le grucce sono in cartone riciclato, e abbiamo un controllo, anche etico, sulla catena di produzione, che spesso è la stessa dei brand del lusso&#8221; (Fonte Laborability). Sandali a £ 4, borse estive £ 10, profumo e vestiti £ 7, occhiali da sole £ 2. Com&#8217;è possibile mettere in atto la sostenibilità soprattutto sociale con prezzi così bassi? In dubbio anche la qualità. È il caso delle mute da surf, oggetto in questi giorni di dibattito. Recentemente una rivista della Cornovaglia per surfisti ha attaccato la nuova gamma di mute di Primark, definendo i prodotti &#8220;economici&#8221;, &#8220;tristi&#8221; e &#8220;ad alto tradimento in mare&#8221;. Cornwall Live afferma che i capi saranno &#8220;buttati via in pochissimo tempo&#8221;. Il costo per le mute Primark è di £ 38 per la lunghezza intera e £ 32 per la versione corta. In confronto, una muta Xcel, considerata una delle principali aziende mondiali nel campo, costa tra £ 100 e £ 300. Anche un&#8217;altra rivista di settore, Real Surfing Magazine, ha colpito la catena di moda esortando i lettori a pensarci due volte prima di acquistare la nuova linea di prodotti. Volumi e velocità degli acquisti Non c&#8217;è traccia dell&#8217;impegno dell&#8217;azienda a produrre meno con l&#8217;obiettivo di diffondere un modello di consumo e produzione più responsabile. Un aspetto fondamentale per dimostrare di avere consapevolezza della crisi climatica e dei limiti delle risorse del nostro pianeta. Ci sono invece indizi di strategie per invitare i clienti ad acquistare di più e cose di cui spesso non hanno bisogno. Nel documentario di Channel 5 Primark: How Do They Do It?, la psicologa Dr Amna Khan ha messo sul tavolo gli strumenti per indurre ad acquistare oggetti extra e a estendere la permanenza in negozio. Nel documentario afferma: &#8220;Un &#8216;destination store&#8217; crea un&#8217;esperienza per il consumatore, quasi come andare in un parco a tema in cui tutti i tuoi sensi sono attivati e vuoi rimanerci più a lungo&#8221;. Primark acquista grandi spazi di vendita al dettaglio e aggiunge esperienze extra come bar e servizi di bellezza per invogliare i clienti a trattenersi negli shop e a spendere di più. Poiché non vende online come molti dei suoi concorrenti, gli acquirenti sono costretti a visitare il negozio di persona, dove sono esposti e tentati ad acquistare più beni e servizi, come la manicure. Il giocattolo segreto da 1 sterlina è un altro strumento da cui gli acquirenti di Primark sono ossessionati, catturati emotivamente dai ricordi d&#8217;infanzia. L&#8217;azienda ha inserito sul sito alcune raccomandazioni sulla manutenzione dei capi da parte dei clienti in modo da estendere la durata. Altri aspetti Una cliente di Primark afferma che un reggiseno acquistato in negozio le ha lasciato la pelle irritata e dolorante. Rika Smith di Blackwood è rimasta con la pelle pruriginosa e dolorante dopo aver indossato il capo per la prima volta. Una donna con taglia UK 10 è rimasta furiosa dopo aver acquistato un paio di pantaloni della taglia 12 da Primark senza riuscire a indossarli. Ally Marie ha raccontato su TikTok la vicenda per lanciare un messaggio: &#8220;Primark questo è ridicolo, non c&#8217;è...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.spreaker.com/user/dressecode/primark-14-05-2022-11-39"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-15706" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg" alt="" width="200" height="78" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830.jpg 1080w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-600x234.jpg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-300x117.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-1024x399.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/04/Ascolta-articolo-e1651047242830-768x299.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a>Più cotone sostenibile indica automaticamente la sostenibilità di un brand? Primark comunica i passi avanti del programma <em>Sustainable Cotton</em> e non si fa altro che parlare di sostenibilità dopo il lancio della linea Primark Cares. Il rivenditore irlandese di moda, proprietà di Associated British Foods (ABF), dichiara di avere come obiettivo che i capi durino di più, per ridurre l&#8217;impatto dell&#8217;attività dell&#8217;azienda sul pianeta e per migliorare la vita delle persone che realizzano i prodotti.</p>
<p>Nella sezione dedicata alla sostenibilità, tra attenzione all&#8217;ambiente e impegno verso le persone la moltitudine di messaggi virtuosi colpisce il lettore. È davvero così se analizziamo più attentamente i dati? Perché la vendita della felpa in plastica riciclata con la scritta Earth Day, a ridosso della Giornata dedicata alla Terra, ha suscitato non poche accuse di <em>greenwashing</em>?</p>
<p>Innanzitutto, le informazioni sul sito non sono facilmente accessibili, chiare e trasparenti. Facendo riferimento anche alle pagine della capogruppo ABF, cerchiamo di saperne di più.</p>
<h2><span style="color: #a44043;">L&#8217;ambiente</span></h2>
<h5><span style="color: #a44043;">Materiali</span></h5>
<p>Al momento <strong>un terzo dei prodotti</strong> è realizzato con materiali riciclati, biologici o provenienti dal programma <em>Sustainable Cotton</em>, che coinvolge agricoltori che applicano pratiche più sostenibili. Sebbene all&#8217;interno del programma dedicato al cotone molte tecniche siano utilizzate da coltivatori biologici, il cotone sostenibile di Primark non è per definizione bio. Primark prevede di raggiungere il 100% dei prodotti con materiali più sostenibili entro il 2030.</p>
<p>Una collezione è stata realizzata in collaborazione con Recover, innovatore nel cotone riciclato. Sono presenti capi in plastica recuperata. <strong>Non c&#8217;è evidenza della sostenibilità di tutti gli altri materiali utilizzati.</strong></p>
<p>Primark si impegna a <strong>ridurre le sostanze dannose soggette a restrizioni di produzione (RSL) </strong> lungo la catena di approvvigionamento, raggiungendo l&#8217;obiettivo di &#8220;zero rilascio&#8221; nel 2020. Non c&#8217;è però evidenza del raggiungimento di questo target.</p>
<h5><span style="color: #a44043;"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-15759" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/05/Primark-sustainability.jpeg" alt="" width="611" height="434" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/05/Primark-sustainability.jpeg 1500w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/05/Primark-sustainability-600x426.jpeg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/05/Primark-sustainability-300x213.jpeg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/05/Primark-sustainability-1024x726.jpeg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/05/Primark-sustainability-768x545.jpeg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/05/Primark-sustainability-1160x823.jpeg 1160w" sizes="auto, (max-width: 611px) 100vw, 611px" />Design</span></h5>
<p>Primark dichiara un impegno nella riduzione dell&#8217;impatto ambientale nella fase di progettazione dei prodotti nei prossimi anni, ma non ci sono dettagli sulla diminuzione della produzione o delle materie prime utilizzate, né sull&#8217;aumento della qualità e sull&#8217;estensione del ciclo di vita del prodotto.</p>
<p>Affermano di voler incrementare il livello di durabilità. Al momento riguarda nella pratica solo il denim. Un ciclo di test molto più intenso di 30 lavaggi è stato introdotto per un ampio campione di denim da uomo, donna e bambino. Questo livello di rigore è raccomandato da WRAP e da Ellen MacArthur Foundation.</p>
<h5><span style="color: #a44043;">Rifiuti e spreco</span></h5>
<p>&#8220;Il 96% di tutti i rifiuti generati dalle operazioni dirette di Primark è stato deviato dalla discarica&#8221;, è riportato nel <a href="https://www.abf.co.uk/content/dam/abf/corporate/Documents/investors/esg-insights/ABF007-ESG%20Insights-Circularity%20and%20Waste.pdf.downloadasset.pdf">report sugli ESG</a>, senza specificare a quali processi facciano riferimento (sembra si intenda quelli relativi alla distribuzione e vendita di articoli di moda). Tra i dati pubblicati si legge che su <strong>57.ooo tonnellate di rifiuti tessili</strong> prodotti nel 2021, 54.000 sono stati riciclati, senza dettagli sulle modalità. Si menziona lo schema di riciclaggio in negozio, con scatole di raccolta disponibili in tutti i 191 negozi in tutto il Regno Unito, recentemente esteso a Germania, Austria e Paesi Bassi. Primark collabora con Yellow Octopus, il cui obiettivo è che tutte le donazioni vengano riutilizzate o riciclate in modo tale che nulla finisca in discarica.</p>
<h5><span style="color: #a44043;">Imballaggi</span></h5>
<p>Nel 2021 Primark ha creato <strong>41.000 tonnellate di imballaggi</strong>. Ha rimosso 175 milioni di unità di plastica. Utilizza sacchetti di carta riciclata. Le grucce sono in cartone recuperato. Ha eliminato 86 milioni di etichette e adesivi dai prodotti e si prefigge di azzerare la plastica monouso entro il 2027.</p>
<h5><span style="color: #a44043;"><span style="caret-color: #a44043;">Utilizzo di acqua</span></span></h5>
<p>Nel report sugli ESG, si legge riguardo l&#8217;impegno nella riduzione dell&#8217;impiego di acqua ma il cotone, che ne richiede grandi quantità, è una materia prima essenziale per Primark: nel 2020 rappresentava circa la metà del mix totale di fibre utilizzate. Non ci sono dati sull&#8217;impiego totale di acqua per la produzione tessile.</p>
<h5><span style="color: #a44043;"><span style="caret-color: #a44043;">Emissioni</span></span></h5>
<p>Anche in questo caso si legge l&#8217;obiettivo: 50% di riduzione di emissioni lungo la catena del valore di Primark entro il 2030. L&#8217;anno scorso l&#8217;azienda ha prodotto in modo diretto <strong>119.000 tonnellate di CO2e, a cui si aggiungono 4.783.000 tonnellate</strong> indirettamente generate dal trasporto di terze parti e dall&#8217;inventario esteso.</p>
<h5><span style="color: #a44043;"><span style="caret-color: #a44043;">Energia</span></span></h5>
<p>Nei rapporti della capogruppo, è indicato l&#8217;utilizzo totale per la parte retail di 461 GWh, di cui al momento lo 0% è rinnovabile. Primark ha ottenuto la certificazione ISO 50001 per i punti vendita, gli uffici e i centri di distribuzione in alcuni dei mercati consolidati.</p>
<h2><span style="color: #a44043;">Le persone</span></h2>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-14582" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/05/Untitled-design-1.gif" alt="Moda sostenibile" width="234" height="60" />I fornitori sono scelti secondo un Codice di Condotta, definito dall&#8217;azienda. Questo insieme di principi guida si basa sugli standard del lavoro riconosciuti a livello internazionale dall&#8217;Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) e dal Codice di base dell&#8217;Ethical Trading Initiative (ETI)*. Primark verifica i suoi fornitori attraverso un&#8217;ispezione annuale sul posto. &#8220;Il nostro team per il commercio equo e la sostenibilità ambientale conta più di 130 esperti locali&#8221;, si legge sul sito. &#8220;Il loro compito è quello di eseguire, almeno una volta all&#8217;anno, controlli di persona presso tutti gli stabilimenti con cui collaboriamo e tenere inoltre corsi di formazione per il personale e i lavoratori&#8221;.</p>
<p>Sul sito è menzionata una serie di progetti in India, Myanmar, Bangladesh, Cina, Indonesia, Vietnam e Cambogia. Tra questi, la collaborazione con l&#8217;ILO nel programma Better Work è quella che dà maggior garanzia di impegno nel miglioramento degli standard lavorativi in paesi dove i lavoratori sono meno tutelati.</p>
