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	<title>sustainable clothes &#8211; Dress Ecode</title>
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	<description>Come vestire sostenibile/ How to dress happily green and fair</description>
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	<title>sustainable clothes &#8211; Dress Ecode</title>
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		<title>È il momento di alzare la voce e chiarire che i consumatori vogliono vestiti fatti in condizioni di sicurezza! In Bangladesh hanno bisogno di noi</title>
		<link>https://dress-ecode.com/e-il-momento-di-alzare-la-voce-e-chiarire-che-i-consumatori-vogliono-vestiti-fatti-in-condizioni-di-sicurezza-in-bangladesh-hanno-bisogno-di-noi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[dressecode]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Dec 2018 11:11:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Companies / Aziende]]></category>
		<category><![CDATA[Fashion/Moda]]></category>
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					<description><![CDATA[(Italiano/English) Abbiamo partecipato alla petizione di International Labor Rights Forum, per agire concretamente in favore della sicurezza dei lavoratori in Bangladesh. Molti vestiti sono prodotti in questo paese dove le condizioni di chi lavora nell’industria dell’abbigliamento non sono sempre accettabili. Vi riportiamo in italiano la descrizione della petizione a cui hanno già aderito più di 2.900 persone, per l’invio della lettera al Primo Ministro del Bangladesh Sheikh Hasina, il Ministro del Commercio e il Ministro del lavoro, chiedendo che continuino le ispezioni alle industrie con l’attuale frequenza. Un’azione in più che possiamo compiere per eliminare le misere condizioni di lavoro di quelle persone che in Bangladesh producono i nostri vestiti. Qui il link per supportare l’azione: https://actionnetwork.org/letters/keep-workers-safe-in-bangladesh?source=direct_link Ecco la traduzione del testo della petizione: Cinque anni e mezzo fa, dopo il più sanguinoso disastro manifatturiero di sempre, il crollo dell&#8217;edificio Rana Plaza ha ucciso almeno 1.134 lavoratori del settore tessile in Bangladesh: sindacati, organizzazioni non governative e consumatori si sono riuniti e hanno chiesto a marchi e rivenditori di entrare in un programma salva-vita di ispezione produttiva. Insieme, abbiamo convinto più di 200 aziende di abbigliamento a firmare “Accord on Fire and Building Safety” in Bangladesh. I lavoratori temevano per le loro vite quando andavano a lavorare per cucire magliette e jeans. Prima che i marchi si unissero ai sindacati nell’Accordo, ci furono decine di incendi con decine di lavoratori che morivano ogni anno mentre producevano abiti per marchi in Nord America e in Europa. Ma, oggi, l&#8217;Accordo copre 1.600 stabilimenti che impiegano oltre 2,26 milioni di lavoratori che vedono reali miglioramenti nelle loro fabbriche. Grazie all&#8217;accordo legalmente vincolante, gli incendi delle fabbriche e il crollo dell&#8217;edificio nel settore dell&#8217;abbigliamento in Bangladesh sono stati quasi sradicati con l&#8217;installazione di porte tagliafuoco, trombe delle scale e sistemi di allarme antincendio. Ora, il programma che ha tolto la paura di entrare nel mondo del lavoro per milioni di lavoratori è minacciato. All&#8217;inizio di quest&#8217;anno, un proprietario della fabbrica che si rifiutava di pagare per i miglioramenti salvavita per i suoi lavoratori ha denunciato l&#8217;Accordo. L&#8217;Alta corte del Bangladesh ha quindi usato questo caso come scusa per dirigere un ordine restrittivo contro l&#8217;Accordo che costringerebbe a chiudere prematuramente le sue operazioni in Bangladesh. Se non parliamo ora, l&#8217;accordo sarà costretto a lasciare il paese dal 30 novembre (aggiornamento: prorogato ora fino al 17 dicembre). L&#8217;ufficio dell&#8217;Accordo sarebbe stato chiuso e ai suoi 250 dipendenti locali non sarebbe più stato permesso di svolgere il loro importante compito di mantenere i lavoratori al sicuro. Nel giro di poche settimane, le fabbriche ispezionate dall&#8217;Accordo potrebbero diventare nuovamente trappole mortali, se i proprietari delle fabbriche tornano alle loro pratiche commerciali del passato come bloccare i lavoratori all&#8217;interno durante l&#8217;orario lavorativo. Molte fabbriche sono ancora sottoposte a lavori di ristrutturazione di importanza critica che sono previsti per la supervisione degli Accordi, tra cui il rafforzamento delle fondamenta e dei muri che sostengono gli edifici. Queste sono alcune delle ristrutturazioni più costose necessarie per proteggere i lavoratori e, in base all&#8217;accordo, i marchi e i rivenditori sono responsabili di garantire il finanziamento. Se il governo costringe l&#8217;Accordo a partire, i costi ricadranno esclusivamente sui proprietari delle fabbriche, che potrebbero non effettuare le riparazioni necessarie. L&#8217;unico modo per proteggere i progressi