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	<title>schiavitù &#8211; Dress Ecode</title>
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		<title>Shein: le false dichiarazioni sulle fabbriche del marchio ultra-fast-fashion</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2021 09:04:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Puoi ascoltare qui l&#8217;articolo: Shein &#160; Shein (Zoetop Business Co Ltd) è un rivenditore online molto in voga, soprattutto tra i giovani, perché offre capi di moda a prezzi contenuti. Possiamo acquistare un outfit completo con meno di 30 dollari. Chi paga però al nostro posto? Uno dei problemi del fast fashion, di cui abbiamo scritto molte volte, è che nella maggior parte dei casi il prezzo così basso è frutto di mancato riconoscimento di un salario equo e di condizioni di lavoro appropriate ai lavoratori coinvolti nella produzione dei capi. Per questo motivo i consumatori chiedono sempre di più trasparenza sulla filiera produttiva. Shein propone decine di migliaia di stili, ogni giorno ne vengono aggiunti circa 1.000. Un ritmo di produzione ancora più veloce: &#8220;ultra-fast-fashion&#8221;, come è più corretto denominarla confrontandola con altri brand fast fashion come Missguided e Fashion Nova, che rilasciano circa 1.000 nuovi stili a settimana. Shein è in grado di raggiungere milioni di giovani acquirenti direttamente attraverso i social media senza uno spazio di vendita fisico, affidandosi al traffico di ricerca e ai dati dei clienti per prefigurare le tendenze. &#8220;Non so nemmeno cosa sia&#8221;, dice la voce di un utente di TikTok mostrando un giocattolo a forma di coniglio rosa acquistato su Shein. Sui social, il marchio di fast fashion è a volte oggetto di scherno, vendendo articoli senza una logica chiara. Definito come la società miliardaria più misteriosa della Cina (si rifiuta di rendere pubblici i suoi investitori), Shein non ha reso visibili le informazioni sulle condizioni di lavoro lungo la sua catena di approvvigionamento,  richieste dalla legge nel Regno Unito. Senza evidenze che mostrino il contrario, è difficile credere alla loro affermazione di &#8220;fare della responsabilità sociale una priorità&#8221;. Considerando ad esempio che a Shenzhen, in Cina, dove si trova la fabbrica originaria, ci sono condizioni di lavoro dure e praticamente nessuna protezione per la classe operaia. O considerando quanto sia difficile che esista un modo fattibile di produrre a ritmi talmente veloci senza adottare pratiche di lavoro non etiche. Il Fashion Transparency Index, compilato dagli attivisti Fashion Revolution, ha assegnato a Shein un punteggio complessivo di 1 su 100 in un rapporto compilato all&#8217;inizio di quest&#8217;anno. Sulla tracciabilità, una delle metriche chiave nell&#8217;Indice, Shein ha un punteggio pari a 0. Non solo mancata trasparenza: fino a poco tempo fa la società ha dichiarato falsamente sul suo sito che le condizioni nelle fabbriche che utilizza erano certificato da organismi internazionali per gli standard del lavoro (fonte: Reuters). In una dichiarazione sul sito (rilevata da Reuters il 26 luglio), Shein ha affermato che le fabbriche sono state &#8220;certificate&#8221; dall&#8217;Organizzazione internazionale per la standardizzazione (ISO) e che Shein era &#8220;orgogliosamente conforme a rigorosi standard di lavoro equi stabiliti da organizzazioni internazionali come SA8000&#8221;. SA8000 è uno standard per i sistemi di gestione basato sui principi internazionali dei diritti umani delineati dall&#8217;Organizzazione internazionale del lavoro e dalle Nazioni Unite, che misura le prestazioni delle aziende in otto aree tra cui lavoro minorile, lavoro forzato e salute e sicurezza. ISO è un&#8217;organizzazione globale che sviluppa standard commerciali, industriali e tecnici. Le aziende pagano gli organismi di certificazione per implementare e verificare questi standard presso le loro organizzazioni. L&#8217;ISO stabilisce solo standard e non effettua le certificazioni stesse. &#8220;Shein non lavora con fabbriche molto grandi ma [con] officine di piccole e medie dimensioni che raccolgono ordini ogni giorno&#8221;, secondo Matthew Brennan, scrittore e analista di tecnologia cinese con sede a Pechino. &#8220;È molto simile a un sistema Uber, in cui nuovi ordini arrivano sui telefoni dei proprietari di fabbrica. È molto scadente, ma efficiente&#8221;. Nella sezione del loro sito dedicata alla responsabilità sociale,  Shein dichiara di non aver mai fatto ricorso a lavoro minorile o forzato, ma non fornisce le informazioni complete sulla catena