<p>Primark è stata tra i primi rivenditori a firmare l&#8217;Accordo sulla sicurezza antincendio e negli edifici in Bangladesh, avviato da IndustriALL e UNI Global Union. È stata anche una dei primi a garantire alle vittime della fabbrica e alle famiglie colpite dal crollo un sostegno finanziario e aiuti alimentari dopo il disastro del Rana Plaza. Da allora Primark si è impegnata a offrire consulenza e guida finanziaria. Inoltre, il rivenditore irlandese ha lanciato il &#8220;Progetto Pashe Achi&#8221; per garantire che i beneficiari del risarcimento mantengano l&#8217;accesso al proprio compenso finanziario.</p>
<p><em>*È un&#8217;alleanza leader di aziende, sindacati e ONG che promuove il rispetto dei diritti dei lavoratori in tutto il mondo.</em></p>
<h6><strong><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-15761 alignright" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/05/Primark-sostenibilita.jpeg" alt="" width="599" height="424" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/05/Primark-sostenibilita.jpeg 1500w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/05/Primark-sostenibilita-600x426.jpeg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/05/Primark-sostenibilita-300x213.jpeg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/05/Primark-sostenibilita-1024x726.jpeg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/05/Primark-sostenibilita-768x545.jpeg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/05/Primark-sostenibilita-1160x823.jpeg 1160w" sizes="auto, (max-width: 599px) 100vw, 599px" />È davvero tutto a posto dal punto di vista sociale?</strong></h6>
<p>Sulla <strong>tracciabilità</strong>, Primark condivide online la <a href="https://globalsourcingmap.primark.com">mappa e l&#8217;elenco dei fornitori</a> di primo livello (i partner con cui si interfaccia direttamente, che tagliano e cuciono i capi).</p>
<p>Non c&#8217;è però <strong>evidenza</strong> di aumento del numero di lavoratori retribuiti con un salario di sussistenza, né trasparenza sulle condizioni di lavoro esistenti per i lavoratori e la catena di approvvigionamento. Non c&#8217;è evidenza che tutte le materie prime utilizzate siano state prodotte nel rispetto dei diritti umani dei coltivatori e delle loro comunità.</p>
<p>Alcuni temono che i colloqui privati dell&#8217;azienda con i lavoratori, decritti come uno strumento di tutela, non siano sufficienti a proteggerli, perché non realizzati da organizzazioni esterne affidabili. Spesso i membri dei sindacati sono minacciati o licenziati: come assicura Primark che siano ammessi all&#8217;interno delle fabbriche e protetti in modo da svolgere liberamente il loro compito?</p>
<p>Sembra che le ispezioni annuali siano supportate da società di revisione indipendenti, affinché l&#8217;integrità degli audit non sia influenzata. <strong>I rapporti di audit non sono però pubblicamente condivisi</strong>, generando così molte domande su quanto Primark stia garantendo la protezione dei diritti dei suoi lavoratori. Analogamente, l&#8217;azienda ha in atto un sistema di reclamo ma non rivela i dati relativi ai reclami presentati.</p>
<p><a href="https://cleanclothes.org/news/2021/hm-nike-and-primark-use-pandemic-to-squeeze-factory-workers-in-production-countries-even-more">Clean clothes campaign</a> ha denunciato i <strong>salari più bassi</strong> e il <strong>mancato pagamento</strong> durante i mesi di fermo a causa della pandemia da parte di multinazionali tra cui anche Primark.  Quasi il 70% dei lavoratori intervistati ha sopportato periodi in cui non veniva pagata la normale retribuzione pre-pandemia. Tutti questi lavoratori sopravvivevano con salari di povertà già prima della pandemia ed è diventato ancora più difficile vivere dignitosamente. Inoltre, i lavoratori segnalano obiettivi di produzione aumentati, condizioni di lavoro non sicure e molestie da parte della direzione. Primark quest&#8217;anno ha fatto qualche progresso, impegnandosi in <a href="https://www.workersrights.org/issues/covid-19/tracker/">#PayUp</a> per aumentare i salari e firmando il rinnovo dell&#8217;Accordo sulla sicurezza antincendio e negli edifici in Bangladesh.</p>
<p>È recente la notizia di una manager di Primark che denuncia l&#8217;azienda per discriminazione sessuale, dopo che le è stato detto di lavorare fino a tardi nonostante un figlio appena nato (fonte Independent).</p>
<h3><span style="color: #a44043;">Certificazioni</span></h3>
<p>Non si trovano informazioni sulle certificazioni maggiormente utilizzate nella moda più responsabile, se non in alcuni capi come un tipo di jeans certificato CradleToCradle. Solo nei cosmetici, Cruelty free, certificati da Leaping Bunny. Non sono però vegan, perché alcuni prodotti possono contenere ingredienti da derivati animali.</p>
<h3><span style="color: #a44043;">Consumo responsabile e altri aspetti</span></h3>
<h5><span style="color: #a44043;"><span style="caret-color: #a44043;">Prezzi bassi</span></span></h5>
<p>È la politica del colosso retail quella dei prezzi bassi, ribadita dalla recente dichiarazione di George Weston, Amministratore Delegato di ABF: &#8220;Ci stiamo impegnando a mantenere la nostra posizione di <strong>leadership in termini di prezzo</strong> e accessibilità nel quotidiano, soprattutto in questo contesto di crescente incertezza economica&#8221;. Da poco Primark ha comunicato però un aumento sui cartellini delle collezioni autunno-inverno, a causa dell&#8217;incremento dei prezzi delle materie prime e dell&#8217;energia in seguito all&#8217;invasione dell&#8217;Ucraina da parte della Russia. Solo per questa ragione il gruppo prevede una riduzione dei margini delle proprie attività.</p>
<p>&#8220;Da più di dieci anni&#8221;, spiega Luca Ciuffreda, head of Primark per l’Italia, &#8220;possiamo garantire prezzi bassi perché non facciamo pubblicità, abbiamo ridotto il <b>packaging al minimo,</b> le <b>grucce </b>sono in <b>cartone riciclato</b>, e abbiamo un <b>controllo, anche etico, sulla catena di produzione</b>, che spesso è la stessa dei brand del lusso&#8221; (Fonte Laborability).</p>
<p><strong>Sandali a £ 4, borse estive £ 10, profumo e vestiti £ 7, occhiali da sole £ 2</strong>. Com&#8217;è possibile mettere in atto la sostenibilità soprattutto sociale con prezzi così bassi?</p>
<p>In dubbio anche la <strong>qualità</strong>. È il caso delle mute da surf, oggetto in questi giorni di dibattito. Recentemente una rivista della Cornovaglia per surfisti ha attaccato la nuova gamma di mute di Primark, definendo i prodotti &#8220;economici&#8221;, &#8220;tristi&#8221; e &#8220;ad alto tradimento in mare&#8221;. Cornwall Live afferma che i capi saranno &#8220;buttati via in pochissimo tempo&#8221;. Il costo per le mute Primark è di £ 38 per la lunghezza intera e £ 32 per la versione corta. In confronto, una muta Xcel, considerata una delle principali aziende mondiali nel campo, costa tra £ 100 e £ 300. Anche un&#8217;altra rivista di settore, <a href="https://www.instagram.com/p/CdA5QJdrWHB/?utm_source=ig_embed&amp;ig_rid=34fc1ccd-574b-4c67-9378-2514ec1c4753">Real Surfing Magazine</a>, ha colpito la catena di moda esortando i lettori a pensarci due volte prima di acquistare la nuova linea di prodotti.</p>
<h5><span style="color: #a44043;"><span style="caret-color: #a44043;"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-15763" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/05/primark-sustainable.jpeg" alt="" width="605" height="429" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/05/primark-sustainable.jpeg 1500w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/05/primark-sustainable-600x426.jpeg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/05/primark-sustainable-300x213.jpeg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/05/primark-sustainable-1024x726.jpeg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/05/primark-sustainable-768x545.jpeg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2022/05/primark-sustainable-1160x823.jpeg 1160w" sizes="auto, (max-width: 605px) 100vw, 605px" />Volumi e velocità degli acquisti</span></span></h5>
<p>Non c&#8217;è traccia dell&#8217;impegno dell&#8217;azienda a produrre meno con l&#8217;obiettivo di diffondere un modello di consumo e produzione più responsabile. Un aspetto fondamentale per <strong>dimostrare di avere consapevolezza della crisi climatica e dei limiti delle risorse del nostro pianeta</strong>.</p>
<p>Ci sono invece indizi di <strong>strategie per invitare i clienti ad acquistare di più e cose di cui spesso non hanno bisogno</strong>. Nel documentario di Channel 5 <a href="https://www.channel5.com/show/primark-how-do-they-do-it"><em>Primark: How Do They Do It?</em></a>, la psicologa Dr Amna Khan ha messo sul tavolo gli strumenti per indurre ad acquistare oggetti extra e a estendere la permanenza in negozio. Nel documentario afferma:</p>
<blockquote><p>&#8220;Un &#8216;destination store&#8217; crea un&#8217;esperienza per il consumatore, quasi come andare in un parco a tema in cui tutti i tuoi sensi sono attivati e vuoi rimanerci più a lungo&#8221;.</p></blockquote>
<p>Primark acquista grandi spazi di vendita al dettaglio e aggiunge esperienze extra come bar e servizi di bellezza per <strong>invogliare i clienti a trattenersi</strong> negli shop e a spendere di più. Poiché non vende online come molti dei suoi concorrenti, gli acquirenti sono costretti a visitare il negozio di persona, dove sono esposti e tentati ad acquistare più beni e servizi, come la manicure. Il giocattolo segreto da 1 sterlina è un altro strumento da cui gli acquirenti di Primark sono ossessionati, catturati emotivamente dai ricordi d&#8217;infanzia.</p>
<p>L&#8217;azienda ha inserito sul sito <a href="https://corporate.primark.com/product/love-your-clothes-love-your-world">alcune raccomandazioni</a> sulla manutenzione dei capi da parte dei clienti in modo da estendere la durata.</p>
<h5><span style="color: #a44043;"><span style="caret-color: #a44043;">Altri aspetti</span></span></h5>
<p>Una <a href="https://www.itv.com/news/wales/2022-05-02/shopper-left-with-chemical-burns-after-wearing-primark-bra">cliente di Primark</a> afferma che un reggiseno acquistato in negozio le ha lasciato la pelle irritata e dolorante. Rika Smith di Blackwood è rimasta con la pelle pruriginosa e dolorante dopo aver indossato il capo per la prima volta.</p>
<p>Una donna con <a href="https://dress-ecode.com/2021/09/16/taglie-e-inclusione-quando-non-e-solo-questione-di-trovare-la-misura-giusta/">taglia</a> UK 10 è rimasta furiosa dopo aver acquistato un paio di pantaloni della taglia 12 da Primark senza riuscire a indossarli. <a href="https://www.thesun.co.uk/fabulous/18386735/woman-highlights-size-discrepancy-primark-new-look/">Ally Marie ha raccontato su TikTok</a> la vicenda per lanciare un messaggio: &#8220;Primark questo è ridicolo, non c&#8217;è da stupirsi che le persone stiano lottando con l&#8217;immagine corporea. Normalmente ho una taglia 8/10 in jeans e devo prendere una taglia 14 da Primark&#8221;.</p>
<p>Nella rapidità di far uscire nuove collezioni e la pressione di disegnare nuovi capi, le aziende ultra-fast fashion non sono nuove a episodi di plagio. La presentazione di un cappotto su Instagram è stata accolta da una valanga di &#8220;like&#8221; e complimenti, ma anche dall&#8217;osservazione del <a href="https://www.dailyrecord.co.uk/lifestyle/primark-fans-desperate-buy-faux-22906681">Daily Record</a> sulla forte somiglianza con il cappottino oversize della collezione invernale di Blancha, <b>brand toscano d’abbigliamento</b>. Il capo originale è in shearling, prodotto in Italia, e la qualità in fase di design e di produzione si riflette sul prezzo.</p>
<p>Quanto reputi sostenibile Primark? Facci sapere cosa ne pensi <a href="https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSeZevEanHymIj-GklePHkJR9NN-51gmcdXWQDh1osLEKxOp9Q/viewform?usp=sf_link">cliccando qui</a></p>