compiuti dall&#8217;Accordo è di revocare l&#8217;ordine restrittivo in modo che sia permesso continuare le operazioni in Bangladesh. Ecco perché invitiamo il Primo Ministro a segnalare un forte sostegno per consentire all&#8217;Accordo di continuare il suo importante lavoro di rendere le fabbriche sicure per milioni di lavoratori dell&#8217;abbigliamento. Alcuni governi e marchi firmatari dell’Accordo hanno parlato a sostegno del proseguimento del lavoro importante dell&#8217;Accordo. Il Bangladesh si affida alla produzione e alla vendita di vestiti a consumatori internazionali come noi &#8211; è il momento di alzare la voce e chiarire che i consumatori vogliono vestiti fatti in condizioni di sicurezza e che non sosterranno l&#8217;espulsione dell&#8217;Accordo! ENGLISH: It’s time to raise our voices and make it clear that consumers want clothing made in safe conditions! Bangladesh needs us We have signed the International Labor Rights Forum petition, to take concrete action in favor of the workers&#8217; safety in Bangladesh. Many clothes are produced in this country where the conditions of those working in the clothing industry are not always acceptable. We quote here the description of the petition to send the letter that more than 2,900 people have already delivered to the Bangladeshi Prime Minister Sheikh Hasina, the Minister of Commerce and the Minister of Labor, asking that the inspections to the industries continue at the current frequency. One more action we can take to eliminate the poor working conditions of those people who produce our clothes in Bangladesh. Here the link to support the action: https://actionnetwork.org/letters/keep-workers-safe-in-bangladesh?source=direct_link This is the petition: Five and a half years ago, after the deadliest manufacturing disaster ever – the Rana Plaza building collapse that killed at least 1,134 garment workers in Bangladesh – unions, NGOs, and consumers came together and called for brands and retailers to join a life-saving factory inspection program. Together, we convinced more than 200 apparel companies to sign onto the Accord on Fire and Building Safety in Bangladesh. Workers used to fear for their lives when going to work to sew T-shirts and jeans. Before brands joined with unions in the Accord, there were scores of fires with dozens of workers dying each year while producing clothes for brands in North America and Europe. But, today, the Accord covers 1,600 factories employing over 2.26 million workers who see real improvements in their factories. Thanks to the legally-binding agreement, factory fires and building collapses in Bangladesh’s garment industry have been nearly eradicated with the installation of fire-rated doors, enclosed stairwells, and fire alarm systems. Now, the program that has taken away the fear of entering the workplace for millions of workers is under threat. Earlier this year, a factory owner refusing to pay for life-saving improvements for its workers sued the Accord. The Bangladesh High Court then used this case as an excuse to level a restraining order against the Accord that would force a premature shut-down of its operations in Bangladesh. If we don’t speak out now, the Accord will be forced to leave the country as of November 30th. The Accord’s office would be closed and its 250 in-country staff would no longer be permitted to do their important job of keeping workers safe. In a matter of weeks, factories that the Accord has inspected could become death traps once again, if factory owners return to their business practices of the past such as locking workers inside during business hours. Many of the factories still have critical renovations that are scheduled to be made under the Accord’s oversight, including strengthening the foundations and the walls that hold the buildings up. These are some of the costliest renovations needed to protect workers and, under the Accord, brands and retailers are responsible for ensuring financing. If the government forces the Accord to leave, the costs will fall solely on factory owners, who may not make the needed repairs. The only way to protect the progress made by the Accord is to lift the restraining order so that it is permitted to continue operations in Bangladesh. That’s why we’re calling on the Prime Minister to signal strong support for allowing the Accord to continue its important work of making factories safe for millions of garment workers. Some governments and Accord signatory brands have been speaking out in support of continuing the Accord’s important work. Bangladesh relies on making and selling clothes to international consumers like us &#8211; it’s time to raise our voices and make it clear that consumers want clothing made in safe conditions and won’t stand for the expulsion of the Accord!]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(Italiano/English)<br />
Abbiamo partecipato alla petizione di International Labor Rights Forum, per agire concretamente in favore della sicurezza dei lavoratori in Bangladesh.<br />