di approvvigionamento. La legge britannica richiede infatti alle aziende di determinate dimensioni di collegare simili dichiarazioni sul sito a spiegazioni dettagliate sulle misure adottate lungo la  catena logistica per evitare la schiavitù moderna. Cosa c&#8217;è di peggio della mancata trasparenza? La menzogna. In attesa di aggiornamenti da parte di Shein, restiamo intanto a riflettere su tutti gli altri aspetti più o meno etici di un modello di business ben lontano dalla moda slow e consapevole. Fonte: Reuters; Vox; The Mycenaean; SupChina. Foto: sito di Shein. &#160;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.spreaker.com/episode/46310479"><img decoding="async" class="alignleft wp-image-11602" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie.png" alt="" width="30" height="28" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie.png 3840w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie-600x551.png 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie-300x276.png 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie-1024x941.png 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie-768x706.png 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie-1536x1412.png 1536w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie-2048x1882.png 2048w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/10/Iconacuffie-1160x1066.png 1160w" sizes="(max-width: 30px) 100vw, 30px" /></a>Puoi ascoltare qui l&#8217;articolo: <a href="https://www.spreaker.com/episode/46310479">Shein</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Shein (Zoetop Business Co Ltd) è un rivenditore online molto in voga, soprattutto tra i giovani, perché offre capi di moda a prezzi contenuti. Possiamo acquistare un outfit completo con meno di 30 dollari.</p>
<p>Chi paga però al nostro posto?</p>
<p>Uno dei problemi del fast fashion, di cui abbiamo scritto <a href="https://dress-ecode.com/category/modern-slavery-schiavitu-moderna/">molte volte</a>, è che nella maggior parte dei casi <strong>il prezzo così basso è frutto di mancato riconoscimento di un salario equo e di condizioni di lavoro appropriate ai lavoratori </strong>coinvolti nella produzione dei capi. Per questo motivo i consumatori chiedono sempre di più trasparenza sulla filiera produttiva.</p>
<h5><span style="color: #b85a4e;">Shein propone decine di migliaia di stili, ogni giorno ne vengono aggiunti circa 1.000.</span></h5>
<p><a href="https://dressecode.thinkific.com/"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft wp-image-14632" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/05/cover.jpg" alt="Corso moda sostenibile" width="333" height="249" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/05/cover.jpg 943w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/05/cover-600x449.jpg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/05/cover-300x225.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2021/05/cover-768x575.jpg 768w" sizes="(max-width: 333px) 100vw, 333px" /></a>Un ritmo di produzione ancora più veloce: &#8220;ultra-fast-fashion&#8221;, come è più corretto denominarla confrontandola con altri brand fast fashion come Missguided e Fashion Nova, che rilasciano circa 1.000 nuovi stili a settimana.</p>
<p>Shein è in grado di raggiungere <strong>milioni di giovani acquirenti direttamente attraverso i social media</strong> senza uno spazio di vendita fisico, affidandosi al traffico di ricerca e ai dati dei clienti per prefigurare le tendenze. &#8220;Non so nemmeno cosa sia&#8221;, dice la voce di un utente di TikTok mostrando un giocattolo a forma di coniglio rosa acquistato su Shein. Sui social, il marchio di fast fashion è a volte oggetto di scherno, vendendo articoli senza una logica chiara.</p>
<h5><span style="color: #b85a4e;">Definito come la società miliardaria più misteriosa della Cina (si rifiuta di rendere pubblici i suoi investitori), Shein non ha reso visibili le informazioni sulle condizioni di lavoro lungo la sua catena di approvvigionamento,  richieste dalla legge nel Regno Unito.</span></h5>
<p>Senza evidenze che mostrino il contrario, è difficile credere alla loro affermazione di &#8220;fare della responsabilità sociale una priorità&#8221;. Considerando ad esempio che a Shenzhen, in Cina, dove si trova la fabbrica originaria, ci sono condizioni di lavoro dure e praticamente nessuna protezione per la classe operaia. O considerando quanto sia difficile che esista un modo fattibile di produrre a ritmi talmente veloci senza adottare pratiche di lavoro non etiche.</p>