<p><iframe loading="lazy" title="Spotify Embed: Primark: più cotone sostenibile vuol dire sostenibilità?" style="border-radius: 12px" width="100%" height="152" frameborder="0" allowfullscreen allow="autoplay; clipboard-write; encrypted-media; fullscreen; picture-in-picture" src="https://open.spotify.com/embed/episode/30pBRTINZiuwQWlrDje4Sc?si=b267365c6cd74491&#038;utm_source=oembed"></iframe></p>
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		<title>Soldi. Moda. Potere. È la Fashion Revolution Week</title>
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		<dc:creator><![CDATA[dressecode]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Apr 2022 08:31:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Events]]></category>
		<category><![CDATA[Fashion/Moda]]></category>
		<category><![CDATA[Modern slavery / Schiavitù moderna]]></category>
		<category><![CDATA[fashion revolution]]></category>
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					<description><![CDATA[18-24 aprile: è la settimana dedicata alla rivoluzione della moda. La Fashion Revolution Week nasce per ricordare il crollo del Rana Plaza, l’edificio nella regione di Dacca in Bangladesh dove il 24 aprile del 2013 morirono più di mille persone. Le fabbriche producevano abbigliamento per marchi globali internazionali molto noti. Da quel momento si inizia a puntare i riflettori su ciò che c’è dietro l’industria della moda. Ne parliamo ogni anno perché non desideriamo che questo drammatico evento sia accaduto invano, e per fermare la ripetizione di tragedie come questa. 👉🏼 Mettiti alla prova con il nostro QUIZ!  Puoi vincere un REGALO! 🎁 Di questo e del tema dell&#8217;edizione 2022 (Soldi, Moda, Potere) ti raccontiamo nell&#8217;episodio del podcast live con Carlotta Redaelli. Puoi ascoltarlo qui: Soldi. Moda. Potere. &#160; Oppure su Spotify: &#160; &#160;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>18-24 aprile: è la settimana dedicata alla rivoluzione della moda. La Fashion Revolution Week nasce per ricordare il crollo del Rana Plaza, l’edificio nella regione di Dacca in Bangladesh dove il 24 aprile del 2013 morirono più di mille persone. Le fabbriche producevano abbigliamento per marchi globali internazionali molto noti.</p>
<p>Da quel momento si inizia a puntare i riflettori su ciò che c’è dietro l’industria della moda. Ne parliamo ogni anno perché non desideriamo che questo drammatico evento sia accaduto invano, e per fermare la ripetizione di tragedie come questa.</p>
<h5><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/15.0.3/72x72/1f449-1f3fc.png" alt="👉🏼" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> <span style="color: #ef827f;">Mettiti alla prova con il nostro <a style="color: #ef827f;" href="https://take.quiz-maker.com/QQVF9H9M0">QUIZ!  Puoi vincere un REGALO! <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/15.0.3/72x72/1f381.png" alt="🎁" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></a></span></h5>
<p>Di questo e del tema dell&#8217;edizione 2022 (Soldi, Moda, Potere) ti raccontiamo nell&#8217;episodio del podcast live con Carlotta Redaelli.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-11602" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie.png" alt="" width="33" height="30" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie.png 3840w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie-600x551.png 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie-300x276.png 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie-1024x941.png 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie-768x706.png 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie-1536x1412.png 1536w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie-2048x1882.png 2048w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie-1160x1066.png 1160w" sizes="auto, (max-width: 33px) 100vw, 33px" />Puoi ascoltarlo qui: <a href="https://www.spreaker.com/episode/49488775">Soldi. Moda. Potere.</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Oppure su Spotify:</p>
<p><iframe loading="lazy" title="Spotify Embed: LIVE! Soldi. Moda. Potere. È la Fashion Revolution Week" style="border-radius: 12px" width="100%" height="152" frameborder="0" allowfullscreen allow="autoplay; clipboard-write; encrypted-media; fullscreen; picture-in-picture" src="https://open.spotify.com/embed/episode/6AG2emxRhO34MjCuXFDOw8?si=4976f9c1e1c04ca4&#038;utm_source=oembed"></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Shein: le false dichiarazioni sulle fabbriche del marchio ultra-fast-fashion</title>
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		<dc:creator><![CDATA[dressecode]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Aug 2021 09:04:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Companies / Aziende]]></category>
		<category><![CDATA[Fashion/Moda]]></category>
		<category><![CDATA[Modern slavery / Schiavitù moderna]]></category>
		<category><![CDATA[environmental and social cost of fast fashion]]></category>
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					<description><![CDATA[Puoi ascoltare qui l&#8217;articolo: Shein &#160; Shein (Zoetop Business Co Ltd) è un rivenditore online molto in voga, soprattutto tra i giovani, perché offre capi di moda a prezzi contenuti. Possiamo acquistare un outfit completo con meno di 30 dollari. Chi paga però al nostro posto? Uno dei problemi del fast fashion, di cui abbiamo scritto molte volte, è che nella maggior parte dei casi il prezzo così basso è frutto di mancato riconoscimento di un salario equo e di condizioni di lavoro appropriate ai lavoratori coinvolti nella produzione dei capi. Per questo motivo i consumatori chiedono sempre di più trasparenza sulla filiera produttiva. Shein propone decine di migliaia di stili, ogni giorno ne vengono aggiunti circa 1.000. Un ritmo di produzione ancora più veloce: &#8220;ultra-fast-fashion&#8221;, come è più corretto denominarla confrontandola con altri brand fast fashion come Missguided e Fashion Nova, che rilasciano circa 1.000 nuovi stili a settimana. Shein è in grado di raggiungere milioni di giovani acquirenti direttamente attraverso i social media senza uno spazio di vendita fisico, affidandosi al traffico di ricerca e ai dati dei clienti per prefigurare le tendenze. &#8220;Non so nemmeno cosa sia&#8221;, dice la voce di un utente di TikTok mostrando un giocattolo a forma di coniglio rosa acquistato su Shein. Sui social, il marchio di fast fashion è a volte oggetto di scherno, vendendo articoli senza una logica chiara. Definito come la società miliardaria più misteriosa della Cina (si rifiuta di rendere pubblici i suoi investitori), Shein non ha reso visibili le informazioni sulle condizioni di lavoro lungo la sua catena di approvvigionamento,  richieste dalla legge nel Regno Unito. Senza evidenze che mostrino il contrario, è difficile credere alla loro affermazione di &#8220;fare della responsabilità sociale una priorità&#8221;. Considerando ad esempio che a Shenzhen, in Cina, dove si trova la fabbrica originaria, ci sono condizioni di lavoro dure e praticamente nessuna protezione per la classe operaia. O considerando quanto sia difficile che esista un modo fattibile di produrre a ritmi talmente veloci senza adottare pratiche di lavoro non etiche. Il Fashion Transparency Index, compilato dagli attivisti Fashion Revolution, ha assegnato a Shein un punteggio complessivo di 1 su 100 in un rapporto compilato all&#8217;inizio di quest&#8217;anno. Sulla tracciabilità, una delle metriche chiave nell&#8217;Indice, Shein ha un punteggio pari a 0. Non solo mancata trasparenza: fino a poco tempo fa la società ha dichiarato falsamente sul suo sito che le condizioni nelle fabbriche che utilizza erano certificato da organismi internazionali per gli standard del lavoro (fonte: Reuters). In una dichiarazione sul sito (rilevata da Reuters il 26 luglio), Shein ha affermato che le fabbriche sono state &#8220;certificate&#8221; dall&#8217;Organizzazione internazionale per la standardizzazione (ISO) e che Shein era &#8220;orgogliosamente conforme a rigorosi standard di lavoro equi stabiliti da organizzazioni internazionali come SA8000&#8221;. SA8000 è uno standard per i sistemi di gestione basato sui principi internazionali dei diritti umani delineati dall&#8217;Organizzazione internazionale del lavoro e dalle Nazioni Unite, che misura le prestazioni delle aziende in otto aree tra cui lavoro minorile, lavoro forzato e salute e sicurezza. ISO è un&#8217;organizzazione globale che sviluppa standard commerciali, industriali e tecnici. Le aziende pagano gli organismi di certificazione per implementare e verificare questi standard presso le loro organizzazioni. L&#8217;ISO stabilisce solo standard e non effettua le certificazioni stesse. &#8220;Shein non lavora con fabbriche molto grandi ma [con] officine di piccole e medie dimensioni che raccolgono ordini ogni giorno&#8221;, secondo Matthew Brennan, scrittore e analista di tecnologia cinese con sede a Pechino. &#8220;È molto simile a un sistema Uber, in cui nuovi ordini arrivano sui telefoni dei proprietari di fabbrica. È molto scadente, ma efficiente&#8221;. Nella sezione del loro sito dedicata alla responsabilità sociale,  Shein dichiara di non aver mai fatto ricorso a lavoro minorile o forzato, ma non fornisce le informazioni complete sulla catena di approvvigionamento. La legge britannica richiede infatti alle aziende di determinate dimensioni di collegare simili dichiarazioni sul sito a spiegazioni dettagliate sulle misure adottate lungo la  catena logistica per evitare la schiavitù moderna. Cosa c&#8217;è di peggio della mancata trasparenza? La menzogna. In attesa di aggiornamenti da parte di Shein, restiamo intanto a riflettere su tutti gli altri aspetti più o meno etici di un modello di business ben lontano dalla moda slow e consapevole. Fonte: Reuters; Vox; The Mycenaean; SupChina. Foto: sito di Shein. &#160;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.spreaker.com/episode/46310479"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-11602" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie.png" alt="" width="30" height="28" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie.png 3840w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie-600x551.png 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie-300x276.png 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie-1024x941.png 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie-768x706.png 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie-1536x1412.png 1536w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie-2048x1882.png 2048w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie-1160x1066.png 1160w" sizes="auto, (max-width: 30px) 100vw, 30px" /></a>Puoi ascoltare qui l&#8217;articolo: <a href="https://www.spreaker.com/episode/46310479">Shein</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Shein (Zoetop Business Co Ltd) è un rivenditore online molto in voga, soprattutto tra i giovani, perché offre capi di moda a prezzi contenuti. Possiamo acquistare un outfit completo con meno di 30 dollari.</p>
<p>Chi paga però al nostro posto?</p>
<p>Uno dei problemi del fast fashion, di cui abbiamo scritto <a href="https://dress-ecode.com/category/modern-slavery-schiavitu-moderna/">molte volte</a>, è che nella maggior parte dei casi <strong>il prezzo così basso è frutto di mancato riconoscimento di un salario equo e di condizioni di lavoro appropriate ai lavoratori </strong>coinvolti nella produzione dei capi. Per questo motivo i consumatori chiedono sempre di più trasparenza sulla filiera produttiva.</p>
<h5><span style="color: #b85a4e;">Shein propone decine di migliaia di stili, ogni giorno ne vengono aggiunti circa 1.000.</span></h5>