Molti vestiti sono prodotti in questo paese dove le condizioni di chi lavora nell’industria dell’abbigliamento non sono sempre accettabili.</p>
<p><span id="more-586"></span><br />
Vi riportiamo in italiano la descrizione della petizione a cui hanno già aderito più di 2.900 persone, per l’invio della lettera al Primo Ministro del Bangladesh Sheikh Hasina, il Ministro del Commercio e il Ministro del lavoro, chiedendo che continuino le ispezioni alle industrie con l’attuale frequenza.<br />
Un’azione in più che possiamo compiere per eliminare le misere condizioni di lavoro di quelle persone che in Bangladesh producono i nostri vestiti.<br />
Qui il link per supportare l’azione:<br />
<a href="//actionnetwork.org/letters/keep-workers-safe-in-bangladesh?source=direct_link”">https://actionnetwork.org/letters/keep-workers-safe-in-bangladesh?source=direct_link</a></p>
<p>Ecco la traduzione del testo della petizione:<br />
Cinque anni e mezzo fa, dopo il più sanguinoso disastro manifatturiero di sempre, il crollo dell&#8217;edificio Rana Plaza ha ucciso almeno 1.134 lavoratori del settore tessile in Bangladesh: sindacati, organizzazioni non governative e consumatori si sono riuniti e hanno chiesto a marchi e rivenditori di entrare in un programma salva-vita di ispezione produttiva. Insieme, abbiamo convinto più di 200 aziende di abbigliamento a firmare “Accord on Fire and Building Safety” in Bangladesh. I lavoratori temevano per le loro vite quando andavano a lavorare per cucire magliette e jeans. Prima che i marchi si unissero ai sindacati nell’Accordo, ci furono decine di incendi con decine di lavoratori che morivano ogni anno mentre producevano abiti per marchi in Nord America e in Europa. Ma, oggi, l&#8217;Accordo copre 1.600 stabilimenti che impiegano oltre 2,26 milioni di lavoratori che vedono reali miglioramenti nelle loro fabbriche. Grazie all&#8217;accordo legalmente vincolante, gli incendi delle fabbriche e il crollo dell&#8217;edificio nel settore dell&#8217;abbigliamento in Bangladesh sono stati quasi sradicati con l&#8217;installazione di porte tagliafuoco, trombe delle scale e sistemi di allarme antincendio.<br />
Ora, il programma che ha tolto la paura di entrare nel mondo del lavoro per milioni di lavoratori è minacciato.<br />
All&#8217;inizio di quest&#8217;anno, un proprietario della fabbrica che si rifiutava di pagare per i miglioramenti salvavita per i suoi lavoratori ha denunciato l&#8217;Accordo. L&#8217;Alta corte del Bangladesh ha quindi usato questo caso come scusa per dirigere un ordine restrittivo contro l&#8217;Accordo che costringerebbe a chiudere prematuramente le sue operazioni in Bangladesh. Se non parliamo ora, l&#8217;accordo sarà costretto a lasciare il paese dal 30 novembre (aggiornamento: prorogato ora fino al 17 dicembre). L&#8217;ufficio dell&#8217;Accordo sarebbe stato chiuso e ai suoi 250 dipendenti locali non sarebbe più stato permesso di svolgere il loro importante compito di mantenere i lavoratori al sicuro. Nel giro di poche settimane, le fabbriche ispezionate dall&#8217;Accordo potrebbero diventare nuovamente trappole mortali, se i proprietari delle fabbriche tornano alle loro pratiche commerciali del passato come bloccare i lavoratori all&#8217;interno durante l&#8217;orario lavorativo.<br />
Molte fabbriche sono ancora sottoposte a lavori di ristrutturazione di importanza critica che sono previsti per la supervisione degli Accordi, tra cui il rafforzamento delle fondamenta e dei muri che sostengono gli edifici. Queste sono alcune delle ristrutturazioni più costose necessarie per proteggere i lavoratori e, in base all&#8217;accordo, i marchi e i rivenditori sono responsabili di garantire il finanziamento. Se il governo costringe l&#8217;Accordo a partire, i costi ricadranno esclusivamente sui proprietari delle fabbriche, che potrebbero non effettuare le riparazioni necessarie.<br />
L&#8217;unico modo per proteggere i progressi compiuti dall&#8217;Accordo è di revocare l&#8217;ordine restrittivo in modo che sia permesso continuare le operazioni in Bangladesh. Ecco perché invitiamo il Primo Ministro a segnalare un forte sostegno per consentire all&#8217;Accordo di continuare il suo importante lavoro di rendere le fabbriche sicure per milioni di lavoratori dell&#8217;abbigliamento.<br />
Alcuni governi e marchi firmatari dell’Accordo hanno parlato a sostegno del proseguimento del lavoro importante dell&#8217;Accordo.<br />
Il Bangladesh si affida alla produzione e alla vendita di vestiti a consumatori internazionali come noi &#8211; è il momento di alzare la voce e chiarire che i consumatori vogliono vestiti fatti in condizioni di sicurezza e che non sosterranno l&#8217;espulsione dell&#8217;Accordo!</p>
<p>ENGLISH: It’s time to raise our voices and make it clear that consumers want clothing made in safe conditions! Bangladesh needs us</p>
<p>We have signed the International Labor Rights Forum petition, to take concrete action in favor of the workers&#8217; safety in Bangladesh.<br />
