Artigianato,  Fashion/Moda,  Handicraft,  Modern slavery / Schiavitù moderna

Il lavoro invisibile nel settore della moda-lusso in Puglia raccontato dal New York Times

(Italiano/English)

Il New York Times dedica un articolo all’economia italiana “nell’ombra” con riferimento a migliaia di lavoratori sottopagati che da casa creano articoli di lusso senza contratto né assicurazione.
E’ nel barese che la testata statunitense raccoglie testimonianze (di circa 60 persone) come quella di una donna di mezza età che lavora pesantemente al tavolo della sua cucina, ricamando un sofisticato cappotto di lana: un capo che potrà essere venduto tra gli 800 e i 2.000 euro mentre la donna riceverà un euro per ogni metro di tessuto lavorato.
Un metro di tessuto comporta un’ora di ricamo; per completare un cappotto servono circa 4-5 ore, un guadagno per la donna pari a 4-5 euro a fronte di 800-2.000 euro di valore. “Il massimo che abbia mai guadagnato per un cappotto è 24 euro”, racconta.

Un’altra donna racconta che una decina di anni fa, quando i suoi due bambini erano più piccoli, lavorava 16-18 ore al giorno decorando vestiti da sposa con paillette e applicazioni dietro un compenso tra 1,50 e 2 euro all’ora, ricevuto solo ad abito ultimato.
Pensiamo che la schiavitù moderna, così è definito il fenomeno, riguardi solo paesi lontani (India, Bangladesh, Indonesia, Cina, Vietnam, ecc.) ma è presente anche accanto a noi. L’area di Bari non è l’unica in Italia.
Il New York Times si interroga: “Made in Italy”, ma a che prezzo? La leggenda del “fatto in Italia” ha vacillato negli ultimi anni sotto il peso della burocrazia, i costi in aumento e la disoccupazione inasprita.
Nel nostro paese si stimano 500.000 persone impiegate direttamente e indirettamente nell’industria dei beni di lusso nel 2017, secondo i dati di uno studio dell’Università Bocconi e di Altagamma, un’organizzazione di commercio di lusso.
Il lavoro in nero riguarda tutti i settori: nel 2017 l’Istat ha calcolato 7.216 lavoratori, di cui 3.467 senza regolare contratto. Non ci sono ovviamente dati ufficiali che possano misurare precisamente il fenomeno. Nel libro “Fabbriche invisibili”, Tania Toffanin stima 2.000-4.000 persone che lavorano da casa in nero nella produzione di abbigliamento.

La testata di New York racconta anche di un’altra storia, un ex avvocato sindacalista Eugenio Romano che ha dedicato gli ultimi 5 anni alla causa di Carla Ventura, un’imprenditrice di Keope srl, contro un grande brand di scarpe e  un suo fornitore. Dopo una prima azione legale nel 2011 contro il fornitore, in cui ha ottenuto il pagamento dei debiti, Carla Ventura ha intrapreso un’altra causa contro entrambe le aziende, sostenendo che il grande marchio di calzature fosse a conoscenza delle pratiche aziendali illegali.
La regione del Salento registra un alto tasso di disoccupazione che rende vulnerabile la sua forza lavoro. Sebbene i marchi non suggeriscano mai ufficialmente di sfruttare i lavoratori, alcuni proprietari di fabbriche hanno rivelato all’avvocato Romano che esiste un messaggio sottostante di utilizzare una gamma di espedienti tra cui sottopagare i dipendenti ed impiegarli a casa.

L’articolo ha suscitato reazioni opposte nei commentatori in calce al testo. Tra chi conferma la situazione italiana definendola da Terzo Mondo, a chi sottolinea burocrazia, evasione fiscale, lavoro in nero, pratiche illegali e corruzione come caratteristiche del tessuto sociale ed economico italiano, a chi ancora accusa The New York Times di uscire con un simile articolo tatticamente durante la settimana della moda italiana o di fondare il proprio testo su basi vacillanti (criticando per esempio il limitato numero di 60 casi). Nelle foto qui sotto, alcuni dei commenti all’articolo.
“Deve essere una sorta di strana causalità che questo articolo esca proprio all’inizio della settimana della moda milanese, con Max Mara e Fendi (aziende citate esplicitamente) che mostrano proprio oggi le loro meravigliose collezioni. Avete ridotto l’intero Made in Italy a un sistema di un gruppo di 60 donne intervistate nella campagna pugliese (non rappresentativa dell’intero paese e settore”. “Spero veramente che questo non abbia nulla a che fare con il fatto che il sistema italiano della moda sta guadagnando quote a spese dei marchi americani (che il New York Times ha sempre sproporzionatamente supportato), ma la tempistica con cui esce è troppo sospetta…”.
Un’italiana, Stefania, così scrive: “Mi piacerebbe invitare questa giornalista nella mia regione, le Marche, dove abbiamo molti artigiani ben pagati, tante eccellenze in termini di qualità e posti piacevoli dove lavorare. E tutto nonostante il terribile terremoto di cui abbiamo sofferto due anni fa. La stessa regione in cui Tod’s ha ricostruito posti e scuole, fabbriche e centri, perché qui vivono e sanno quanto sia importante ricambiare nel posto in cui si vive”. E aggiunge: “Sono felice di sapere che la camera italiana della moda sta per citarvi per danni all’immagine delle aziende citate solo per acquisire visitatori del vostro articolo, ma lontane dall’essere coinvolte nei comportamenti che provate a descrivere”.