<p><a href="https://dressecode.thinkific.com/"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-14632" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/05/cover.jpg" alt="Corso moda sostenibile" width="333" height="249" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/05/cover.jpg 943w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/05/cover-600x449.jpg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/05/cover-300x225.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/05/cover-768x575.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 333px) 100vw, 333px" /></a>Un ritmo di produzione ancora più veloce: &#8220;ultra-fast-fashion&#8221;, come è più corretto denominarla confrontandola con altri brand fast fashion come Missguided e Fashion Nova, che rilasciano circa 1.000 nuovi stili a settimana.</p>
<p>Shein è in grado di raggiungere <strong>milioni di giovani acquirenti direttamente attraverso i social media</strong> senza uno spazio di vendita fisico, affidandosi al traffico di ricerca e ai dati dei clienti per prefigurare le tendenze. &#8220;Non so nemmeno cosa sia&#8221;, dice la voce di un utente di TikTok mostrando un giocattolo a forma di coniglio rosa acquistato su Shein. Sui social, il marchio di fast fashion è a volte oggetto di scherno, vendendo articoli senza una logica chiara.</p>
<h5><span style="color: #b85a4e;">Definito come la società miliardaria più misteriosa della Cina (si rifiuta di rendere pubblici i suoi investitori), Shein non ha reso visibili le informazioni sulle condizioni di lavoro lungo la sua catena di approvvigionamento,  richieste dalla legge nel Regno Unito.</span></h5>
<p>Senza evidenze che mostrino il contrario, è difficile credere alla loro affermazione di &#8220;fare della responsabilità sociale una priorità&#8221;. Considerando ad esempio che a Shenzhen, in Cina, dove si trova la fabbrica originaria, ci sono condizioni di lavoro dure e praticamente nessuna protezione per la classe operaia. O considerando quanto sia difficile che esista un modo fattibile di produrre a ritmi talmente veloci senza adottare pratiche di lavoro non etiche.</p>
<p>Il Fashion Transparency Index, compilato dagli attivisti Fashion Revolution, ha assegnato a Shein <strong>un punteggio complessivo di 1 su 100</strong> in un rapporto compilato all&#8217;inizio di quest&#8217;anno. <strong>Sulla tracciabilità, una delle metriche chiave nell&#8217;Indice, Shein ha un punteggio pari a 0</strong>.</p>
<h5><span style="color: #b85a4e;">Non solo mancata trasparenza:</span></h5>
<p>fino a poco tempo fa la società ha dichiarato falsamente sul suo sito che le condizioni nelle fabbriche che utilizza erano certificato da organismi internazionali per gli standard del lavoro (fonte: Reuters). In una dichiarazione sul sito (rilevata da Reuters il 26 luglio), Shein ha affermato che le fabbriche sono state &#8220;certificate&#8221; dall&#8217;Organizzazione internazionale per la standardizzazione (ISO) e che Shein era &#8220;orgogliosamente conforme a rigorosi standard di lavoro equi stabiliti da organizzazioni internazionali come SA8000&#8221;.</p>
<p><a href="https://mailchi.mp/13e230d112c6/inizia-da-qui"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-13606" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/Bottone-inizia-da-qui.jpg" alt="" width="392" height="165" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/Bottone-inizia-da-qui.jpg 1403w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/Bottone-inizia-da-qui-600x253.jpg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/Bottone-inizia-da-qui-300x127.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/Bottone-inizia-da-qui-1024x432.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/Bottone-inizia-da-qui-768x324.jpg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/Bottone-inizia-da-qui-1160x489.jpg 1160w" sizes="auto, (max-width: 392px) 100vw, 392px" /></a>SA8000 è uno standard per i sistemi di gestione basato sui principi internazionali dei diritti umani delineati dall&#8217;Organizzazione internazionale del lavoro e dalle Nazioni Unite, che misura le prestazioni delle aziende in otto aree tra cui lavoro minorile, lavoro forzato e salute e sicurezza.</p>
<p>ISO è un&#8217;organizzazione globale che sviluppa standard commerciali, industriali e tecnici. Le aziende pagano gli organismi di certificazione per implementare e verificare questi standard presso le loro organizzazioni. L&#8217;ISO stabilisce solo standard e non effettua le certificazioni stesse.</p>
<p>&#8220;Shein non lavora con fabbriche molto grandi ma [con] officine di piccole e medie dimensioni che raccolgono ordini ogni giorno&#8221;, secondo Matthew Brennan, scrittore e analista di tecnologia cinese con sede a Pechino. &#8220;È molto simile a un sistema Uber, in cui nuovi ordini arrivano sui telefoni dei proprietari di fabbrica. È molto scadente, ma efficiente&#8221;.</p>
<p>Nella sezione del loro sito dedicata alla responsabilità sociale,  Shein dichiara di non aver mai fatto ricorso a lavoro minorile o forzato, ma <strong>non fornisce le informazioni complete sulla catena di approvvigionamento</strong>. La legge britannica richiede infatti alle aziende di determinate dimensioni di collegare simili dichiarazioni sul sito a spiegazioni dettagliate sulle misure adottate lungo la  catena logistica per evitare la schiavitù moderna.</p>
<p>Cosa c&#8217;è di peggio della mancata trasparenza? La menzogna. In attesa di aggiornamenti da parte di Shein, restiamo intanto a riflettere su tutti gli altri aspetti più o meno etici di un modello di business ben lontano dalla moda slow e consapevole.</p>
<p>Fonte: Reuters; Vox; The Mycenaean; SupChina. Foto: sito di Shein.</p>
<p><iframe loading="lazy" title="Spotify Embed: Shein: le false dichiarazioni sulle fabbriche del marchio ultra-fast-fashion" width="100%" height="232" allowtransparency="true" frameborder="0" allow="encrypted-media" src="https://open.spotify.com/embed/episode/0a7iflrlr70Da720b6LKfT?si=iZHBC8InQq-9Pu--QsrNkg&#038;dl_branch=1"></iframe></p>
<p><a href="https://dress-ecode.com/brand-e-attivita/"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-13617 aligncenter" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/BOTTONE-BRAND.jpg" alt="" width="1004" height="241" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/BOTTONE-BRAND.jpg 2018w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/BOTTONE-BRAND-600x144.jpg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/BOTTONE-BRAND-300x72.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/BOTTONE-BRAND-1024x247.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/BOTTONE-BRAND-768x185.jpg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/BOTTONE-BRAND-1536x370.jpg 1536w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/BOTTONE-BRAND-1160x279.jpg 1160w" sizes="auto, (max-width: 1004px) 100vw, 1004px" /></a></p>
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		<title>L&#8217;impatto della pelle e delle concerie: quello che non sappiamo e chi è dentro ha paura a dirci</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2021 10:20:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Companies / Aziende]]></category>
		<category><![CDATA[Environment/Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrics/Tessuti]]></category>
		<category><![CDATA[Fashion/Moda]]></category>
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					<description><![CDATA[Puoi ascoltare qui l&#8217;articolo: L&#8217;impatto della pelle e delle concerie Quando ho visto il documentario di DW sul lato oscuro della moda-lusso sono stata male per diversi giorni. È un pugno allo stomaco. Volevo scriverne in un articolo, ma per farlo al meglio ho desiderato coinvolgere Francesco Gesualdi che in quel documentario racconta di un report realizzato sulla pelle e le concerie, ostacolato in più modi. Con l&#8217;obiettivo di diffondere quanto emerso anche a chi non ha la pazienza di leggere il report fino in fondo, ho chiesto il suo aiuto per ripercorrere i punti più rilevanti, ciò che non possiamo ignorare: è troppo importante per far finta di nulla e andare oltre. Francesco Gesualdi è un attivista, saggista e coordinatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano (PI) che si occupa di squilibri sociali e ambientali a livello internazionale.  Il Centro svolge anche attività di ricerca sul comportamento sociale ed ambientale delle imprese per informare i consumatori e propone azioni per opporsi ai meccanismi che generano ingiustizia e un malsano sviluppo. È un tema delicato, quello della pelle. Come lo è quello del consumo alimentare di carne. Ognuno di noi compie scelte personali, anche riguardo alla sostenibilità, e preferiamo utilizzare sempre toni molto pacati, invitando a compiere un passo alla volta. È nostra responsabilità però far conoscere l&#8217;impatto di tessuti e materiali e non possiamo non parlare della pelle. Rispettando le scelte di ognuno, abbiamo il compito di informare. Non è solo una questione di maltrattamento degli animali, di cui con Francesco ripercorriamo i principali aspetti. Ci sono anche altri lati oscuri di un&#8217;industria di cui si ha paura a parlare, come ci racconta Francesco che tratta questi temi per cercare di comprendere e far conoscere cosa accade dietro ai prodotti che acquistiamo. Ho deciso alla fine di lasciare per intero tutto l&#8217;intervento di Francesco, senza sintetizzare. Lo ringrazio per la pazienza e la disponibilità a evidenziarci gli aspetti più salienti del report. Abbiamo coinvolto anche Deborah Lucchetti, presidente della campagna Abiti Puliti, per un approfondimento sulla pelle. A entrambi abbiamo domandato cosa possiamo fare come consumatori più consapevoli e cosa possono fare i brand come produttori più responsabili. Il report in apertura tocca il tema dell’impatto ambientale degli allevamenti di bestiame, da cui tutto il discorso sulla pelle ha origine. L’acqua consumata, il cibo utilizzato, la terra occupata e i rifiuti prodotti. Francesco, c’è qualche dato o aspetto che desidera sottolineare? &#8220;Quello della carne è un settore sempre più discusso, non solo per il maltrattamento degli animali, ma anche per il suo impatto sulla salute e sull’ambiente. Nel 2015 fece scalpore l’annuncio dell’Organizzazione Mondiale della Salute che includeva la carne rossa fra i fattori di rischio d’insorgenza del cancro, ma vari studi avevano già associato l’alto consumo di carne a forme tumorali del colon retto. Parimenti è ormai documentata la correlazione fra allevamento animale e cambiamenti climatici. La Fao stima che i gas serra emessi dagli allevamenti animali ammontino a 8,3 gigatonnellate di CO2 equivalenti, pari al 15% di tutti i gas serra prodotti dall’agire umano. Al metano emesso direttamente dai ruminanti, andrebbero aggiunte nel conteggio le emissioni di anidride carbonica connesse alla produzione di soia, nonché mais e altri cereali dati in pasto agli animali. Si stima che fra il 35 e il 40% dell’intera produzione mondiale di cereali sia destinata agli animali, una quota destinata a salire considerato che il consumo di carne è in crescita. In conclusione, all’allevamento animale dedichiamo 4 miliardi di ettari pari al 77% della terra agricola e al 44% della terra agricola e forestale. E per finire il consumo di acqua. Ci vogliono 15.000 litri (15 metri cubi) di acqua per produrre un chilo di carne di manzo. In pratica serve una piccola piscina piena d’acqua per quattro bistecche. Un dato che sembra impossibile finché non esaminiamo cosa mangia una bestia durante il suo ciclo di vita: 1.300 chili di granaglie e 7.200 chili di foraggio. Ci vuole tanta acqua per fare crescere tutta questa roba. In più ci vanno aggiunti 24 metri cubi d’acqua per dissetare la bestia e 7 metri cubi per tenerla pulita. La conclusione è che per produrre un chilo di carne di manzo ci vogliono 6,5 chili di granaglie, 36 chili di foraggio e 15 metri cubi di acqua. E di acqua nel mondo ce n’è sempre di meno&#8221;. Gli enti dell&#8217;industria conciaria affermano di giocare un ruolo ambientale positivo, perché eliminano un prodotto di scarto generato dall&#8217;industria della carne. È così? &#8220;Gli industriali della concia