Many clothes are produced in this country where the conditions of those working in the clothing industry are not always acceptable.<br />
We quote here the description of the petition to send the letter that more than 2,900 people have already delivered to the Bangladeshi Prime Minister Sheikh Hasina, the Minister of Commerce and the Minister of Labor, asking that the inspections to the industries continue at the current frequency.<br />
One more action we can take to eliminate the poor working conditions of those people who produce our clothes in Bangladesh.<br />
Here the link to support the action:<br />
<a>https://actionnetwork.org/letters/keep-workers-safe-in-bangladesh?source=direct_link</a></p>
<p>This is the petition:<br />
Five and a half years ago, after the deadliest manufacturing disaster ever – the Rana Plaza building collapse that killed at least 1,134 garment workers in Bangladesh – unions, NGOs, and consumers came together and called for brands and retailers to join a life-saving factory inspection program. Together, we convinced more than 200 apparel companies to sign onto the Accord on Fire and Building Safety in Bangladesh. Workers used to fear for their lives when going to work to sew T-shirts and jeans. Before brands joined with unions in the Accord, there were scores of fires with dozens of workers dying each year while producing clothes for brands in North America and Europe. But, today, the Accord covers 1,600 factories employing over 2.26 million workers who see real improvements in their factories. Thanks to the legally-binding agreement, factory fires and building collapses in Bangladesh’s garment industry have been nearly eradicated with the installation of fire-rated doors, enclosed stairwells, and fire alarm systems.</p>
<p>Now, the program that has taken away the fear of entering the workplace for millions of workers is under threat.</p>
<p>Earlier this year, a factory owner refusing to pay for life-saving improvements for its workers sued the Accord. The Bangladesh High Court then used this case as an excuse to level a restraining order against the Accord that would force a premature shut-down of its operations in Bangladesh. If we don’t speak out now, the Accord will be forced to leave the country as of November 30th. The Accord’s office would be closed and its 250 in-country staff would no longer be permitted to do their important job of keeping workers safe. In a matter of weeks, factories that the Accord has inspected could become death traps once again, if factory owners return to their business practices of the past such as locking workers inside during business hours.</p>
<p>Many of the factories still have critical renovations that are scheduled to be made under the Accord’s oversight, including strengthening the foundations and the walls that hold the buildings up. These are some of the costliest renovations needed to protect workers and, under the Accord, brands and retailers are responsible for ensuring financing. If the government forces the Accord to leave, the costs will fall solely on factory owners, who may not make the needed repairs.</p>
<p>The only way to protect the progress made by the Accord is to lift the restraining order so that it is permitted to continue operations in Bangladesh. That’s why we’re calling on the Prime Minister to signal strong support for allowing the Accord to continue its important work of making factories safe for millions of garment workers.</p>
<p>Some governments and Accord signatory brands have been speaking out in support of continuing the Accord’s important work. Bangladesh relies on making and selling clothes to international consumers like us &#8211; it’s time to raise our voices and make it clear that consumers want clothing made in safe conditions and won’t stand for the expulsion of the Accord!</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-588" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2018/12/ecd1ed32-eda1-4dee-8509-36e6e7cb021c.jpeg" alt="ECD1ED32-EDA1-4DEE-8509-36E6E7CB021C" width="400" height="232" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2018/12/ecd1ed32-eda1-4dee-8509-36e6e7cb021c.jpeg 400w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2018/12/ecd1ed32-eda1-4dee-8509-36e6e7cb021c-300x174.jpeg 300w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
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		<title>Una maglietta fatta con le proprie mani: impossibile? No, facile e divertente!</title>
		<link>https://dress-ecode.com/una-maglietta-fatta-con-le-proprie-mani-impossibile-no-facile-e-divertente/</link>
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		<pubDate>Sat, 04 Aug 2018 10:30:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[DYT/Fai da te]]></category>
		<category><![CDATA[Fashion/Moda]]></category>