È difficile negare che non siano presenti nel nostro paese situazioni di evasione fiscale e di lavoro in nero, sottopagato, svolto tra le mura di casa senza tutela né assicurazione, anche nel settore moda-lusso; situazioni descritte in diversi reportage su distretti produttivi dal nord al centro al sud Italia. Succede anche (ed è comune in tutti i paesi) che non sempre i grandi brand riescano a tracciare tutta la filiera produttiva e che possano davvero non essere a conoscenza di eventuali prassi poco etiche adottate da fornitori e imprese con cui collaborano.
Ciò che possiamo fare è chiedere maggiore trasparenza alle aziende, più accertamenti, maggiore tracciabilità. Possiamo scegliere di comprare articoli da chi si impegna a produrre in modo etico e sostenibile. Possiamo preferire l’acquisto diretto dagli artigiani. Quello che conta è non dimenticare mai che le nostre scelte come consumatori hanno impatto.

(Fonte: https://www.nytimes.com/2018/09/20/fashion/italy-luxury-shadow-economy.html)

ENGLISH

The New York Times dedicates an article to the Italian Shadow Economy referring to thousands of underpaid workers that create luxury items at home without a labour contract neither an insurance.
It is in Bari’s area that the US magazine collected evidences (of about 60 people), like the one of a middle-age woman who hardly works at her kitchen table, stitching a sophisticated woolen coat: an item that would be sent for 800 to 2,000 euros while the woman will receive an euro for each meter of fabric she completes.
A meter of fabric means one hour of stitching; completing a coat requires 4-5 hours, an earning of 4-5 euros for the woman versus the item’s value of 800-2,000 euros. “The most I have ever earned for a coat is 24 euros”, she tells.
Another woman said that a decade ago, when her 2 children were younger, she had worked for 16-18 hours a day embroidering wedding dressed with paillettes and appliqués,  for a salary of 1.50 and 2 euros per hour, received only when the dress is complete.

We think that the modern slavery, as the phenomenon is defined, only concerns far countries (India, Bangladesh, Indonesia, China, Vietnam, etc.), but it is present also near us. Bari’s area is not the only one in Italy.

The New York Times wonders: Made in Italy, but at what cost? Made in Italy  legend has been shaken in recent years under the weight of bureaucracy, rising coast and soaring unemployment.

In our country, 500,000 employees are estimated to be directly and indirectly employed in the luxury goods sector in 2017, according to a report of Bocconi University and Altagamma, a luxury trade organisation.
The black labour concerns all sectors: in 2017 Istat counted 7,216 workers, 3,467 on which without a regular contract. Obviously there are not official data able to measuring exactly the phenomenon. In the book “Fabbriche invisibili”, Tania Toffanin estimates 2,000-4,000 people home working irregularly in the garment manufacturing.

The New York magazine tells about another story, a former union lawyer Eugenio Romano dedicating the last 5 years to the legal action promoted by Carla Ventura, the factory owner of Keope srl, against a large shoe brand and one of its providers, declaring that the large brand knew about the supplier illegal practices.
The Salento area has a high unemployment rate that makes the work force vulnerable. Although brands would never officially suggest taking advantage of employees, some factory owners have told Mr. Romano that there is an underlying message to use a range of means, including underpaying employees and paying them to work at home.

The article has sparked opposite reactions in the commentators below the text. From who confirms the Italian situation defining it “Third World”, to who underlines the bureaucracy, the tax evasion, the black labour, the illegal practices and the corruption as features of the Italian social and economic fabric, furthermore to who blames The New York Times for coming out tactically with an article like this during the Milano Fashion Week or for founding its content on wobbly basis (for example criticising the limited number of 60 cases).
In the pictures below, some of the comments to the article.

“It must be some sort of strange causality that this article comes up just at the beginning of the Milan fashion week, with MaxMara and Fendi (firms that you quote explicitly) showing their marvelous collections today. You reduce the entire Made in Italy to system to a group of 60 women you have interviewed in the deep countryside of Puglia (which by all means is not representative of the whole country and sector)”. “I really hope this has nothing to do with the Italian fashion system gaining share and momentum at the expense of the American brands (which the NYT has always disproportionately supported), but the timing it comes out is just way too suspicious…”.
An Italian woman, Stefania, writes: “I would love to invite this journalist in my region, Le Marche, where we have also many artesans well paid, a lot of excellences in terms of quality and happy places to work. And everything despite the terrible earthquake we suffered two years ago. Same region in which Tod’s rebuilt places and schools, factories and centers, becasue they live in this place and they know how important is giving back in the place in which you live”. And she adds: “I am happy to know that Italian Fashion Chamber is on its way to sue you for the damages to the image of companies mentioned only to make visitors to your article, but far from being involved in the conducts you are trying to describe”.

It is hard to deny that in our country there aren’t any cases of tax evasion and black labour, underpaid, realised between home walls without protection neither insurance, also in the fashion-luxury sector; these situations are described in different essays about the manufacturing districts from the North to the Centre to the South of Italy. It happens also (and it is common also in other countries), that not always the large brands are able to track the whole production and supply chain and that they could really not know about any practices not very ethic adopted by suppliers and factories with whom they collaborate.
What we can do is requiring more transparency to companies, more verifications, more traceability. We can choose to buy goods from who engages himself in producing in ethical and sustainable ways. We can prefer to buy directly from artisans.
What counts is to never forget that our choices as consumers have an impact.

(Source: https://www.nytimes.com/2018/09/20/fashion/italy-luxury-shadow-economy.html)

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