<p>Il Fashion Transparency Index, compilato dagli attivisti Fashion Revolution, ha assegnato a Shein <strong>un punteggio complessivo di 1 su 100</strong> in un rapporto compilato all&#8217;inizio di quest&#8217;anno. <strong>Sulla tracciabilità, una delle metriche chiave nell&#8217;Indice, Shein ha un punteggio pari a 0</strong>.</p>
<h5><span style="color: #b85a4e;">Non solo mancata trasparenza:</span></h5>
<p>fino a poco tempo fa la società ha dichiarato falsamente sul suo sito che le condizioni nelle fabbriche che utilizza erano certificato da organismi internazionali per gli standard del lavoro (fonte: Reuters). In una dichiarazione sul sito (rilevata da Reuters il 26 luglio), Shein ha affermato che le fabbriche sono state &#8220;certificate&#8221; dall&#8217;Organizzazione internazionale per la standardizzazione (ISO) e che Shein era &#8220;orgogliosamente conforme a rigorosi standard di lavoro equi stabiliti da organizzazioni internazionali come SA8000&#8221;.</p>
<p><a href="https://mailchi.mp/13e230d112c6/inizia-da-qui"><img decoding="async" class="alignright wp-image-13606" src="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/Bottone-inizia-da-qui.jpg" alt="" width="392" height="165" srcset="https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/Bottone-inizia-da-qui.jpg 1403w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/Bottone-inizia-da-qui-600x253.jpg 600w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/Bottone-inizia-da-qui-300x127.jpg 300w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/Bottone-inizia-da-qui-1024x432.jpg 1024w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/Bottone-inizia-da-qui-768x324.jpg 768w, https://dress-ecode.com/wp-content/uploads/2020/11/Bottone-inizia-da-qui-1160x489.jpg 1160w" sizes="(max-width: 392px) 100vw, 392px" /></a>SA8000 è uno standard per i sistemi di gestione basato sui principi internazionali dei diritti umani delineati dall&#8217;Organizzazione internazionale del lavoro e dalle Nazioni Unite, che misura le prestazioni delle aziende in otto aree tra cui lavoro minorile, lavoro forzato e salute e sicurezza.</p>
<p>ISO è un&#8217;organizzazione globale che sviluppa standard commerciali, industriali e tecnici. Le aziende pagano gli organismi di certificazione per implementare e verificare questi standard presso le loro organizzazioni. L&#8217;ISO stabilisce solo standard e non effettua le certificazioni stesse.</p>
<p>&#8220;Shein non lavora con fabbriche molto grandi ma [con] officine di piccole e medie dimensioni che raccolgono ordini ogni giorno&#8221;, secondo Matthew Brennan, scrittore e analista di tecnologia cinese con sede a Pechino. &#8220;È molto simile a un sistema Uber, in cui nuovi ordini arrivano sui telefoni dei proprietari di fabbrica. È molto scadente, ma efficiente&#8221;.</p>
<p>Nella sezione del loro sito dedicata alla responsabilità sociale,  Shein dichiara di non aver mai fatto ricorso a lavoro minorile o forzato, ma <strong>non fornisce le informazioni complete sulla catena di approvvigionamento</strong>. La legge britannica richiede infatti alle aziende di determinate dimensioni di collegare simili dichiarazioni sul sito a spiegazioni dettagliate sulle misure adottate lungo la  catena logistica per evitare la schiavitù moderna.</p>
<p>Cosa c&#8217;è di peggio della mancata trasparenza? La menzogna. In attesa di aggiornamenti da parte di Shein, restiamo intanto a riflettere su tutti gli altri aspetti più o meno etici di un modello di business ben lontano dalla moda slow e consapevole.</p>
<p>Fonte: Reuters; Vox; The Mycenaean; SupChina. Foto: sito di Shein.</p>
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<p>&nbsp;</p>
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		<title>Oltre un milione costretti a raccogliere cotone: la schiavitù in Uzbekistan e Turkmenistan dietro i nostri vestiti</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Mar 2019 14:09:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fabrics/Tessuti]]></category>