affermano di svolgere un ruolo benefico ai fini ambientali, perché ci liberano da un rifiuto prodotto dall’industria della carne quasi fossero degli spazzini. Ma il giro di soldi che ruota attorno alla pelle è così imponente che rimane difficile concepirlo come un settore che si affida alla produzione di avanzi da parte di altri. Basti pensare che rappresenta la base su cui è costruito un impero industriale, fortemente connesso al lusso, costituito da scarpe, borsette, cinture, portafogli, rivestimenti di mobili e auto ecc., per un giro d’affari complessivo stimato in oltre mille miliardi di dollari l&#8217;anno. In conclusione, senza la pelle crollerebbe un mondo. Sfogliando qualsiasi rivista dedicata alla pelle, emerge ovunque il lamento dei proprietari di concerie che denunciano la penuria di materia prima. Per cui è più verosimile immaginare i due settori, l’industria della carne e quella della pelle, come due alleati che lavorano insieme per fare crescere l’industria dell’allevamento e della macellazione&#8221;. Stati Uniti, Brasile, Cina sono i maggiori produttori di pelli grezze. A seguire l’Europa. Qual è il ruolo dell’Italia nel settore che emerge dal report? &#8220;L’Italia non dispone di grandi allevamenti di bestiame: con sei milioni di capi di bovini allevati, rappresenta appena lo 0,36% del totale mondiale. Di conseguenza anche la produzione di pelli grezze è ridotta: appena l’1% del totale mondiale riferito al 2013. Ciò nonostante ha una lunga e vivace tradizione conciaria, per cui, in termini di peso contribuisce al 9% della produzione mondiale di cuoio per suola e al 7,4% della produzione mondiale di pelle conciata bovina per tutte le altre destinazioni. In termini monetari rappresenta addirittura il 17% della produzione totale mondiale e il 30% delle esportazioni di pelli finite. Negli ultimi quarant&#8217;anni, l’industria conciaria italiana è andata incontro a profonde trasformazioni. Tradizionalmente lavorava pelli grezze che portava a pelli finite attraverso le varie fasi di concia. Ma a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, si è assistito ad un abbandono crescente della prima fase di concia, per concentrarsi sulle fasi terminali. Un cambiamento dovuto a due grandi fenomeni. Da una parte l’introduzione di leggi ambientali più severe che costringevano le imprese ad investimenti che non tutti volevano o potevano sostenere. Dall’altra l’aumento di prezzo del pellame grezzo dovuto all’aumento dei dazi da parte dei paesi produttori come strategia di promozione della propria industria conciaria. Il risultato è che oggi, di tutta la pelle bovina prodotta in Italia, solo il 25% è ottenuto dalla lavorazione interna di pelle grezza. Tutto il resto è solo riconcia di wet blue (ndr: pelli conciate al cromo ancora umide) proveniente dall&#8217;estero. Tale quota, aggiunta alla pelle grezza, porta a concludere che il 97% della pelle prodotta italiana ha origine da pelle grezza di provenienza estera&#8220;. Nel nostro Paese l’attività conciaria è concentrata in 3 distretti: Arzignano in Veneto, lungo la Valle del Chiampo in provincia di Vicenza, Santa Croce in Toscana, tra le province di Pisa e Firenze, e Solofra in Campania, tra Napoli e Avellino. In particolare, il comune di Arzignano, che contribuisce per il 52% al dato produttivo. Santa Croce, che fornisce il 28% della produzione totale, si concentra maggiormente sulla produzione di fascia alta orientata verso le calzature e la pelletteria. Avete scelto di svolgere lo studio nel distretto di Santa Croce. Che tipo di realtà ci sono nel territorio? Quali avete indagato? &#8220;Nella zona di Santa Croce l’attività conciaria ha una presenza molto antica, ma assume le caratteristiche di distretto industriale a partire dal 1800. Per capire meglio la fisionomia del distretto, va tenuto presente che per ottenere una pelle finita serve l’apporto di lavorazioni che vanno ben oltre la concia in senso stretto. Sommariamente le fasi di lavoro della pelle si possono dividere in tre tronconi: pre-concia, concia e rifinitura. La pre-concia serve a liberare la pelle da sporcizia, peli, residui di carne e grasso. La concia serve a trasformare la pelle in materiale imputrescibile. La rifinizione serve a dare alla pelle l’aspetto estetico desiderato come spessore, colore, lucentezza, impermeabilità, e molto altro. In totale le concerie presenti nel distretto di Santa Croce sono 240, per la maggior parte di piccole dimensioni. Alcune di loro sono attrezzate per svolgere al loro interno tutte le fasi di lavoro, ma si tratta di una rarità. La maggior parte dispongono solo dei macchinari strettamente necessari alla fase di concia. Per questo nel distretto sono sorti molti altri laboratori, oltre 500, per l’esecuzione di lavorazioni specifiche. Sono i così detti terzisti che le concerie usano per l’esecuzione delle lavorazioni di tipo preliminare e di tipo finale che richiedono macchinari particolari. Secondo i dati forniti dalla Camera di commercio, nel 2014 il distretto risulta formato da 1.027 imprese, per il 77% direttamente coinvolte con la lavorazione della pelle, per il 18,5% dedite alle attività commerciali e per il 4,5% alla fornitura di macchinari. Più complessa la situazione rispetto all&#8217;occupazione perché esistono due grandi categorie di occupati: quelli alle dirette dipendenze delle imprese produttrici e quelli assunti da agenzie di somministrazione del lavoro, anche dette interinali. Per la verità la situazione è un po&#8217; confusa perché abbiamo dovuto usare più fonti non sempre perfettamente coerenti fra loro. Alla fine il dato che ci pare più vicino alla realtà è che nel distretto, anno 2014, lavorino 12.698 persone, di cui 9.247 (72%) alle dirette dipendenze delle imprese produttrici e 3451 (28%) alle dipendenze di agenzie interinali&#8220;. Vorrei che ci raccontasse la situazione rilevata nel distretto. Partiamo dal lavoro illegale. 48,6% di aziende in cui avete riscontrato il fenomeno è un dato impressionante. Cosa c’è dietro questa percentuale? &#8220;Nonostante l’ampio ventaglio di forme di assunzione offerto dalla legge, nel distretto continua a persistere il ricorso al lavoro nero che è la forma più grave di violazione dei diritti dei lavoratori perché li priva dell’assicurazione contro gli infortuni e dei versamenti ai fini pensionistici. In Italia, il compito di verificare l’applicazione della legge, in materia di rapporti di lavoro, è delegato all’autorità territoriale denominata &#8216;Direzione provinciale del lavoro&#8217;. Gli ispettori intervengono per iniziativa propria o su denuncia. Dal 1° gennaio 2011 al 31 dicembre 2014, nel distretto di Santa Croce (con l’esclusione del comune di Fucecchio) sono state ispezionate 181 aziende (concerie e terzisti) per un totale di 999 lavoratori. Di essi 70% erano di nazionalità italiana e 30% immigrati. Complessivamente sono state trovate irregolarità riguardanti 208 lavoratori fra cui 112 totalmente in nero. Il 43% dei lavoratori in nero erano immigrati. «Tra le forme di irregolarità possibili – denuncia Loris Mainardi, esponente sindacale &#8211; c’è quella di assumere lavoratori con contratti ad orario ridotto, o part-time, per poi farli lavorare come full-time». Mezza giornata con contratto e mezza a nero. Abitudine in crescita, secondo la Cgil. «La retribuzione di questi lavoratori &#8211; prosegue Mainardi &#8211; non sarà tutta in busta paga, con forti risparmi sia fiscali che contributivi da parte delle aziende». Quale altro importante aspetto evidenzia il report e che come consumatori o creatori di moda sostenibile dovremmo conoscere? &#8220;Nel suo lungo viaggio da pelle grezza a prodotto finito, la pelle passa per molte fasi e transita per molti stabilimenti. Ogni lavorazione presenta un rischio potenziale per la salute dei lavoratori, che però diventa minaccia reale in base alle scelte compiute dalle singole aziende. Per cui il rischio effettivo dipende dalla modernità degli impianti, dalla presenza dei dispositivi di protezione, dal rispetto degli standard igienici, dalla formazione dei dipendenti. La realtà di Santa Croce è troppo frammentata per poter dare un quadro dettagliato della situazione. Concerie moderne, di grandi dimensioni e attente alle normative in vigore, convivono con piccole...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-11602" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie.png" alt="" width="30" height="28" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie.png 3840w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie-600x551.png 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie-300x276.png 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie-1024x941.png 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie-768x706.png 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie-1536x1412.png 1536w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie-2048x1882.png 2048w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie-1160x1066.png 1160w" sizes="auto, (max-width: 30px) 100vw, 30px" />Puoi ascoltare qui l&#8217;articolo: <a href="https://www.spreaker.com/episode/43732691">L&#8217;impatto della pelle e delle concerie</a></p>
<p>Quando ho visto il <a href="https://www.youtube.com/watch?v=n7hzomuDEIk">documentario</a> di DW sul lato oscuro della moda-lusso sono stata male per diversi giorni. È un pugno allo stomaco. Volevo scriverne in un articolo, ma per farlo al meglio ho desiderato coinvolgere Francesco Gesualdi che in quel documentario racconta di un report realizzato sulla pelle e le concerie, ostacolato in più modi. Con l&#8217;obiettivo di diffondere quanto emerso anche a chi non ha la pazienza di leggere il report fino in fondo, ho chiesto il suo aiuto per ripercorrere i punti più rilevanti, ciò che non possiamo ignorare: è troppo importante per far finta di nulla e andare oltre.</p>
<p>Francesco Gesualdi è un attivista, saggista e coordinatore del <a href="http://www.cnms.it/index.php">Centro Nuovo Modello di Sviluppo</a> di Vecchiano (PI) che si occupa di squilibri sociali e ambientali a livello internazionale.  Il Centro svolge anche attività di ricerca sul comportamento sociale ed ambientale delle imprese per informare i consumatori e propone azioni per opporsi ai meccanismi che generano ingiustizia e un malsano sviluppo.</p>
<p>È un tema delicato, quello della pelle. Come lo è quello del consumo alimentare di carne. Ognuno di noi compie scelte personali, anche riguardo alla sostenibilità, e preferiamo utilizzare sempre toni molto pacati, invitando a compiere un passo alla volta. È nostra responsabilità però far conoscere l&#8217;impatto di tessuti e materiali e non possiamo non parlare della pelle. Rispettando le scelte di ognuno, abbiamo il compito di informare.</p>
<p>Non è solo una questione di maltrattamento degli animali, di cui con Francesco ripercorriamo i principali aspetti. Ci sono anche altri lati oscuri di un&#8217;industria di cui si ha paura a parlare, come ci racconta Francesco che tratta questi temi per cercare di comprendere e far conoscere cosa accade dietro ai prodotti che acquistiamo.</p>
<p>Ho deciso alla fine di lasciare per intero tutto l&#8217;intervento di Francesco, senza sintetizzare. Lo ringrazio per la pazienza e la disponibilità a evidenziarci gli aspetti più salienti del report. Abbiamo coinvolto anche Deborah Lucchetti, presidente della campagna <a href="https://www.abitipuliti.org/abiti-puliti-live/">Abiti Puliti</a>, per un approfondimento sulla pelle. A entrambi abbiamo domandato cosa possiamo fare come consumatori più consapevoli e cosa possono fare i brand come produttori più responsabili.</p>
<h6><span style="color: #b85a4e;">Il report in apertura tocca il tema dell’impatto ambientale degli allevamenti di bestiame, da cui tutto il discorso sulla pelle ha origine. L’acqua consumata, il cibo utilizzato, la terra occupata e i rifiuti prodotti. Francesco, c’è qualche dato o aspetto che desidera sottolineare?</span></h6>