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					<description><![CDATA[Abbiamo raccolto per voi alcuni tutorial per realizzare in modo semplice una maglietta con le proprie mani! Carta, stoffa, forbici, metro, ago e filo e potrete indossare una t-shirt con la vostra firma e secondo il vostro gusto 🙂 Da un tessuto che già abbiamo, da un indumento&#160; che vogliamo riutilizzare, da un tessuto organico che abbiamo acquistato possiamo creare la maglietta che più ci piace o copiare la nostra t-shirt preferita! Far da sé i propri indumenti è divertente, dà molta soddisfazione, ci permette di sfogare la nostra creatività, ci fa capire il lavoro che sta dietro alla realizzazione di vestiti, ci consente di vestire secondo il nostro stile, può dare nuova vita a un tessuto preso da un indumento abbandonato in un armadio, è un’idea per un pomeriggio insieme ad amici di chiacchiere e cucito. Se provate uno dei tutorial fateci sapere com’è andata! (Nella foto una piccola creazione in una domenica pomeriggio casalinga) &#160; Una camicetta in 30 minuti https://www.youtube.com/watch?v=GbS8aC47isw Una maglietta da due strofinacci https://www.youtube.com/watch?v=ctbk5J9p4sU In maglia https://www.youtube.com/watch?v=lzQNkz8ublk Come fare e usare un cartamodello per una t-shirt https://www.youtube.com/watch?v=EFCle9zC0FE La maglietta…che potrebbe fare anche un bambino! http://www.produzionimproprie.com/schema-tutorial/ Come fare una maglietta raglan (=con l&#8217;attaccatura delle maniche cucita a partire dal collo) https://etichettanome.it/blog/come-fare-una-maglietta-raglan In inglese https://www.youtube.com/watch?v=RNYHdmL_23w In Inglese https://www.youtube.com/watch?v=A90PmZLvwFM Per bambini e adulti &#8211; In Inglese https://www.youtube.com/watch?v=qAIfrCViTBY In inglese https://www.youtube.com/watch?v=BJHsW7OfUJg Articolo pubblicato anche su ecoscienti.org]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Abbiamo raccolto per voi alcuni tutorial per realizzare in modo semplice una maglietta con le proprie mani! Carta, stoffa, forbici, metro, ago e filo e potrete indossare una t-shirt con la vostra firma e secondo il vostro gusto <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/15.0.3/72x72/1f642.png" alt="🙂" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></p>
<p>Da un tessuto che già abbiamo, da un indumento&nbsp; che vogliamo riutilizzare, da un tessuto organico che abbiamo acquistato possiamo creare la maglietta che più ci piace o copiare la nostra t-shirt preferita!</p>
<p><span id="more-239"></span></p>
<p>Far da sé i propri indumenti è divertente, dà molta soddisfazione, ci permette di sfogare la nostra creatività, ci fa capire il lavoro che sta dietro alla realizzazione di vestiti, ci consente di vestire secondo il nostro stile, può dare nuova vita a un tessuto preso da un indumento abbandonato in un armadio, è un’idea per un pomeriggio insieme ad amici di chiacchiere e cucito.</p>
<p>Se provate uno dei tutorial fateci sapere com’è andata!</p>
<p>(Nella foto una piccola creazione in una domenica pomeriggio casalinga)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una camicetta in 30 minuti<br />
<a href="https://www.youtube.com/watch?v=GbS8aC47isw">https://www.youtube.com/watch?v=GbS8aC47isw</a></p>
<p>Una maglietta da due strofinacci<br />
<a href="https://www.youtube.com/watch?v=ctbk5J9p4sU">https://www.youtube.com/watch?v=ctbk5J9p4sU</a></p>
<p>In maglia<br />
<a href="https://www.youtube.com/watch?v=lzQNkz8ublk">https://www.youtube.com/watch?v=lzQNkz8ublk</a></p>
<p>Come fare e usare un cartamodello per una t-shirt<br />
<a href="https://www.youtube.com/watch?v=EFCle9zC0FE">https://www.youtube.com/watch?v=EFCle9zC0FE</a></p>
<p>La maglietta…che potrebbe fare anche un bambino!<br />
<a href="http://www.produzionimproprie.com/schema-tutorial/">http://www.produzionimproprie.com/schema-tutorial/</a></p>
<p>Come fare una maglietta raglan (=con l&#8217;attaccatura delle maniche cucita a partire dal collo)<br />
<a href="https://etichettanome.it/blog/come-fare-una-maglietta-raglan">https://etichettanome.it/blog/come-fare-una-maglietta-raglan</a></p>
<p>In inglese<br />
<a href="https://www.youtube.com/watch?v=RNYHdmL_23w">https://www.youtube.com/watch?v=RNYHdmL_23w</a></p>
<p>In Inglese<br />
<a href="https://www.youtube.com/watch?v=A90PmZLvwFM">https://www.youtube.com/watch?v=A90PmZLvwFM</a></p>
<p>Per bambini e adulti &#8211; In Inglese<br />
<a href="https://www.youtube.com/watch?v=qAIfrCViTBY">https://www.youtube.com/watch?v=qAIfrCViTBY</a></p>
<p>In inglese<br />
<a href="https://www.youtube.com/watch?v=BJHsW7OfUJg">https://www.youtube.com/watch?v=BJHsW7OfUJg</a></p>
<p>Articolo pubblicato anche su ecoscienti.org</p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-240" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2018/07/image11.jpeg" alt="image1" width="640" height="582" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2018/07/image11.jpeg 640w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2018/07/image11-600x546.jpeg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2018/07/image11-300x273.jpeg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