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					<description><![CDATA[Italiano/English Anti-slavery si occupa di risolvere le situazioni di schiavitù nel mondo. Tra le sue campagne, quella per fermare lo sfruttamento (anche minorile) nell’industria del cotone, in particolare in Uzbekistan e Turkmenistan.Questi due paesi sono tra i maggiori produttori ed esportatori di cotone nel mondo, che finisce nelle catene di approvvigionamento globali e sugli scaffali di molti negozi. Per produrre questo cotone entrambi i governi repressivi usano sistemi di lavoro forzato su vasta scala.Ogni autunno oltre un milione di cittadini uzbeki e turkmeni sono costretti dal governo a lasciare il proprio lavoro regolare e andare nei campi a raccogliere il cotone.Agli agricoltori viene ordinato di coltivare cotone, altrimenti rischiano sanzioni finanziarie o la rimozione dalla terra che coltivano.Durante il raccolto cittadini come insegnanti e medici sono costretti a lasciare il lavoro normale per trascorrere settimane nei campi a raccogliere cotone, spesso in condizioni pericolose e senza l&#8217;attrezzature di base. Le persone possono essere lasciate esauste e soffrire di problemi di salute e malnutrizione dopo settimane di duro lavoro. Coloro che lavorano in trasferta nelle piantagioni di cotone sono costretti a stare in dormitori improvvisati in condizioni precarie con cibo e acqua potabile insufficienti.Sotto la pressione degli attivisti, l’Uzbekistan ha promesso riforme del suo sistema di lavoro forzato. Tuttavia, è tutt’altro che eliminato. Anti-slavery sta monitorando la situazione da vicino, in particolare durante la raccolta in autunno. Oltre 250 aziende hanno già firmato il Cotton Pledge per non utilizzare il cotone uzbeko.Ma le catene di approvvigionamento sono così complesse che spesso non è facile determinare la provenienza del cotone nei prodotti finali. Anti-slavery invita quindi le aziende a fare di più in modo proattivo per garantire che il cotone uzbeko e turkmeno non entri nelle catene di approvvigionamento.Il lavoro di Anti-slavery con i governi e le organizzazioni internazionali è stato recentemente reso più difficile dall’approccio delle istituzioni sempre più indulgente nei confronti dell’Uzbekistan, dopo che ha smesso il lavoro minorile sistematico, ma li ha sostituiti con gli adulti. Il governo dell’Uzbekistan abitualmente molesta, intimidisce e reprime i cittadini che tentano di monitorare il raccolto di cotone.Le imprese sono costrette a contribuire finanziariamente se vogliono rimanere aperte durante il periodo del raccolto. Anche la fornitura di servizi pubblici come l’assistenza sanitaria e l’istruzione è gravemente compromessa durante il raccolto.Nonostante la diffusa conoscenza di questi abusi, alcuni commercianti e aziende tessili sono stati complici nell’acquistare e vendere cotone uzbeko. E sebbene molte aziende si siano impegnate a non usare consapevolmente il cotone uzbeko, finisce comunque nelle catene di approvvigionamento globali e in molti prodotti finiti.Mentre il lavoro minorile è stato quasi debellato nel settore del cotone dell’Uzbekistan, in Turkmenistan non ci sono segnali di progresso e la situazione nell’ultimo raccolto è persino peggiorata: sono stati visti gruppi di bambini mandati di nuovo nei campi durante la raccolta dello scorso anno, faticando in condizioni pericolose nonostante un divieto nazionale. Come aziende o designer, possiamo impegnarci nella selezione dei fornitori di cotone, individuando produttori attenti alle persone e all’ambiente. Il cotone non è un materiale sostenibile, per via dell’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti chimici impiegati e del consumo di acqua richiesto per la sua coltivazione. Meglio scegliere il cotone biologico, se non possiamo fare a meno di questa fibra.La pressione economica si è rivelata cruciale nel portare l’Uzbekistan alle riforme. È necessario che le aziende firmino il Cotton Pledge e che indaghino sulle catene di approvvigionamento dei propri prodotti con il loro marchio, collegati a casi di lavoro forzato, traffico di esseri umani e altre forme di schiavitù moderna. Come consumatori cosa possiamo fare? Sostenere le campagne come quella di Anti-slavery per fermare questa pratica dannosa:https://www.antislavery.org/take-action/campaigns/end-uzbek-cotton-crimes/Possiamo scrivere alle aziende per chiedere da dove viene il cotone dei capi che desideriamo acquistare. Possiamo scegliere di comprare da chi si impegna eticamente e ambientalmente. Possiamo acquistare di seconda mano. &#8220;Incoraggiamo te, consumatore, a spingere i tuoi marchi e rivenditori preferiti a firmare The Cotton Pledge per garantire che il lavoro forzato non entri nei prodotti&#8221;. Più sotto, il video di Anti-slavery. English: Over a million forced to pick cotton: slavery in Uzbekistan and Turkmenistan behind our clothes Anti-slavery aims to solve situations of slavery in the world. Among its campaigns, there is the one to stop exploitation (including child slavery) in the cotton industry, particularly in Uzbekistan and Turkmenistan.These two countries are among the largest producers and exporters of cotton in the world, which ends up in global supply chains and on the shelves of many shops. To produce this