<p>&#8220;<strong>Quello della carne è un settore sempre più discusso, non solo per il maltrattamento degli animali, ma anche per il suo impatto sulla salute e sull’ambiente</strong>. <img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-14313 alignright" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/02/photo-1513255735428-d9b13e44f190.jpeg" alt="" width="395" height="593" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/02/photo-1513255735428-d9b13e44f190.jpeg 900w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/02/photo-1513255735428-d9b13e44f190-600x900.jpeg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/02/photo-1513255735428-d9b13e44f190-200x300.jpeg 200w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/02/photo-1513255735428-d9b13e44f190-683x1024.jpeg 683w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/02/photo-1513255735428-d9b13e44f190-768x1152.jpeg 768w" sizes="auto, (max-width: 395px) 100vw, 395px" /><br />
Nel 2015 fece scalpore l’annuncio dell’Organizzazione Mondiale della Salute che includeva la carne rossa fra i fattori di rischio d’insorgenza del cancro, ma vari studi avevano già associato l’alto consumo di carne a forme tumorali del colon retto. Parimenti è ormai documentata la correlazione fra allevamento animale e cambiamenti climatici. La Fao stima che i gas serra emessi dagli allevamenti animali ammontino a 8,3 gigatonnellate di CO2 equivalenti, pari al 15% di tutti i gas serra prodotti dall’agire umano. Al metano emesso direttamente dai ruminanti, andrebbero aggiunte nel conteggio le emissioni di anidride carbonica connesse alla produzione di soia, nonché mais e altri cereali dati in pasto agli animali. Si stima che fra il 35 e il 40% dell’intera produzione mondiale di cereali sia destinata agli animali, una quota destinata a salire considerato che il consumo di carne è in crescita. In conclusione, all’allevamento animale dedichiamo 4 miliardi di ettari pari al 77% della terra agricola e al 44% della terra agricola e forestale. E per finire il consumo di acqua.<br />
Ci vogliono 15.000 litri (15 metri cubi) di acqua per produrre un chilo di carne di manzo. In pratica <strong>serve una piccola piscina piena d’acqua per quattro bistecche</strong>. Un dato che sembra impossibile finché non esaminiamo cosa mangia una bestia durante il suo ciclo di vita: 1.300 chili di granaglie e 7.200 chili di foraggio. Ci vuole tanta acqua per fare crescere tutta questa roba. In più ci vanno aggiunti 24 metri cubi d’acqua per dissetare la bestia e 7 metri cubi per tenerla pulita. La conclusione è che <strong>per produrre un chilo di carne di manzo ci vogliono 6,5 chili di granaglie, 36 chili di foraggio e 15 metri cubi di acqua</strong>. E di acqua nel mondo ce n’è sempre di meno&#8221;.</p>
<h6><span style="color: #b85a4e;">Gli enti dell&#8217;industria conciaria affermano di giocare un ruolo ambientale positivo, perché eliminano un prodotto di scarto generato dall&#8217;industria della carne. È così?</span></h6>
<p>&#8220;Gli industriali della concia affermano di svolgere un ruolo benefico ai fini ambientali, perché ci liberano da un rifiuto prodotto dall’industria della carne quasi fossero degli spazzini. Ma <strong>il giro di soldi che ruota attorno alla pelle è così imponente che rimane difficile concepirlo come un settore che si affida alla produzione di avanzi da parte di altri.</strong> Basti pensare che rappresenta la base su cui è costruito un impero industriale, fortemente connesso al lusso, costituito da scarpe, borsette, cinture, portafogli, rivestimenti di mobili e auto ecc., per un giro d’affari complessivo stimato in oltre mille miliardi di dollari l&#8217;anno. In conclusione, <strong>senza la pelle crollerebbe un mondo</strong>.<br />
Sfogliando qualsiasi rivista dedicata alla pelle, emerge ovunque il lamento dei proprietari di <strong>concerie che denunciano la penuria di materia prima</strong>. Per cui è più verosimile immaginare i due settori, l’industria della carne e quella della pelle, come due alleati che lavorano insieme per fare crescere l’industria dell’allevamento e della macellazione&#8221;.</p>
<h6><span style="color: #b85a4e;">Stati Uniti, Brasile, Cina sono i maggiori produttori di pelli grezze. A seguire l’Europa. Qual è il ruolo dell’Italia nel settore che emerge dal report?</span></h6>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-14319 alignleft" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/02/photo-1580767118949-d0d19a974c16.jpeg" alt="" width="388" height="581" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/02/photo-1580767118949-d0d19a974c16.jpeg 900w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/02/photo-1580767118949-d0d19a974c16-600x900.jpeg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/02/photo-1580767118949-d0d19a974c16-200x300.jpeg 200w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/02/photo-1580767118949-d0d19a974c16-683x1024.jpeg 683w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/02/photo-1580767118949-d0d19a974c16-768x1152.jpeg 768w" sizes="auto, (max-width: 388px) 100vw, 388px" />&#8220;<strong>L’Italia non dispone di grandi allevamenti di bestiame</strong>: con sei milioni di capi di bovini allevati, rappresenta appena lo 0,36% del totale mondiale. Di conseguenza anche la produzione di pelli grezze è ridotta: appena l’1% del totale mondiale riferito al 2013. Ciò nonostante ha una lunga e vivace tradizione conciaria, per cui, in termini di peso contribuisce al 9% della produzione mondiale di cuoio per suola e al 7,4% della produzione mondiale di pelle conciata bovina per tutte le altre destinazioni. In termini monetari <strong>rappresenta addirittura il 17% della produzione totale mondiale e il 30% delle esportazioni di pelli finite</strong>.<br />
Negli ultimi quarant&#8217;anni, l’industria conciaria italiana è andata incontro a profonde trasformazioni. Tradizionalmente lavorava pelli grezze che portava a pelli finite attraverso le varie fasi di concia. Ma a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, si è assistito ad un abbandono crescente della prima fase di concia, per concentrarsi sulle fasi terminali. Un cambiamento dovuto a due grandi fenomeni. Da una parte l’introduzione di leggi ambientali più severe che costringevano le imprese ad investimenti che non tutti volevano o potevano sostenere. Dall’altra l’aumento di prezzo del pellame grezzo dovuto all’aumento dei dazi da parte dei paesi produttori come strategia di promozione della propria industria conciaria.<br />
Il risultato è che <strong>oggi, di tutta la pelle bovina prodotta in Italia, solo il 25% è ottenuto dalla lavorazione interna di pelle grezza. </strong>Tutto il resto è solo riconcia di <em>wet blue</em> (<em>ndr: pelli conciate al cromo ancora umide)</em> proveniente dall&#8217;estero. Tale quota, aggiunta alla pelle grezza, porta a concludere che <strong>il 97% della pelle prodotta italiana ha origine da pelle grezza di provenienza estera</strong>&#8220;.</p>
<h6><span style="color: #b85a4e;">Nel nostro Paese l’attività conciaria è concentrata in 3 distretti: Arzignano in Veneto, lungo la Valle del Chiampo in provincia di Vicenza, Santa Croce in Toscana, tra le province di Pisa e Firenze, e Solofra in Campania, tra Napoli e Avellino. In particolare, il comune di Arzignano, che contribuisce per il 52% al dato produttivo.</span><br />
<span style="color: #b85a4e;">Santa Croce, che fornisce il 28% della produzione totale, si concentra maggiormente sulla produzione di fascia alta orientata verso le calzature e la pelletteria.</span><br />
<span style="color: #b85a4e;">Avete scelto di svolgere lo studio nel distretto di Santa Croce. Che tipo di realtà ci sono nel territorio? Quali avete indagato?</span></h6>
<p>&#8220;Nella zona di Santa Croce l’attività conciaria ha una presenza molto antica, ma assume le caratteristiche di distretto industriale a partire dal 1800. Per capire meglio la fisionomia del distretto, va tenuto presente che <strong>per ottenere una pelle finita serve l’apporto di lavorazioni che vanno ben oltre la concia in senso stretto</strong>. Sommariamente le fasi di lavoro della pelle si possono dividere in tre tronconi: pre-concia, concia e rifinitura. La pre-concia serve a liberare la pelle da sporcizia, peli, residui di carne e grasso. La concia serve a trasformare la pelle in materiale imputrescibile. La rifinizione serve a dare alla pelle l’aspetto estetico desiderato come spessore, colore, lucentezza, impermeabilità, e molto altro.<br />
<strong>In totale le concerie presenti nel distretto di Santa Croce sono 240, per la maggior parte di piccole dimensioni</strong>. Alcune di loro sono attrezzate per svolgere al loro interno tutte le fasi di lavoro, ma si tratta di una rarità. La maggior parte dispongono solo dei macchinari strettamente necessari alla fase di concia. Per questo <strong>nel distretto sono sorti molti altri laboratori, oltre 500, per l’esecuzione di lavorazioni specifiche</strong>. Sono i così detti <strong>terzisti</strong> che le concerie usano per l’esecuzione delle lavorazioni di tipo preliminare e di tipo finale che richiedono macchinari particolari.<img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-14331 alignright" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Santa-croce-pelle-conceria-1.jpg" alt="" width="632" height="385" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Santa-croce-pelle-conceria-1.jpg 2494w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Santa-croce-pelle-conceria-1-600x366.jpg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Santa-croce-pelle-conceria-1-300x183.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Santa-croce-pelle-conceria-1-1024x625.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Santa-croce-pelle-conceria-1-768x468.jpg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Santa-croce-pelle-conceria-1-1536x937.jpg 1536w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Santa-croce-pelle-conceria-1-2048x1249.jpg 2048w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Santa-croce-pelle-conceria-1-1160x707.jpg 1160w" sizes="auto, (max-width: 632px) 100vw, 632px" /></p>
<p>Secondo i dati forniti dalla Camera di commercio, nel 2014 il distretto risulta formato da <strong>1.027 imprese, per il 77% direttamente coinvolte con la lavorazione della pelle, per il 18,5% dedite alle attività commerciali e per il 4,5% alla fornitura di macchinari</strong>.<br />
Più complessa la situazione rispetto all&#8217;occupazione perché esistono due grandi categorie di occupati: quelli alle dirette dipendenze delle imprese produttrici e quelli assunti da agenzie di somministrazione del lavoro, anche dette interinali. Per la verità la situazione è un po&#8217; confusa perché abbiamo dovuto usare più fonti non sempre perfettamente coerenti fra loro. Alla fine il dato che ci pare più vicino alla realtà è che <strong>nel distretto, anno 2014, lavorino 12.698 persone, di cui 9.247 (72%) alle dirette dipendenze delle imprese produttrici e 3451 (28%) alle dipendenze di agenzie interinali</strong>&#8220;.</p>
<h6><span style="color: #b85a4e;">Vorrei che ci raccontasse la situazione rilevata nel distretto. Partiamo dal lavoro illegale. 48,6% di aziende in cui avete riscontrato il fenomeno è un dato impressionante. Cosa c’è dietro questa percentuale?</span></h6>
<p>&#8220;Nonostante l’ampio ventaglio di forme di assunzione offerto dalla legge, nel distretto <strong>continua a persistere il ricorso al lavoro nero che è la forma più grave di violazione dei diritti dei lavoratori perché li priva dell’assicurazione contro gli infortuni e dei versamenti ai fini pensionistici</strong>.<br />