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		<title>Cotone: la nostra scelta fa la differenza!</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Aug 2018 09:00:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Perché parliamo di&#160;cotone? Perché è uno dei tessuti più utilizzati per il nostro abbigliamento (e non solo) ed&#160;è anche tra quelli con maggior impatto ambientale. Considerando le magliette, ogni anno nel mondo ne acquistiamo&#160;2 miliardi! E’ fresco, morbido, piacevole da sentire sulla pelle, pratico, d’estate quasi un must, ma ne acquistiamo così tanto che non mancano le conseguenze sull’ambiente e&#160;sulle persone…. Ne parliamo per capire perché prima di comprare capi in cotone tradizionale sia importante&#160;chiederci se davvero ne abbiamo bisogno o almeno valutare l’opzione del&#160;cotone biologico o altre&#160;fibre&#160;naturali. Perché l’impatto del cotone&#160;sulla natura e sulle persone non è trascurabile?&#160;Il&#160;video The life cycle of a t-shirt (di&#160;Angel Chang) ci spiega passo passo la vita di questo tessuto. Si parte dalla coltivazione, che avviene in più di 80 paesi (India, Cina e Stati Uniti soprattutto) e che richiede un ammontare significativo sia di acqua sia di pesticidi. Sono necessari 2.700 litri di acqua per produrre una t-shirt standard, spesso impiegando questo prezioso bene proprio in paesi dove scarseggia, visto che il cotone predilige climi asciutti. Inoltre, è una delle piantagioni in cui si utilizzano più pesticidi al mondo: 1/3 dei pesticidi chimici e dei fertilizzanti sintetici globalmente utilizzati. La coltivazione riguarda anche l’aspetto sociale:&#160;il salario dei lavoratori, il&#160;coinvolgimento di minori nella raccolta, le condizioni di lavoro (tra cui l’inalazione di sostanze tossiche). Successivamente il cotone&#160;è spedito (con relativo impatto quindi in termini di emissioni) in fabbriche per essere mischiato, cardato, pettinato, tirato,&#160;allungato e infine intrecciato in nastri componendo matasse. Queste&#160;passano alla fase successiva: la tessitura. Sono aggiunti prodotti chimici per renderlo morbido e bianco. Le&#160;matasse sono sbiancate e poi tinte,&#160;purtroppo nella maggior parte dei casi con sostanze tossiche (dannose per la pelle, per i lavoratori che ne vengono a contatto e per l’ambiente arrivando dagli scarichi industriali nell’oceano). A questo punto il tessuto viaggia di nuovo nel mondo, per essere trasformato in magliette. Il Bangladesh è il maggior esportatore di magliette di cotone, 5 milioni di persone&#160;lavorano nella produzione di&#160;magliette – tipicamente vivono in condizioni di povertà e ricevono un salario esiguo, non sufficiente per vivere dignitosamente. Il documentario “UDITA”&#160;(https://www.youtube.com/watch?v=g_tuvBHr6WU)&#160;racconta di 5 anni accanto alle donne coinvolte nella produzione di abbigliamento in Bangladesh. Questa finestra sulla loro vita&#160;mi ha colpito profondamente, da quando l’ho visto non riesco più a non chiedermi da dove venga ciò che vorrei comprare, chi lo ha fatto, se con il mio acquisto sto spendendo troppo&#160;poco&#160;a discapito di un livello di vita dignitoso di qualcun altro…&#160;Il video è stato una delle ragioni dell’adozione della filosofia&#160;“pochi capi ma di qualità e sostenibili” (http://ecoscienti.org/2018/04/13/vita-da-ecoscienti-abbigliamento-sostenibile/&#160;). Una volta prodotte, le magliette viaggiano nuovamente&#160;sul pianeta&#160;per essere vendute. Si calcola un’enorme impronta di CO2, producendo&#160;globalmente il 10% delle emissioni di carbonio (1.000 miliardi di kilowatt orari) ogni anno. Se proprio desideriamo&#160;indossare capi in cotone, consideriamo quello organico, che rappresenta&#160;l’1% della produzione globale (22 milioni e 700 mila tonnellate) oppure l’acquisto di indumenti di seconda mano. Il cotone organico è coltivato senza pesticidi e fertilizzanti sintetici e non proviene da semi geneticamente modificati. Ma soprattutto implica un sistema agricolo sostenibile, perché i piccoli coltivatori di cotone di solito piantano più colture, sia per la vendita sia per il consumo familiare (soia, girasoli, legumi, ecc.), non affidandosi solo ad una tipologia di coltivazione. Contribuiscono così alla biodiversità del terreno.&#160;Anche il consumo di acqua è significativamente&#160;ridotto, perché principalmente deriva dalla pioggia: si stima un consumo di acqua pari al 10%- 20% della quantità richiesta dalla coltura tradizionale. Ecco una tabella riassuntiva del confronto tra cotone normale e biologico: (fonte Textile Exchange) La certificazione e la&#160;tracciabilità ci aiutano a scegliere prodotti con impatto più contenuto.