cotton, both repressive governments use large-scale forced labor systems. Every autumn more than a million Uzbek and Turkmen citizens are forced by the government to leave their regular jobs and go to the camps to collect cotton. Farmers are ordered to grow cotton, otherwise they risk financial sanctions or removal from the land they farm. During the harvest, citizens like teachers and doctors are forced to leave their regular jobs to spend weeks in the fields picking cotton, often in dangerous conditions and without basic equipment. People can be left exhausted and suffer from health problems and malnutrition after weeks of hard work. Those who work in the cotton plantations are forced to stay in&#160;makeshift dormitories&#160;in precarious conditions with insufficient food and drinking water. Under pressure from activists, Uzbekistan has promised reforms of its forced labor system. However, it is far from eliminated. Anti-slavery is monitoring the situation closely, particularly during the harvest in autumn. Over 250 companies have already signed the Cotton Pledge for not using Uzbek cotton. But supply chains are so complex that it is often not easy to determine the origin of the cotton in the final products. Anti-slavery therefore urges companies to do more proactively to ensure that Uzbek and Turkmen cotton does not enter supply chains. Anti-slavery&#8217;s work with governments and international organisations has recently been made more difficult by institutions increasingly lenient approach to Uzbekistan, after it stopped the systematic child labour, but replaced them with adults. The government of Uzbekistan habitually harasses, intimidates and represses citizens who try to monitor the cotton crop. Companies are forced to contribute financially if they want to remain open during the harvest period. Even the provision of public services such as health care and education is severely compromised during the harvest. Despite the widespread knowledge of these abuses, some traders and textile companies have been complicit in buying and selling Uzbek cotton. And although many companies have committed themselves to not consciously use Uzbek cotton, it still ends up in global supply chains and in many finished products. While child labor has been almost eradicated in the cotton sector of Uzbekistan, there are no signs of progress in Turkmenistan, and the situation in the last harvest has even worsened: groups of children were seen being sent back to the camps during last year&#8217;s harvest, struggling in dangerous conditions despite a national ban. As companies or designers, we can engage in the selection of cotton suppliers, identifying producers that pay attention to people and the environment. Cotton is not a sustainable material, due to the use of pesticides and chemical fertilizers used and the consumption of water required for its cultivation. Better to choose organic cotton, if we can not give up this fibre. Economic pressure has proved crucial in bringing Uzbekistan to reforms. Companies need to sign the Cotton Pledge and investigate the supply chains of their products with their brand, linked to cases of forced labor, trafficking in human beings and other forms of modern slavery. As consumers what can we do? Supporting campaigns like Anti-slavery&#8217;s one to stop this harmful practice: End Cotton Crimes We can write companies to ask where cotton comes from of the items we wish to purchase. We can choose to buy from those who engage ethically and environmentally. We can buy second-hand. &#8220;We encourage you, the consumer, to push your favourite brands and retailers to sign The Cotton Pledge to ensure that forced labour does not find its way into products we buy every day&#8221;.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Italiano/English</p>
<p><em>Anti-slavery</em> si occupa di risolvere le situazioni di schiavitù nel mondo. Tra le sue campagne, quella per fermare lo sfruttamento (anche minorile) nell’industria del cotone, in particolare in Uzbekistan e Turkmenistan.<br>Questi due paesi sono tra i <strong>maggiori produttori ed esportatori di cotone nel mondo</strong>, che finisce nelle catene di approvvigionamento globali e sugli scaffali di molti negozi. Per produrre questo cotone entrambi i governi repressivi usano sistemi di lavoro forzato su vasta scala.<br><strong>Ogni autunno oltre un milione di cittadini uzbeki e turkmeni sono costretti dal governo a lasciare il proprio lavoro regolare e andare nei campi a raccogliere il cotone.</strong><br>Agli agricoltori viene ordinato di coltivare cotone, altrimenti rischiano sanzioni finanziarie o la rimozione dalla terra che coltivano.