In Italia, il compito di verificare l’applicazione della legge, in materia di rapporti di lavoro, è delegato all’autorità territoriale denominata &#8216;Direzione provinciale del lavoro&#8217;. Gli ispettori intervengono per iniziativa propria o su denuncia. Dal 1° gennaio 2011 al 31 dicembre 2014, nel distretto di Santa Croce (con l’esclusione del comune di Fucecchio) <strong>sono state ispezionate 181 aziende (concerie e terzisti) per un totale di 999 lavoratori. Di essi 70% erano di nazionalità italiana e 30% immigrati.</strong> Complessivamente sono state trovate irregolarità riguardanti 208 lavoratori fra cui 112 totalmente in nero. Il 43% dei lavoratori in nero erano immigrati.<br />
«Tra le forme di irregolarità possibili – denuncia Loris Mainardi, esponente sindacale &#8211; c’è quella di assumere lavoratori con contratti ad orario ridotto, o part-time, per poi farli lavorare come full-time». Mezza giornata con contratto e mezza a nero. Abitudine in crescita, secondo la Cgil. «La retribuzione di questi lavoratori &#8211; prosegue Mainardi &#8211; non sarà tutta in busta paga, con forti risparmi sia fiscali che contributivi da parte delle aziende».</p>
<h6><span style="color: #b85a4e;">Quale altro importante aspetto evidenzia il report e che come consumatori o creatori di moda sostenibile dovremmo conoscere?</span></h6>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-14333 alignleft" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Santa-Croce-pelle-conceria-2.jpg" alt="" width="606" height="375" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Santa-Croce-pelle-conceria-2.jpg 2514w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Santa-Croce-pelle-conceria-2-600x372.jpg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Santa-Croce-pelle-conceria-2-300x186.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Santa-Croce-pelle-conceria-2-1024x634.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Santa-Croce-pelle-conceria-2-768x476.jpg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Santa-Croce-pelle-conceria-2-1536x951.jpg 1536w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Santa-Croce-pelle-conceria-2-2048x1268.jpg 2048w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Santa-Croce-pelle-conceria-2-1160x718.jpg 1160w" sizes="auto, (max-width: 606px) 100vw, 606px" />&#8220;Nel suo lungo viaggio da pelle grezza a prodotto finito, la pelle passa per molte fasi e transita per molti stabilimenti. <strong>Ogni lavorazione presenta un rischio potenziale per la salute dei lavoratori, che però diventa minaccia reale in base alle scelte compiute dalle singole aziende</strong>. Per cui il rischio effettivo dipende dalla modernità degli impianti, dalla presenza dei dispositivi di protezione, dal rispetto degli standard igienici, dalla formazione dei dipendenti. La realtà di Santa Croce è troppo frammentata per poter dare un quadro dettagliato della situazione. <strong>Concerie moderne, di grandi dimensioni e attente alle normative in vigore, convivono con piccole concerie e piccoli terzisti che malvolentieri investono in igiene e sicurezza ed anzi cercano di accrescere i propri guadagni frodando il fisco, assumendo in nero, violando le leggi antinfortunistiche</strong>.<br />
Per ammissione generale <strong>le prime fasi di lavorazione della pelle sono quelle che espongono a maggiore fatica e disagio </strong>per la manipolazione di materiale pesante, sporco, carico di residui di carne e di grasso. Tant&#8217;è gli addetti alla scarnatura e spaccatura hanno diritto a un&#8217;indennità di 5,37 euro al mese, ma giudicandola poco appetibile <strong>gli italiani preferiscono lasciare il posto agli immigrati</strong>.<br />
Poiché bisogna alzare e spostare pelli molto pesanti, a causa dell’elevato contenuto d’acqua, <strong>fra i lavoratori di questa prima fase sono frequenti le patologie muscolari e scheletriche</strong>. Nel 2011 la sezione della Medicina del Lavoro competente per il distretto di Santa Croce ha condotto uno studio su 101 lavoratori addetti alla scarnatura, con un’età media di 44 anni, di cui 37 stranieri. Di tutti i lavoratori esaminati, 31 sono risultati positivi per disturbi alla colonna vertebrale.<br />
Allargando la visuale all&#8217;intero comparto conciario di Santa Croce, <strong>dal 2009 al 2013 si sono registrati 720 infortuni con una distribuzione annuale di tipo altalenante</strong>. Considerato che 528 hanno riguardato lavoratori italiani, a prima vista sembra che i più colpiti siano gli italiani. Ma mettendo a confronto il numero di infortunati col numero di occupati della stessa nazionalità, troviamo che <strong>l&#8217;incidenza di infortuni fra i lavoratori italiani è del 7,6%, mentre fra gli immigrati è del 14,4%</strong>.<br />
<img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-14315 alignright" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/02/photo-1451930393367-e1e01fc2bacc-1.jpeg" alt="" width="593" height="396" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/02/photo-1451930393367-e1e01fc2bacc-1.jpeg 900w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/02/photo-1451930393367-e1e01fc2bacc-1-600x401.jpeg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/02/photo-1451930393367-e1e01fc2bacc-1-300x200.jpeg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/02/photo-1451930393367-e1e01fc2bacc-1-768x513.jpeg 768w" sizes="auto, (max-width: 593px) 100vw, 593px" />Oltre agli incidenti, nelle concerie c’è il problema delle <strong>malattie professionali</strong>. Di quei disturbi, cioè, che <strong>si instaurano nel tempo, per contatto con sostanze pericolose, per permanenza in ambienti insalubri, per svolgimento di lavori logoranti.</strong> I casi di malattie professionali riconosciuti nel distretto di Santa Croce dal 1997 al 2014 sono stati 493 suddivisibili in cinque grandi gruppi: malattie muscolo-scheletriche, tumori, dermatiti, disturbi dell’udito, malattie respiratorie. Le malattie muscoloscheletriche sono le più numerose.<br />
E per finire il problema ambientale. <strong>L’industria della concia ha un grande impatto sull’ambiente, non solo per le conseguenze provocate dal bestiame che fornisce pellame, ma anche per il grande consumo di acqua e la grande quantità di rifiuti biologici e chimici che si generano durante la fase industriale</strong>. Le concerie del distretto di Santa Croce consumano circa 6 milioni di metri cubi di acqua all’anno, prelevate prevalentemente dalle falde acquifere che si trovano nel sottosuolo.<br />
Da ogni tonnellata di pelle grezza si possono ottenere dai 200 ai 250 kg di pelle conciata al cromo, che complessivamente possono richiedere l’uso di una quantità d’acqua oscillante tra le 15 e le 50 tonnellate, 500 kg di sostanze chimiche e tra i 9,3 e i 42 GJ di energia. Per cui per ogni tonnellata di pelle lavorata si producono tra 60 e 250 tonnellate di acqua inquinata (contenente tra le altre sostanze circa 20-30 kg di cromo e 50 kg di solfuro), tra 1.800 e 3.650 kg di residui solidi, 2.500 kg di fanghi, tra 4 e 50 kg di solventi emessi nell’aria&#8221;.</p>
<h6><span style="color: #b85a4e;">Qual è l’aspetto che più l’ha toccata realizzando questa indagine?</span></h6>
<p>&#8220;Il senso di <strong>paura</strong>. Durante tutta l’indagine abbiamo percepito la <strong>paura dei lavoratori a parlare</strong>. Paura di raccontare, di descrivere le loro condizioni di lavoro, di elencare gli abusi a cui sono costretti. Paura di perdere il posto di lavoro. Soprattutto da parte degli immigrati, specie quelli con permesso di soggiorno scaduto che quindi sono costretti a lavorare in nero accettando qualsiasi condizione: il frutto amaro della legge Bossi-Fini che per rilasciare un permesso di soggiorno richiede un lavoro, ma per ottenere un lavoro richiede il permesso di soggiorno.<br />
Ma<strong> il senso di omertà</strong> l’abbiamo trovato anche presso i dirigenti sindacali, presso le autorità politiche, presso gli uffici del lavoro, presso l’Inail, l’ASL, l’Ispettorato del lavoro. A Santa Croce i conciatori sono una potenza, nessuno vuole metterseli contro. Perfino i dati statistici più banali di carattere economico, occupazionale, merceologico sono difficili da reperire. <strong>Tutti temporeggiano, tutti rinviano e alla fine tutti tacciono. Per paura delle ritorsioni: sul piano occupazionale, sul piano degli introiti fiscali, sul piano dei contributi benefici. Ma nel silenzio gli abusi continuano</strong>&#8220;.</p>
<h6><span style="color: #b85a4e;">Nel gennaio 2016, il consorzio CYS è stato informato dalla DG DEVCO che due associazioni imprenditoriali europee, la Confederazione europea dell&#8217;industria calzaturiera (CEC) e la Confederazione europea dell&#8217;industria della pelle (COTANCE), avevano presentato un reclamo alla DG GROWTH (il dipartimento della CE per sviluppo economico e industriale) sui contenuti del rapporto. Cos’è successo?</span></h6>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-14335 alignleft" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Conceria-pelle-3.jpg" alt="" width="594" height="334" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Conceria-pelle-3.jpg 2529w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Conceria-pelle-3-600x337.jpg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Conceria-pelle-3-300x169.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Conceria-pelle-3-1024x576.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Conceria-pelle-3-768x432.jpg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Conceria-pelle-3-1536x864.jpg 1536w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Conceria-pelle-3-2048x1152.jpg 2048w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Conceria-pelle-3-1160x652.jpg 1160w" sizes="auto, (max-width: 594px) 100vw, 594px" />&#8220;Si tratta di una storia molto lunga durata un anno circa, descritta in dettaglio nella parte introduttiva del nostro rapporto. Va premesso che <strong>il rapporto sulle concerie in Italia, faceva parte di un progetto relativo alla difesa dei diritti dei lavoratori, cofinanziato dall’Unione Europea.</strong> Il contratto prevedeva espressamente il tipo di ricerca che noi effettuammo. Ma <strong>i risultati non piacquero all’industria della concia che si mobilitò ad ogni livello</strong>: locale, nazionale, europeo, per denigrarci e forzarci a ritirare il rapporto. Fra le strategie assunte ci fu la lamentela presso alcuni uffici della Commissione Europea affinché venissimo <strong>richiamati e indotti a ritirare il rapporto</strong>.</p>
<p>Ma poiché non c’erano le basi per farci delle contestazioni formali né da un punto di vista contenutistico, né da un punto di vista contrattuale, la cosa venne giocata su un piano non ufficiale da parte degli uffici della Commissione Europea: quanto bastava per farci capire che se non ci saremmo adeguati alla richiesta dei conciatori avremmo passato dei guai sul piano del finanziamento, ma senza mai dircelo nero su bianco. E dopo un lungo tira e molla, due incontri a Bruxelles non verbalizzati, un intervento da parte di alcuni parlamentari europei affinché i finanziamenti non venissero interrotti, e soprattutto tante telefonate che non lasciano tracce, alla fine i<strong>l gruppo di ONG che portava avanti il progetto decise di capitolare, estrapolando il rapporto dal progetto cofinanziato, con tutte le conseguenze anche sul piano finanziario</strong>: le spese per il rapporto vennero riversate al progetto da parte dei partecipanti.</p>
<p><strong>Una storia triste che ci ha mostrato in maniera pratica, quanto sia stretto il legame fra mondo delle imprese e uffici della Commissione Europea.</strong> Un sistema di potere contro cui non contano né validità dei dati, né serietà di ricerca. Conta solo il rapporto di forza e a Bruxelles le lobby di forza ne hanno tanta&#8221;.</p>
<h6><span style="color: #b85a4e;">Perché il report è ostacolato?</span></h6>
<p>&#8220;<strong>Il report non è piaciuto ai conciatori, e di conseguenza neanche agli uffici della Commissione Europea, perché mette in evidenza che anche in Europa le imprese violano le leggi e maltrattano i lavoratori</strong>.</p>