&#160;Il certificato&#160;GOTS (Global Organic Textile Standard)&#160;ci dà maggiori garanzie e riguarda&#160;la trasformazione, la produzione, l’imballaggio, l’etichettatura, il commercio e la distribuzione dei tessuti realizzati con almeno il 70% di fibre naturali biologiche. Il certificato Fair Trade invece riguarda gli aspetti sociali/lavorativi della produzione del tessuto, garantendo il rispetto delle persone coinvolte. Curiosa alternativa&#160;la maglietta con durata garantita per&#160;30 anni: prodotta in&#160;cotone italiano per durare a lungo, in caso accada qualcosa al vostro indumento&#160;per tre decadi dall’acquisto sarà riparata o sostituita gratuitamente. La collezione artigianale “30 anni”&#160;di Tom Cridland&#160;include anche camice,&#160;pantaloni, felpe e giacche in cotone, lana e&#160;cachemire. L’antitesi (e l’antidoto) della fast fashion. Ho chiesto informazioni all’azienda&#160;su un’eventuale certificazione&#160;dei tessuti ma non ho avuto al momento risposta. Per uomo e per donna. https://www.tomcridland.com/collections/the-30-year-t-shirt Per prodotti in cotone organico e/o altre fibre naturali: Lizè Natural Clothing Negozio italiano on line di capi in tessuti naturali che “possono essere sani, belli e accessibili a tutti”. Oltre al canale on line, ha&#160;un punto vendita in Valbrenta. Per uomo, donna e bambino. http://www.lize-shop.it Dedicated Brand svedese&#160;sostenibile di streetwear in cotone biologico, nel rispetto dei lavoratori. Ha diversi punti vendita in Italia. Per uomo, donna e bambino. https://www.dedicatedbrand.com/en/ Altra Moda Vestire Bio Negozio italiano on line con abbigliamento biologico e articoli naturali per tutta la famiglia. Per uomo, donna e bambino. https://www.altramoda.net/it Per un tessuto naturale al momento&#160;più sostenibile potete leggere qui: http://ecoscienti.org/2018/06/07/un-tessuto-ecologico-e-fresco-per-le-calde-giornate-il-lino/ Per un’altra scelta responsabile: http://ecoscienti.org/2018/05/17/infiniti-abiti-zero-ingombro-un-sogno/ (Foto: Dedicated – da Textile Exchange) Articolo pubblicato anche su ecoscienti.org &#160;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Perché parliamo di&nbsp;cotone? Perché è uno dei tessuti più utilizzati per il nostro abbigliamento (e non solo) ed&nbsp;è anche tra quelli con maggior impatto ambientale. Considerando le magliette, ogni anno nel mondo ne acquistiamo&nbsp;2 miliardi!</p>
<p>E’ fresco, morbido, piacevole da sentire sulla pelle, pratico, d’estate quasi un must, ma ne acquistiamo così tanto che non mancano le conseguenze sull’ambiente e&nbsp;sulle persone….</p>
<p>Ne parliamo per capire perché prima di comprare capi in cotone tradizionale sia importante&nbsp;chiederci se davvero ne abbiamo bisogno o almeno valutare l’opzione del&nbsp;cotone biologico o altre&nbsp;fibre&nbsp;naturali.</p>
<p><span id="more-230"></span></p>
<p>Perché l’impatto del cotone&nbsp;sulla natura e sulle persone non è trascurabile?&nbsp;Il&nbsp;video <em>The life cycle of a t-shirt</em> (di&nbsp;Angel Chang) ci spiega passo passo la vita di questo tessuto.</p>
<p>Si parte dalla coltivazione, che avviene in più di 80 paesi (India, Cina e Stati Uniti soprattutto) e che richiede un ammontare significativo sia di acqua sia di pesticidi. Sono necessari 2.700 litri di acqua per produrre una t-shirt standard, spesso impiegando questo prezioso bene proprio in paesi dove scarseggia, visto che il cotone predilige climi asciutti. Inoltre, è una delle piantagioni in cui si utilizzano più pesticidi al mondo: 1/3 dei pesticidi chimici e dei fertilizzanti sintetici globalmente utilizzati. La coltivazione riguarda anche l’aspetto sociale:&nbsp;il salario dei lavoratori, il&nbsp;coinvolgimento di minori nella raccolta, le condizioni di lavoro (tra cui l’inalazione di sostanze tossiche).</p>
<p>Successivamente il cotone&nbsp;è spedito (con relativo impatto quindi in termini di emissioni) in fabbriche per essere mischiato, cardato, pettinato, tirato,&nbsp;allungato e infine intrecciato in nastri componendo matasse. Queste&nbsp;passano alla fase successiva: la tessitura. Sono aggiunti prodotti chimici per renderlo morbido e bianco. Le&nbsp;matasse sono sbiancate e poi tinte,&nbsp;purtroppo nella maggior parte dei casi con sostanze tossiche (dannose per la pelle, per i lavoratori che ne vengono a contatto e per l’ambiente arrivando dagli scarichi industriali nell’oceano).</p>
<p>A questo punto il tessuto viaggia di nuovo nel mondo, per essere trasformato in magliette. Il Bangladesh è il maggior esportatore di magliette di cotone, 5 milioni di persone&nbsp;lavorano nella produzione di&nbsp;magliette – tipicamente vivono in condizioni di povertà e ricevono un salario esiguo, non sufficiente per vivere dignitosamente. Il documentario “UDITA”&nbsp;(<a id="LPlnk174913" class="OWAAutoLink" href="https://www.youtube.com/watch?v=g_tuvBHr6WU">https://www.youtube.com/watch?v=g_tuvBHr6WU</a>)&nbsp;racconta di 5 anni accanto alle donne coinvolte nella produzione di abbigliamento in Bangladesh. Questa finestra sulla loro vita&nbsp;mi ha colpito profondamente, da quando l’ho visto non riesco più a non chiedermi da dove venga ciò che vorrei comprare, chi lo ha fatto, se con il mio acquisto sto spendendo troppo&nbsp;poco&nbsp;a discapito di un livello di vita dignitoso di qualcun altro…&nbsp;Il video è stato una delle ragioni dell’adozione della filosofia&nbsp;“pochi capi ma di qualità e sostenibili” (<a id="LPlnk174210" class="OWAAutoLink" href="http://ecoscienti.org/2018/04/13/vita-da-ecoscienti-abbigliamento-sostenibile/">http://ecoscienti.org/2018/04/13/vita-da-ecoscienti-abbigliamento-sostenibile/</a>&nbsp;).</p>