<br>Durante il raccolto cittadini come insegnanti e medici sono costretti a lasciare il lavoro normale per trascorrere settimane nei campi a raccogliere cotone, spesso <strong>in condizioni pericolose</strong> e senza l&#8217;attrezzature di base. Le persone possono essere lasciate esauste e soffrire di problemi di salute e malnutrizione dopo settimane di duro lavoro. Coloro che lavorano in trasferta nelle piantagioni di cotone sono costretti a stare in dormitori improvvisati in condizioni precarie con cibo e acqua potabile insufficienti.<br>Sotto la pressione degli attivisti, l’Uzbekistan ha promesso riforme del suo sistema di lavoro forzato. Tuttavia, è tutt’altro che eliminato. <em>Anti-slavery</em> sta monitorando la situazione da vicino, in particolare durante la raccolta in autunno.</p>
<p>Oltre 250 aziende hanno già firmato il Cotton Pledge per non utilizzare il cotone uzbeko.<br>Ma le catene di approvvigionamento sono così complesse che spesso non è facile determinare la provenienza del cotone nei prodotti finali. <em>Anti-slavery</em> invita quindi le aziende a fare di più in modo proattivo per garantire che il cotone uzbeko e turkmeno non entri nelle catene di approvvigionamento.<br>Il lavoro di <em>Anti-slavery</em> con i governi e le organizzazioni internazionali è stato recentemente reso più difficile dall’approccio delle istituzioni sempre più indulgente nei confronti dell’Uzbekistan, dopo che ha smesso il lavoro minorile sistematico, ma li ha sostituiti con gli adulti.</p>
<p><strong>Il governo dell’Uzbekistan abitualmente molesta, intimidisce e reprime i cittadini che tentano di monitorare il raccolto di cotone.</strong><br>Le imprese sono costrette a contribuire finanziariamente se vogliono rimanere aperte durante il periodo del raccolto. Anche la fornitura di servizi pubblici come l’assistenza sanitaria e l’istruzione è gravemente compromessa durante il raccolto.<br>Nonostante la diffusa conoscenza di questi abusi, alcuni commercianti e aziende tessili sono stati complici nell’acquistare e vendere cotone uzbeko. E sebbene molte aziende si siano impegnate a non usare consapevolmente il cotone uzbeko, finisce comunque nelle catene di approvvigionamento globali e in molti prodotti finiti.<br>Mentre il lavoro minorile è stato quasi debellato nel settore del cotone dell’Uzbekistan, in Turkmenistan non ci sono segnali di progresso e la situazione nell’ultimo raccolto è persino peggiorata: sono stati visti gruppi di bambini mandati di nuovo nei campi durante la raccolta dello scorso anno, faticando in condizioni pericolose nonostante un divieto nazionale.</p>
<p>Come aziende o designer, possiamo impegnarci nella selezione dei fornitori di cotone, individuando produttori attenti alle persone e all’ambiente. Il cotone non è un materiale sostenibile, per via dell’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti chimici impiegati e del consumo di acqua richiesto per la sua coltivazione. Meglio scegliere il cotone biologico, se non possiamo fare a meno di questa fibra.<br>La pressione economica si è rivelata cruciale nel portare l’Uzbekistan alle riforme. È necessario che le aziende firmino il Cotton Pledge e che indaghino sulle catene di approvvigionamento dei propri prodotti con il loro marchio, collegati a casi di lavoro forzato, traffico di esseri umani e altre forme di schiavitù moderna.</p>
<p><strong>Come consumatori cosa possiamo fare?</strong> Sostenere le campagne come quella di <em>Anti-slavery</em> per fermare questa pratica dannosa:<br><a href="https://www.antislavery.org/take-action/campaigns/end-uzbek-cotton-crimes/">https://www.antislavery.org/take-action/campaigns/end-uzbek-cotton-crimes/</a><br>Possiamo scrivere alle aziende per chiedere da dove viene il cotone dei capi che desideriamo acquistare. Possiamo scegliere di comprare da chi si impegna eticamente e ambientalmente. Possiamo acquistare di seconda mano.</p>
<p>&#8220;Incoraggiamo te, consumatore, a spingere i tuoi marchi e rivenditori preferiti a firmare The Cotton Pledge per garantire che il lavoro forzato non entri nei prodotti&#8221;.</p>
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<p>Più sotto, il video di <em>Anti-slavery.</em></p>
<hr>
<p><strong>English: Over a million forced to pick cotton: slavery in Uzbekistan and Turkmenistan behind our clothes</strong></p>