<p><strong>I rapporti sui diritti non goduti dai lavoratori vanno bene finché si parla della Cina, della Cambogia, del Bangladesh, non quando si parla di ciò che succede nel cuore dell’Unione Europea</strong>. Allora si tirano fuori mille cavilli e quando i cavilli scientifici e giuridici non possono essere invocati perché tutto è stato svolto in maniera corretta, allora si usano i mezzi di pressione più subdola, quelli che non lasciano traccia e che se provi a raccontare ti fanno rischiare una denuncia per diffamazione&#8221;.</p>
<h6><span style="color: #b85a4e;">Che cosa possiamo fare noi come consumatori?</span></h6>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-14317 alignright" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/02/photo-1489286696299-aa7486820bd5.jpeg" alt="" width="576" height="385" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/02/photo-1489286696299-aa7486820bd5.jpeg 900w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/02/photo-1489286696299-aa7486820bd5-600x400.jpeg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/02/photo-1489286696299-aa7486820bd5-300x200.jpeg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/02/photo-1489286696299-aa7486820bd5-768x512.jpeg 768w" sizes="auto, (max-width: 576px) 100vw, 576px" />&#8220;<strong>Informarci e scegliere</strong>. Informarci per conoscere cosa succede, per conoscere chi non si comporta in maniera responsabile e poi agire. In tre modi: <strong>sostenendo chi fa contro informazione</strong>, attuando il <strong>consumo responsabile</strong> in modo da esercitare pressione sulle imprese che si comportano male escludendole dai nostri acquisti, partecipando a movimenti come la Campagna Abiti Puliti, che fuori dagli schemi di potere difendono i diritti dei lavoratori&#8221;.</p>
<h6><span style="color: #b85a4e;">E come brand che si impegnano nella sostenibilità?</span></h6>
<p>&#8220;Devono uscire fuori dall’ipocrisia, smettere di fare dichiarazioni altisonanti solo per difendere la propria immagine. Al contrario devono <strong>mettere in pratica le richieste avanzate dai gruppi a difesa dei diritti umani, dei diritti dei lavoratori, a difesa dell’ambiente</strong>. I brand della moda, benché cerchino di sganciarsi sempre di più dalla gestione diretta delle attività produttive, <strong>continuano a mantenere una grande responsabilità e un grande potere rispetto al come si produce</strong>. La produzione si sta terziarizzando sempre di più, ma i burattinai continuano ad essere loro, i brand, che determinano la qualità del lavoro e l’impatto sull’ambiente di tutta la filiera produttiva. Lo fanno pagando prezzi troppo bassi ai terzisti, imponendo tempi di fornitura troppo stretti, continuando a non inserire clausole sociali e ambientali nei loro contratti di fornitura. In una parola <strong>i brand devono smettere di essere parte del problema e trasformarsi in parte della soluzione</strong> comportandosi in maniera più responsabile: pagando prezzi più alti ai terzisti, pretendendo dai terzisti condizioni di lavoro e salariali più degne, dotandosi di un apparato che verifichi la qualità sociale e ambientale della produzione effettuata per loro, aprendosi alla trasparenza. Che <strong>non significa raccontare solo le cose che fanno fare bella figura, ma tutto, comprese le vergogne. Solo così capiremo di trovarci di fronte ad imprese che vogliono fare sul serio&#8221;.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Grazie Francesco per aver dedicato il tuo tempo ad andare a fondo su questo fenomeno e anche per averlo raccontato qui, in modo da diffondere i principali messaggi del report &#8220;<a href="https://www.publiceye.ch/en/publications/detail/a-tough-story-of-leather">A tough story of leather&#8221;</a>.</p>
<p>Abbiamo chiesto a Deborah Lucchetti, presidente della campagna <a href="https://www.abitipuliti.org/abiti-puliti-live/">Abiti Puliti</a>, un punto di vista in merito alla questione pelle, su cui le ricerche sono proseguite in altri paesi del Mondo.</p>
<h6><span style="color: #b85a4e;">Deborah, ci sono ulteriori aspetti collegati alla pelle che desidera portare all’attenzione?</span></h6>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-14338 alignleft" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Concerie-pelle-4.jpg" alt="" width="616" height="358" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Concerie-pelle-4.jpg 2557w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Concerie-pelle-4-600x350.jpg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Concerie-pelle-4-300x175.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Concerie-pelle-4-1024x597.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Concerie-pelle-4-768x448.jpg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Concerie-pelle-4-1536x895.jpg 1536w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Concerie-pelle-4-2048x1193.jpg 2048w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/Concerie-pelle-4-1160x676.jpg 1160w" sizes="auto, (max-width: 616px) 100vw, 616px" />&#8220;L’industria della pelle ha un enorme impatto ambientale e sociale nel mondo. Le regioni dove sono collocate concerie, in particolare nei paesi con sistemi normativi e di controllo più inefficienti, sono caratterizzate da <strong>livelli anormali di inquinamento idrico e del suolo, danni ambientali e rischi sanitari</strong> per i lavoratori e le comunità circostanti.</p>
<p>Le nostre ricerche hanno messo in evidenza come tali problemi derivino da un trattamento incauto di acque reflue e rifiuti solidi derivanti dal processo di concia. <strong>Il rischio più significativo è legato all’uso del Cromo III</strong> che in determinate circostanze può trasformarsi nel più tossico e cancerogeno Cromo VI (CrVI) e diventare una seria minaccia per i lavoratori e le lavoratrici.</p>
<p>Se i rifiuti solidi e le acque reflue non trattate contenenti Cr (VI) sono abbandonati su terreni aperti, <strong>possono contaminare per decenni i corpi idrici circostanti, compresa l’acqua potabile</strong>. Inoltre, l’acqua di irrigazione ricca di Cr (VI) e i fanghi di depurazione possono <strong>danneggiare i terreni e le coltivazioni che circondano le concerie</strong>, mettendo così a rischio la sopravvivenza dell’intera popolazione.</p>
<p>Le nostre ricerche hanno inoltre mostrato una serie di <strong>problemi per la salute e la sicurezza sul lavoro.</strong> Sono frequenti disturbi come febbre cronica, problemi respiratori e irritazione agli occhi e alla pelle causati dal contatto diretto con agenti chimici, anche per la cronica assenza di dispositivi di protezione individuale e di formazione alla sicurezza.</p>
<p>A questo si aggiungono condizioni di lavoro estremamente precarie, salari da fame, contratti di lavoro irregolari e assenza di protezioni assicurative sociali e per la salute. Questa combinazione tra malattie e insicurezza finanziaria costringe molti degli intervistati a <strong>una battaglia quotidiana per la sopravvivenza,</strong> situazione che si è ulteriormente aggravata con la crisi pandemica&#8221;.</p>
<h6><span style="color: #b85a4e;">Chiedo anche a lei: cosa noi consumatori possiamo fare per fermare il fenomeno?</span></h6>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-14340 alignright" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/photo-1473188588951-666fce8e7c68.jpeg" alt="" width="549" height="327" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/photo-1473188588951-666fce8e7c68.jpeg 800w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/photo-1473188588951-666fce8e7c68-600x358.jpeg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/photo-1473188588951-666fce8e7c68-300x179.jpeg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/03/photo-1473188588951-666fce8e7c68-768x458.jpeg 768w" sizes="auto, (max-width: 549px) 100vw, 549px" />&#8220;I consumatori dovrebbero innanzitutto indossare i panni della <strong>cittadinanza attiva.</strong> Informarsi e sostenere le campagne di sensibilizzazione e pressione pubblica per obbligare le imprese a comportamenti responsabili. <strong>Pensare molte volte prima di comprare</strong> e, in caso di effettiva necessità, ponderare bene l’acquisto rivolgendo la propria preferenza a quelle aziende trasparenti che meglio dimostrano di perseguire politiche di sostenibilità e che possono dimostrare di fare ciò che dichiarano. Inoltre i cittadini-consumatori dovrebbero <strong>sostenere anche la filiera del riciclo, del riuso e dello scambio&#8221;</strong>.</p>
<h6><span style="color: #b85a4e;">Cosa possono fare invece i brand più attenti alla sostenibilità?</span></h6>
<p>&#8220;Le imprese dovrebbero fare tesoro di decenni di campagne pubbliche e di proposte atte a riformare davvero le filiere della moda: prima di tutto dovrebbero <strong>aderire ai requisiti minimi sulla trasparenza di filiera</strong>, rivelando dove producono ma dovrebbero spingersi oltre, <strong>rendendo nota la composizione dei lavoratori nelle fabbriche, i livelli salariali, la presenza di sindacati liberi.</strong> Inoltre dovrebbero assumere impegni vincolanti che garantiscano il rispetto dei diritti umani lungo l’intera catena di fornitura, a partire dalla corresponsione di salari vivibili. <strong>Il godimento effettivo dei diritti fondamentali da parte di tutte le lavoratrici e i lavoratori impiegati nelle filiere dei brand costituisce l’unico vero indicatore di sostenibilità sociale</strong> per misurare il grado di Responsabilità Sociale altrimenti solo enunciato sulla carta&#8221;.</p>
<p><em>Foto: Cover m0851; Theo Leconte; Nighthawk Shoots; dal <a href="https://www.youtube.com/watch?v=n7hzomuDEIk">documentario</a> di DW; Robbie Noble; Alvaro Serrano.</em></p>
<p><iframe loading="lazy" title="Spotify Embed: L&#039;impatto della pelle e delle concerie: quello che non sappiamo e chi è dentro ha paura a dirci" width="100%" height="232" allowtransparency="true" frameborder="0" allow="encrypted-media" src="https://open.spotify.com/embed-podcast/episode/1Ru693hTr6vUGKDbmdONuY?si=_xV3SP8iQXGj32iEYZDQaw"></iframe></p>
<p><a href="https://mailchi.mp/13e230d112c6/inizia-da-qui"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-13606" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/Bottone-inizia-da-qui.jpg" alt="" width="610" height="257" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/Bottone-inizia-da-qui.jpg 1403w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/Bottone-inizia-da-qui-600x253.jpg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/Bottone-inizia-da-qui-300x127.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/Bottone-inizia-da-qui-1024x432.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/Bottone-inizia-da-qui-768x324.jpg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/Bottone-inizia-da-qui-1160x489.jpg 1160w" sizes="auto, (max-width: 610px) 100vw, 610px" /></a></p>
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<p><a href="https://dress-ecode.com/brand-e-attivita/"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-13617" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/BOTTONE-BRAND.jpg" alt="" width="996" height="239" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/BOTTONE-BRAND.jpg 2018w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/BOTTONE-BRAND-600x144.jpg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/BOTTONE-BRAND-300x72.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/BOTTONE-BRAND-1024x247.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/BOTTONE-BRAND-768x185.jpg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/BOTTONE-BRAND-1536x370.jpg 1536w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/BOTTONE-BRAND-1160x279.jpg 1160w" sizes="auto, (max-width: 996px) 100vw, 996px" /></a></p>
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