<p>Una volta prodotte, le magliette viaggiano nuovamente&nbsp;sul pianeta&nbsp;per essere vendute. Si calcola un’enorme impronta di CO2, producendo&nbsp;globalmente il 10% delle emissioni di carbonio (1.000 miliardi di kilowatt orari) ogni anno.</p>
<p>Se proprio desideriamo&nbsp;indossare capi in cotone, consideriamo quello organico, che rappresenta&nbsp;l’1% della produzione globale (22 milioni e 700 mila tonnellate) oppure l’acquisto di indumenti di seconda mano.</p>
<p>Il cotone organico è coltivato senza pesticidi e fertilizzanti sintetici e non proviene da semi geneticamente modificati. Ma soprattutto implica un sistema agricolo sostenibile, perché i piccoli coltivatori di cotone di solito piantano più colture, sia per la vendita sia per il consumo familiare (soia, girasoli, legumi, ecc.), non affidandosi solo ad una tipologia di coltivazione. Contribuiscono così alla biodiversità del terreno.&nbsp;Anche il consumo di acqua è significativamente&nbsp;ridotto, perché principalmente deriva dalla pioggia: si stima un consumo di acqua pari al 10%- 20% della quantità richiesta dalla coltura tradizionale.</p>
<p>Ecco una tabella riassuntiva del confronto tra cotone normale e biologico:</p>
<p><img decoding="async" class="wp-image-472 alignnone" src="http://ecoscienti.org/wp-content/uploads/2018/06/Screen-Shot-2018-06-21-at-18.51.06-300x164.png" alt="" width="570" height="313"></p>
<p><em>(fonte Textile Exchange)</em></p>
<p>La certificazione e la&nbsp;tracciabilità ci aiutano a scegliere prodotti con impatto più contenuto.&nbsp;Il certificato&nbsp;<strong>GOTS (Global Organic Textile Standard)&nbsp;</strong>ci dà maggiori garanzie e riguarda&nbsp;la trasformazione, la produzione, l’imballaggio, l’etichettatura, il commercio e la distribuzione dei tessuti realizzati con almeno il 70% di fibre naturali biologiche.</p>
<p>Il certificato <strong>Fair Trade</strong> invece riguarda gli aspetti sociali/lavorativi della produzione del tessuto, garantendo il rispetto delle persone coinvolte.</p>
<p>Curiosa alternativa&nbsp;la maglietta con durata garantita per&nbsp;30 anni: prodotta in&nbsp;cotone italiano per durare a lungo, in caso accada qualcosa al vostro indumento&nbsp;per tre decadi dall’acquisto sarà riparata o sostituita gratuitamente.<br />
La collezione artigianale <b>“30 anni”</b>&nbsp;di Tom Cridland&nbsp;include anche camice,&nbsp;pantaloni, felpe e giacche in cotone, lana e&nbsp;cachemire. L’antitesi (e l’antidoto) della fast fashion.<br />
Ho chiesto informazioni all’azienda&nbsp;su un’eventuale certificazione&nbsp;dei tessuti ma non ho avuto al momento risposta.<br />
Per uomo e per donna.<br />
<a id="LPlnk799468" class="OWAAutoLink" href="https://www.tomcridland.com/collections/the-30-year-t-shirt">https://www.tomcridland.com/collections/the-30-year-t-shirt</a></p>
<p><strong>Per prodotti in cotone organico e/o altre fibre naturali:</strong></p>
<p><b>Lizè Natural Clothing</b><br />
Negozio italiano on line di capi in tessuti naturali che “possono essere sani, belli e accessibili a tutti”.<br />
Oltre al canale on line, ha&nbsp;un punto vendita in Valbrenta.<br />
Per uomo, donna e bambino.<br />
<a id="LPlnk177574" class="OWAAutoLink" href="http://www.lize-shop.it/">http://www.lize-shop.it</a></p>
<p><b>Dedicated</b><br />
Brand svedese&nbsp;sostenibile di streetwear in cotone biologico, nel rispetto dei lavoratori. Ha diversi punti vendita in Italia.<br />
Per uomo, donna e bambino.<br />
<a id="LPlnk520458" class="OWAAutoLink" href="https://www.dedicatedbrand.com/en/">https://www.dedicatedbrand.com/en/</a></p>
<p><b>Altra Moda Vestire Bio</b><br />
Negozio italiano on line con abbigliamento biologico e articoli naturali per tutta la famiglia.<br />
Per uomo, donna e bambino.<br />
<a id="LPlnk124423" class="OWAAutoLink" href="https://www.altramoda.net/it">https://www.altramoda.net/it</a></p>
<div>Per un <b>tessuto naturale </b>al momento&nbsp;<b>più sostenibile</b> potete leggere qui:<br />
<a id="LPlnk814541" class="OWAAutoLink" href="http://ecoscienti.org/2018/06/07/un-tessuto-ecologico-e-fresco-per-le-calde-giornate-il-lino/">http://ecoscienti.org/2018/06/07/un-tessuto-ecologico-e-fresco-per-le-calde-giornate-il-lino/</a></div>
<p>Per <b>un’altra scelta</b> responsabile:<br />
<a id="LPlnk650242" class="OWAAutoLink" href="http://ecoscienti.org/2018/05/17/infiniti-abiti-zero-ingombro-un-sogno/">http://ecoscienti.org/2018/05/17/infiniti-abiti-zero-ingombro-un-sogno/</a></p>
<p><em>(Foto: Dedicated – da Textile Exchange)</em></p>
<p>Articolo pubblicato anche su ecoscienti.org</p>
<p>&nbsp;</p>
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