<p>Anti-slavery aims to solve situations of slavery in the world. Among its campaigns, there is the one to stop exploitation (including child slavery) in the cotton industry, particularly in Uzbekistan and Turkmenistan.These two countries are among the largest producers and exporters of cotton in the world, which ends up in global supply chains and on the shelves of many shops. To produce this cotton, both repressive governments use large-scale forced labor systems. Every autumn more than a million Uzbek and Turkmen citizens are forced by the government to leave their regular jobs and go to the camps to collect cotton.</p>
<p>Farmers are ordered to grow cotton, otherwise they risk financial sanctions or removal from the land they farm. During the harvest, citizens like teachers and doctors are forced to leave their regular jobs to spend weeks in the fields picking cotton, often in dangerous conditions and without basic equipment. People can be left exhausted and suffer from health problems and malnutrition after weeks of hard work. Those who work in the cotton plantations are forced to stay in&nbsp;makeshift dormitories&nbsp;in precarious conditions with insufficient food and drinking water. Under pressure from activists, Uzbekistan has promised reforms of its forced labor system. However, it is far from eliminated. Anti-slavery is monitoring the situation closely, particularly during the harvest in autumn.</p>
<p>Over 250 companies have already signed the Cotton Pledge for not using Uzbek cotton. But supply chains are so complex that it is often not easy to determine the origin of the cotton in the final products. Anti-slavery therefore urges companies to do more proactively to ensure that Uzbek and Turkmen cotton does not enter supply chains. <em>Anti-slavery&#8217;s</em> work with governments and international organisations has recently been made more difficult by institutions increasingly lenient approach to Uzbekistan, after it stopped the systematic child labour, but replaced them with adults.</p>
<p>The government of Uzbekistan habitually harasses, intimidates and represses citizens who try to monitor the cotton crop. Companies are forced to contribute financially if they want to remain open during the harvest period. Even the provision of public services such as health care and education is severely compromised during the harvest. Despite the widespread knowledge of these abuses, some traders and textile companies have been complicit in buying and selling Uzbek cotton. And although many companies have committed themselves to not consciously use Uzbek cotton, it still ends up in global supply chains and in many finished products. While child labor has been almost eradicated in the cotton sector of Uzbekistan, there are no signs of progress in Turkmenistan, and the situation in the last harvest has even worsened: groups of children were seen being sent back to the camps during last year&#8217;s harvest, struggling in dangerous conditions despite a national ban.</p>
<p>As companies or designers, we can engage in the selection of cotton suppliers, identifying producers that pay attention to people and the environment. Cotton is not a sustainable material, due to the use of pesticides and chemical fertilizers used and the consumption of water required for its cultivation. Better to choose organic cotton, if we can not give up this fibre. Economic pressure has proved crucial in bringing Uzbekistan to reforms. Companies need to sign the Cotton Pledge and investigate the supply chains of their products with their brand, linked to cases of forced labor, trafficking in human beings and other forms of modern slavery.</p>
<p>As consumers what can we do? Supporting campaigns like <em>Anti-slavery&#8217;</em>s one to stop this harmful practice:</p>
<p><blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="8noyDg5jAw"><a href="https://www.antislavery.org/take-action/campaigns/end-uzbek-cotton-crimes/">End Cotton Crimes</a></blockquote><iframe loading="lazy" class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  src="https://www.antislavery.org/take-action/campaigns/end-uzbek-cotton-crimes/embed/#?secret=8noyDg5jAw" data-secret="8noyDg5jAw" width="600" height="338" title="&#8220;End Cotton Crimes&#8221; &#8212; Anti-Slavery International" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe></p>
<p></p>
<p>We can write companies to ask where cotton comes from of the items we wish to purchase. We can choose to buy from those who engage ethically and environmentally. We can buy second-hand.</p>
<p>&#8220;We encourage you, the consumer, to push your favourite brands and retailers to sign The Cotton Pledge to ensure that forced labour does not find its way into products we buy every day&#8221;.</p>


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